I miei giorni di luce con Osho: Capitolo Settimo

Libro di Prem Shunyo

Rajneeshpuram continua

Se una persona o un gruppo di persone sono diverse da te, ne hai paura;questo è uno degli aspetti più tristi della natura umana. Sono cresciutain un piccolo paese della Cornovaglia, in Inghilterra, dove persino le persone che vivevano nel paese accanto venivano chiamate “gli stranieri”.

E neppure risiedere in paese era sufficiente per essere accettati: almeno uno dei due genitori doveva esserci nato. Pertanto non fui affatto sorpresa di fronte alla reazione degli abitanti dell’Oregon nei nostri confronti, anche se indubbiamente fu eccessiva e violenta. Ma le urla del prete del luogo che diceva: “Adoratori di satana andatevene a casa”,o le magliette con la scritta “Meglio morti che arancioni”, e col disegno di una pistola puntata in faccia a Osho e infine la bomba che esplose nel nostro albergo di Portland, furono decisamente reazioni eccessive.

Da parte mia, devo ammettere che non mi resi minimamente conto di come l’intero apparato governativo facesse corpo comune con quella mentalità e reagisse poi in maniera del tutto irresponsabile, fondando le proprie decisioni su pregiudizi evidenti, ma talmente consolidati da non vedere ciò che noi stavamo tentando di realizzare. La nostra Comune cresceva rapidamente e rappresentava un esperimento ecologico di grande successo, apprezzato a molti livelli. Quando vi arrivammo, Rajneeshpuram era un vero e proprio deserto; noi abbiamo fatto ogni sforzo per trasformarlo. Abbiamo costruito dighe per raccoglierel’acqua e convogliarla poi nei campi e siamo riusciti a produrre cibo in quantità tale da diventare autosufficienti in un tempo così breve che lasciò stupiti molti esperti nel recupero di territori abbandonati e improduttivi. La Comune riciclava il 70% dei suoi rifiuti, laddove una normale città americana ne ricicla al massimo il 5-10%, se l’amministrazione arriva a pensarci: la maggioranza delle città non se ne preoccupa affatto. L’equilibrio ecologico era una priorità per noi. Facevamo il possibile perché la terra non venisse contaminata, e per questo avevamo creato un sistema di fognatura d’avanguardia: le acque, dopo essere state pompate in una laguna, subivano un processo di purificazione biologica per poi venire incanalate, attraverso un complesso sistema di tubature e di filtri multipli che si diramavano sotto l’intera vallata, ed essere riutilizzate per irrigare i campi. Per risolvere il problema dell’erosione del suolo abbiamo piantato migliaia di alberi, e molti sono ancora lì, dieci anni dopo, in quello che allora era un vero e proprio deserto, e ho sentito dire che gli alberi da frutta sono così carichi che i rami si spezzano sotto il peso dei frutti.

Ma tutto questo non è stato visto, non lo si è voluto vedere! Nel 1984, Osho commentava:“Vogliono demolire questa città a causa delle loro leggi sull’uso dellaterra – ma nessuno di quegli idioti è venuto a vedere come noi usiamo questa terra. Possono forse usarla più creativamente di come facciamo noi? Per cinquant’anni nessuno l’ha usata. Allora erano felici – quello era un ‘buon uso’. Adesso noi stiamo creando qualcosa in questa terra. Siamo una Comune autosufficiente. Produciamo il nostro cibo, i nostri vegetali… stiamo facendo ogni sforzo per renderla autosufficiente. Questo deserto… per un motivo o per l’altro sembra essere il destino della gente come me. Mosè finì nel deserto, e anch’io ci sono finito, e noi stiamo tentando di renderlo verde. Lo abbiamo già rinverdito. Se fate un giro attorno alla mia casa non crederete di essere in Oregon, penserete di essere in Kashmir. Ma quella gente non viene a vedere cosa sta succedendo. Se ne sta seduta nel proprio ufficio nella capitale e decide che quello che facciamo è un uso della terra contrario alle leggi. Se questo è contro le leggi sull’uso della terra, allora le vostre leggi sono false e dovrebbero essere bruciate.Ma prima venite a vedere e dimostrate che tutto questo va contro le vostre leggi sull’uso della terra. Ma hanno paura di venire qui…”.(da La Bibbia di Rajneesh)

La questione dell’uso della terra andò avanti fra corsi e ricorsi, dalle preture ai tribunali, finché alla fine vincemmo la causa, ma ormai era troppo tardi. La Comune era stata distrutta un anno prima. Tutti i sannyasin se n’erano andati, e quindi non c’era più alcun reale pericolo nel dichiarare che la nostra città era legale. All’epoca, in quella situazione di stallo, mentre attendevamo che il tribunale riconoscesse il nostro status di città, di fatto ci era impedito ogni sviluppo: non potevamo organizzare nessuna attività commerciale,nemmeno avere gli allacciamenti telefonici, poiché da un punto di vista legale non esistevamo. Per rompere quello stato di cose ci appoggiammo a una piccola cittadina, Antelope: un minuscolo centro abitato con una quarantina di abitanti e molte case in vendita, circondato da un boschetto di pioppi, a circa venticinque chilometri dalla nostra vallata. Bastò una casa prefabbricata dove entrammo da padroni, avendola acquistata, perché subito ci accusassero di volerci impadronire della città. Di fatto era solo una sede legale e amministrativa cui volevamo appoggiarci per dare inizio ad alcune attività commerciali. Il meccanismo del rigetto fu immediato: gli abitanti di Antelope per paura ci fecero causa, usando gli espedienti legali più curiosi per impedircidi avere quella sede. Alla fine fummo noi a vincere la causa…ma la questione sollevò un interesse che andò ben oltre quel villaggio isolato dello Stato dell’Oregon, e divenne un vero e proprio dramma. I giornali e le stazioni televisive diedero subito risalto a quella nuova “battaglia del vecchio FarWest”, in cui Sheela appariva come il nemico per antonomasia, mentre gli abitanti di Antelope rappresentavano l’antica paura dei pionieri, e il loro coraggio nel “difendere la propria casa”.Il dramma crebbe a ritmi vertiginosi, diventando un serial che acquistò fama e popolarità fra le masse americane, soppiantando molte delle più famose telenovela in voga. Paradossalmente noi non facevamo nulla di illegale: molti sannyasin avevano acquistato semplicemente delle case in vendita e vi si stabilirono,superando così in termini di voti i vecchi residenti e arrivando a eleggere il proprio sindaco. Fu in questo frangente che Sheela acquistò un nome, diventando la star del momento. I programmi televisivi videro in lei un ottimo personaggio,capace di aumentare l’indice di ascolto; forse a causa del suo linguaggio senza peli sulla lingua, ma soprattutto per il modo in cui rispondeva alle domande imbarazzanti: faceva gesti osceni che restituivanol’imbarazzo al mittente! E l’indice di ascolto aumentava. Stava aumentando anche l’afflusso di persone che decidevano di diventare discepoli di Osho e prendevano il sannyas, incuriosite dai tanti artcoli e servizi televisivi. Per tutte queste persone, che non avevano mai visto Osho, Sheela divenne di fatto un punto di riferimento. Per loro divenne simile al papa e lei se ne circondò. Ricordo le assemblee che prese a organizzare all’interno di Rajneeshpuram per consolidare la sua autorità: era sempre circondata da giovani sannyasin dai volti persi in una adorazione senza limiti, pronti ad applaudire qualsiasi cosa dicesse. Confesso che provai un senso di terrore:pensavo che quel modo di fare assomigliava molto, troppo, ai raduni dei giovani nazisti. Decisi di ritirarmi sempre di più in montagna…E mentre la lotta con il cosiddetto ‘mondo esterno’ rafforzava l’identità di Sheela ai propri occhi e agli occhi del mondo, qualcosa stava accadendo anche all’interno: una lotta intestina sottile ma non meno feroce. La si sentiva nell’aria e una sera, Vivek e Sheela, le due contendenti,organizzarono un’assemblea a Magdalena, la mensa dove noi tutti mangiavamo, per tranquillizzare e sedare i sospetti che serpeggiavano tra i membri della Comune. Dissero che non esistevano conflitti fra di loro. Certo, quell’incontro fu molto toccante, le emozioni sincere,ma in molti i sospetti si confermarono: nella nostra Comune esisteva in realtà un conflitto… perché altrimenti organizzare quell’incontro? Certo, era vero che Vivek non si fidava affatto di Sheela, e non le permise mai di avere una copia delle chiavi della casa di Osho. Pretese che le telefonasse ogni volta, prima di andare da Osho, e solo a lei era permesso di entrare; la porta veniva poi subito chiusa. Non solo, a Sheela venne chiesto di entrare da una porta laterale; in precedenza aveva infatti sempre sollevato questioni, perché per arrivare nella stanza in cui Osho la riceveva doveva attraversare tutta la casa, e quindi anche l’ala in cui abitavamo noi, che ci prendevamo cura di Osho. Sheela era molto irritata da tutto questo, e non si sentiva affatto confermata nella propria immagine, anzi, si sentiva profondamente insultata. I giochi di potere erano entrati nella nostra Comune, ma nessuno all’inizio fece nulla in proposito.

Di certo Sheela non avrebbe mai parlato con Osho di queste scaramucce,perché sapeva fin troppo bene che la sua soluzione sarebbe stata drastica,e sfavorevole per lei: Osho avrebbe diminuito il suo potere, o le avrebbe fatto vedere i suoi meccanismi inconsci che facevano dipendere dal potere la sua fame di identità. Ma nessuno di noi fece mai alcun cenno a Osho di tutto questo, neppure io. A me sembravano inezie, rispetto a ciò che stavamo facendo e a come Rajneeshpuram stava crescendo. Mi assopii letteralmente nell’illusione che, se Sheela sfogava la sua rabbia con scortesie nei nostri confronti (cioè verso coloro che vivevano nella casa di Osho), questo sfogo le avrebbe poi permesso di essere amorevole nei confronti del nostro progetto comune, che certamente anche lei amava: la nascita di un fiorei n un deserto. Era un comportamento da ingenua. Malgrado quanto accadeva, non riesco a ricordare di aver sofferto a Rajneeshpuram,anche se lavoravo dodici ore al giorno e le regole su quello che si poteva o non si poteva fare crescevano continuamente. Ricordo che una volta Osho mi chiese se fossi stanca e io gli risposi che non riuscivo neppure a ricordarmi come ci si sente quando si è stanchi. Pensavo che tutti fossero molto felici: stavamo realizzando un sogno! Dovete scusarmi, ma devo proprio ammettere che non ho mai avuto la sensazioneche fosse un periodo difficile. Eravamo così addormentati che ci lasciavamo governare da un gruppo di persone che minava la nostra intelligenza e sfruttava un certo stato di cose per dar vita a un regime di paura col quale poterci controllare meglio.Ci vollero un po’ di tempo, e un acuirsi di quello stato di cose, fino asfiorare la tragedia, perché la coscienza di ciò che accadeva venisse a galla; nel frattempo ci divertivamo tutti moltissimo. Allora, come oggi e come sempre, se si mette insieme un gruppo di sannyasin, il loro comune denominatore saranno le risate. Non per tutti era così: Vivek soffrì moltissimo. Per lei quello fu l’inizio di uno squilibrio chimico-ormonale che si manifestò in stati depressivi. Credo che la causa sia da ricercarsi nella sua sensibilità che era così alta,con intuizioni su Sheela e la sua banda così limpide, e così poco condivisibili,da farla letteralmente impazzire. A volte gli stati depressivi in cui cadeva duravano due o tre settimane.Cercammo di aiutarla in tutti i modi, ma niente pareva funzionare; potevamo soltanto lasciarla sola, ed era esattamente ciò che ci chiedeva.

Un giorno, in pieno inverno, Vivek decise di lasciare la Comune. Chiedemmo a John, che era un amico e faceva parte del ‘gruppo di Hollywood’– un piccolo gruppo di sannyasin che erano stati a Pune con Osho e avevano abbandonato il loro lussuoso tenore di vita a BeverlyHill unendosi a questo grande esperimento – di portarla a Salem, a circa400 Km di distanza, dove avrebbe potuto prendere un volo diretto perLondra. Impiegarono diciotto ore, con visibilità zero, in mezzo a una tormenta di neve e con le strade ghiacciate e sdrucciolevoli. Ma lei riuscì a prendere l’aereo. John fece il viaggio di ritorno con le stesse condizioni atmosferiche, ma prima ancora che arrivasse, Vivek aveva già telefonato dall’Inghilterra, dove aveva fatto visita a sua madre per alcune ore, dicendo che aveva deciso di tornare alla Comune. Osho disse che andava bene così, e che John sarebbe dovuto andare a riprenderla all’aeroporto, visto che era stato lui ad accompagnarla. Arrivòa Rajneeshpuram appena in tempo per girare la macchina e rifare lo stesso viaggio. C’era così tanta neve che a quel punto la maggior parte delle strade erano state chiuse, e continuava a nevicare. Ma ce la fecero,e Vivek fu accolta a braccia aperte. Come al solito, non si sentiva imbarazzata, né aveva sensi di colpa. Riprese a fare la sua vita a testa alta, come se non fosse successo nulla. Mi ricordava uno degli stratagemmi di Gurdjieff… ma non era affatto uno stratagemma.

Un giorno Osho, scendendo lungo la strada a tornanti che conduceva aRajneeshpuram, invece di sterzare a una curva, andò dritto verso la scarpata. La macchina si fermò con tutta la parte anteriore, che era un buon terzo, sospesa nel vuoto. Sotto di noi c’era un salto di oltre dieci metrie poi una scarpata che proseguiva fino in fondo alla valle. Osho disse: “Hai visto cosa succede…?”.Ero pietrificata, non osavo respirare per timore che il più piccolo movimentoci facesse perdere il precario equilibrio e ci facesse rotolare giù per il pendio. Rimase fermo per alcuni secondi prima di riaccendere il motore. Io pregavo un dio inesistente: “Per favore, fa che sia la marcia indietro!” Poi, lentamente, la macchina cominciò a muoversi all’ indietro e proseguimmo verso casa. Non avevo capito, così ripresi la conversazione:“Cosa succede?”.Lui disse: “Stavo cercando di evitare quella pozzanghera piena di fango, perché sarebbe stato un problema per Chin, che pulisce la mia macchina.”Poi le cose presero un piega insolita. Sheela decise di circondare la casa di Osho con un reticolato elettrico alto quattro metri.“Per impedire ai cervi di entrare nel giardino!”.“I cervi?”.In ogni caso, eravamo stati recintati. I fili dove stendevo la biancheriaerano rimasti fuori del reticolato e pur essendoci un cancelletto elettricamente isolato,mi avevano assicurato, ogni volta che provavo ad aprirlo,prendevo una scossa che mi faceva sentire come se un cavallo mi avesse dato un calcio nello stomaco. La prima volta che presi la scossa mi si piegarono le ginocchia e vomitai. Fu allora che decisi di mettere fine alle mie giornate in montagna. Invece di correre selvaggiamente anch’io ora mi incamminavo come tuttigli altri, prendevo l’autobus e andavo a mangiare alla mensa comune, guardata a vista dalle guardie che erano state dislocate su una torretta,all’ingresso della nostra casa. Certo, era successo anche questo: adesso c’era una postazione di guardia,ventiquattro ore su ventiquattro, in cui stazionavano due guardie armate di mitra.La paranoia stava crescendo, fuori e dentro il recinto.Nell’aprile del 1983, la Comune ricevette un messaggio di Osho. Era stato informato da Devaraj, il suo medico personale, che un’incurabile malattia, chiamata AIDS, si stava diffondendo con preoccupante rapidità,in tutto il mondo. Osho disse allora che questa malattia avrebbe ucciso i due terzi dell’umanità e che la Comune doveva essere protetta.Il suo consiglio era che bisognava usare profilattici e guanti di gomma mentre si faceva l’amore, ameno che si trattasse di una coppia che aveva avuto una relazione totalmente monogama per oltre due anni.La stampa si gettò come un avvoltoio su questa notizia e ridicolizzò le misure protettive che Osho consigliava contro una malattia che praticamente era ancora sconosciuta. Cinque anni dopo, quando ormai i morti erano migliaia, il Ministero americano della Salute aprì gli occhi di fronte al pericolo rappresentatodall’AIDS e iniziò a raccomandare le stesse precauzioni suggerite da Osho. Ora nella nostra Comune tutti vengono sottoposti al test dell’AIDS ogni tre mesi, una precauzione che si è rivelata oltremodo valida: praticamente siamo la sola area protetta esistente.

Quando Osho aveva accennato all’assenza di alberi, Sheela gli aveva parlato di una grande pineta che si trovava nell’area più remota della proprietà. Lui amava molto gli alberi e spesso mi chiedeva: “Hai mai visto quella pineta? Quanti alberi ci sono? Quanto è grande? Quanto è lontana? Potrei andarci in macchina?”.Ci andai un giorno con una moto da cross perché non c’era una strada. Bisognava percorrere circa venticinque chilometri in mezzo ai campi, ma era vero: la pineta si trovava in una piccola valle al confine della proprietà. Stava ormai diventando sempre più pericoloso per Osho guidare fuori daRajneeshpuram, così cogliemmo quell’opportunità per iniziare a tracciare  una strada che andasse verso la pineta. Fu un lavoro lentissimo.Non appena veniva costruito un tratto di strada, gli uomini che vi stavano lavorando venivano mandati a partecipare a un altro progetto e la pioggia distruggeva tutto quello che avevano fatto. Ma comunque i lavori procedevano e, nel 1984, quindici chilometri erano stati completati.Osho iniziò a correre lungo quella strada, che sempre più si avvicinavaa quell’elusiva pineta; era un percorso stupendo, ma della pineta non si vedevano ancora le tracce. Né l’avrebbe mai vista: lasciò Rajneeshpuram prima che la strada venisse completata. Ma due dei sannyasin che parteciparono fin dall’inizio a questo progetto, Milarepa e Vimal, decisero di portarlo a termine. Mentre tutti gli altri si ritiravano, portando via i macchinari che dovevano essere messi in vendita, poiché la Comune stava inesorabilmente chiudendo, loro rimasero fedeli a quel progetto e tentarono da soli di raggiungere la pineta, “nel caso Osho fosse tornato.”Malgrado il sottile conflitto, la vita nella Comunità fioriva e col passare delle settimane e dei mesi l’energia dei sannyasin non potè più essere trattenuta. Il quotidiano allinearsi, lungo la strada da lui percorsa in macchina, non fu più sufficiente. Un pomeriggio, Osho incontrò al suo passaggio un gruppo di sannyasin italiani che si mise a suonare e a cantare per lui. Quel giorno si fermò qualche minuto con loro per godersi lo spettacolo improvvisato e, nel giro di una settimana, si videro musicisti vestiti di rosso che cantavano e ballavano, lungo tutto il percorso: da Lao Tzu, oltre la piccola diga del laghetto di Basho, lungo la strada polverosa che passava davanti a RajneeshMandir, fino al centro di Rajneeshpurame su verso le colline. Fu l’inizio di una celebrazione selvaggia,che sarebbe continuata ogni giorno per due anni, nel caldo rovente del deserto o in mezzo alle tempeste di neve che d’inverno spazzavano quella regione impervia. Era un’esplosione spontanea di gioia che esprimeva un amore verso Osho,nell’unica maniera possibile. La gratitudine per essere entrati grazie a lui, in contatto con qualcosa dentro di sé di così intimo e profondo. In poco tempo, la notizia fece il giro del mondo, e si videro arrivare gli strumenti musicali più strani e diversi; i più amati erano i grandi tamburi brasiliani, ma c’erano anche flauti, violini, chitarre, tamburelli,maracas di tutte le dimensioni, sassofoni, clarinetti, trombe; c’era di tutto e chi non aveva uno strumento, cantava o ballava. Osho amava vedere la sua gente felice e guidava così lentamente che fu necessario fare una speciale messa a punto per il motore della RollsRoyce, costretto a una velocità così ridotta. Seduto in auto, muovevale braccia al ritmo della musica e si fermava davanti ad alcuni gruppi di musicisti. Maneesha, che era stata una delle sue medium e che in seguito avrebbe registrato tutti i suoi discorsi (come Platone aveva fatto con Socrate),era sempre presente con il suo gruppo. Osho si fermava davanti a lei e io, seduta in auto di fianco a lui, la vedevo scomparire in un selvaggio,estatico ciclone di tamburini colorati e di gioia irrefrenabile. I lunghi capelli neri le volavano davanti al viso, il corpo saltava, ma i suoi occhi neri rimanevano fissi, in silenzio, in quelli di Osho. Si fermava a lungo anche davanti a Rupesh, il suo percussionista, e vedere Osho suonare i tamburi attraverso Rupesh, era una cosa dell’altromondo. Malgrado la varietà di quella musica improvvisata che andava dal kirtan indiano alla samba brasiliana, l’armonia era incredibile. A volte,Osho impiegava più di due ore per percorrere tutta la fila di coloro che celebravano il suo passaggio. Non riusciva a resistere e si fermava davanti a tutti i sannyasin totalmente persi in quella celebrazione. L’autostessa sobbalzava,mentre lui dava il ritmomuovendo su e giù le braccia,lasciando me nel più completo stupore: come poteva avere tuttaquella forza nelle braccia da continuare così a lungo e con la stessa intensità a fare quel movimento? Il drive-by, così venne chiamata quell’incredibile celebrazione, era intimo e potente, almeno quanto gli energy darshan di un tempo e a volte,quando ero in macchina con Osho, vedendo i volti di quelle persone,pensavo: “Se esiste una sola ragione per salvare questo pianeta, è questa!” Quei volti così limpidi e splendenti di tante persone allineate e in festa erano così belli! Spesso venivo sommersa dalle lacrime e una volta,sentendomi tirare su con il naso, Osho disse: “Hai il raffreddore?”.“No Osho, sto piangendo…”.“Mmmm, piangendo? Cosa succede?”.“Niente Osho, solo che è così bello. Non possono distruggere tutto questo, vero?”.In quel periodo Osho ebbe grossi problemi ai denti e il suo dentista fu costretto a fargli nove devitalizzazioni. Mentre il trattamento era incorso, non si fece scappare l’occasione per trarre il massimo beneficioda quella situazione: sotto l’effetto del gas usato per anestetizzarlo, iniziò a parlare. Per Devageet, il suo dentista, non era un compito facile lavorare in una bocca che si muoveva in continuazione, ma quella era la situazione, e Osho parlò così tanto che ciò che disse venne poi raccolto in ben tre libri. Capimmo subito che si trattava di qualcosa che doveva essere conservato e registrammo tutto.Ne uscirono tre libri straordinari: Bagliori di un’infanzia dorata, I libri che ho amato e Appunti di un folle.

Un giorno, durante il suo giro in macchina, alcuni cowboy gli tirarono dei sassi. Non colpirono l’auto, ma io li vidi benissimo. In quel periodo Osho era seguito nei suoi giri da cinque guardie del corpo, ma nessuna di loro vide niente, anche se le avevo chiamate via radio. Quando rientrammo, mi fu chiesto di andare a Jesus Grove (la casa di Sheela) per parlare con gli addetti alla sicurezza. Ero l’eroina del giorno! Il mio ego era alle stelle, ero in un turbine di energia, l’adrenalina scorreva selvaggia nelle mie vene. Nella stanza tutti mi ascoltavano e io davo consigli su come potevano fare meglio il loro lavoro. Il meeting finì all’ora di pranzo e andai a prendere l’autobus per Magdalena. Mentre aspettavo alla fermata, mi sentivo euforica, non riuscivo a smettere di parlare, ero fuori di me, ma all’improvviso mi fermai, avevo una spiacevole sensazione nello stomaco, e capii che questo è il potere. Ci si sente così quando si ha potere. Questa è la droga con cui le persone vengono comprate e per la quale vendono la loro anima. E Sheela controllava il suo gruppo dando o togliendo questo potere. Io credo che, come tutte le sostanze stupefacenti, il potere intossichi e distrugga la consapevolezza di chi ne fa uso. In chi medita questo desiderio di potere non affiora, eppure tutte le persone che si erano raccolte in quella vallata, per dare vita a una Comune fondata sulla meditazione, avevano piano piano stranamente delegato ogni potere a Sheela, che alla fine si ritrovò a dominare tutta la Comune. Fu un recedere spontaneo da un lato, e un fagocitare tutto dall’altro: la maggior parte di coloro che vivevano a Rajneeshpuram erano lì per stare vicine a Osho: sentirsi in sua presenza alimentava in loro un ricordo spontaneo di sé, che risultava più vitale dell’aria stessa. Dall’altra parte c’era l’evidente ostilità che il nostro essere così ‘diversi’ sollevava negli oregoniani. In mezzo si pose Sheela, che si sentì necessaria, e fu poi viavia confermata in questo suo ruolo proprio dalla minaccia che incombeva su di noi di essere cacciati da quell’oasi nascente. Fu una lezione di vita. Credo infatti che gli eventi, in seguito, dimostrarono come sia più facile delegare la vita pratica e le decisioni che questa comporta a un gruppo dirigente che si struttura come organizzazionee impone codici e regole di comportamento. Essere individui significa anche assumersi responsabilità rispetto al contesto in cui si vive. È in questa responsabilità che si è liberi… e la responsabilità richiede una certa maturità.

In retrospettiva, posso dire che allora non eravamo pronti ad assumerci la responsabilità di noi stessi e in seguito divenne chiaro che questa era la lezione che dovevamo imparare. “Quando non ci sarò più, ricordatemi come un uomo che vi ha dato libertà e individualità”, avrebbe poi detto Osho. E posso dire che ce le ha date, le ha date veramente. La libertà di essere me stessa era cominciata anni prima, con la ricerca del mio essere, e finora aveva significato attraversare tutti gli strati delle false personalità che mi separavano dal mio centro più intimo. L’individualità fu un passo successivo; infatti essa affiora con il coraggio di esprimere ciò che si sente, anche se questo significa essere diversi da tutti gli altri. La mia individualità può fiorire solo quando riesco ad accettare mestessa e dire: “Sì, questa sono io. Io sono così.” Senza alcun giudizio.

Benché la nostra casa fosse sorvegliata ventiquattr’ore al giorno dalle guardie di Sheela che stazionavano nella torretta, tutti coloro che vi abitavano facevano turni di guardia durante la notte. Dovevamo alzarci e vestirci – vestirci di tutto punto, perché a volte la temperatura scendeva sotto zero e spesso pioveva o nevicava – e poi camminare intorno alla casa con una radio trasmittente. Era buio pesto, il terreno era scivoloso e io avevo paura. Di solito mi arrampicavo sul pendio che si trovava dietro la piscina, mi intrufolavo tra i bambù, saltavo il piccoloruscello che faceva strani suoni nella notte;molto spesso, a questo punto,la trasmittente emetteva un forte rumore statico. Con il cuore che mi batteva forte, irrigidita come un cadavere, me ne stavo lì con gli occhi fissi nel buio e un grido silenzioso bloccato in gola. Sentivamo che la nostra presenza dava in qualche modo fastidio. Sheela si voleva vendicare, semplicemente perché era gelosa del nostro essere vicini a Osho, e quella gelosia sarebbe cresciuta a dismisura. Ci accorgemmo, ad esempio, che di tanto in tanto mandava uno dei suoi lavoratori a cambiare la serratura di qualche porta, per cui dovevamo assicurarci che non entrasse in casa senza che noi lo sapessimo. Perché non accadesse, ogni volta Vivek mandava Asheesh nel negozio di ferramenta della Comune a rubare (non c’era altra soluzione) un fermaporta da fissare all’interno per impedire un eventuale accesso. Fu questa precauzione a salvare la vita di Vivek la volta in cui Sheela mandò quattro persone che appartenevano al suo gruppo, armate di cloroformio e di una siringa di veleno. Rafia, il ragazzo di Vivek, quella notte era stato allontanato dal Ranch con una scusa e il tentativo d’omicidio fallì solo perché non riuscirono a entrare in casa.

Ma all’epoca nessuno sospettò nulla; venimmo a conoscenza di questa e di altre incredibili verità molto tempo dopo la fuga di Sheela, quando alcuni componenti della sua banda vennero interrogati dall’FBI. Nel giugno del 1984 ricevetti una telefonata di Sheela. Era fuori di sée parlava così forte che dovevo tenere la cornetta a mezzo metro di distanza: “Tombola, abbiamo fatto tombola,” urlava eccitatissima. Pensai che si trattasse di una notizia meravigliosa e le chiesi cos’era successo. Rispose che avevano scoperto che Devaraj, Devageet e Ashu,l’infermiera che lo aiutava, avevano un’infezione agli occhi, la congiuntivite. “E questo prova,” continuò gelida, “che sono dei luridi maiali e non possiamo permettere che si prendano cura di Osho.”Misi giù il telefono pensando: “Mio Dio, questa donna è completamente impazzita…”.Sull’onda di quella notizia, Sheela volle che Puja esaminasse gli occhi di Osho. Puja, che noi soprannominavamo amorevolmente ‘dottoressa Mengele’, non piaceva a nessuno, e nessuno si fidava di lei. C’era qualcosache non andava nel suo volto grassoccio dal colorito scuro e nei suoi occhi, simili a due piccole fessure, sempre nascosti dietro a un paio di occhiali da sole. Quando dissi a Osho che Sheela voleva mandare Puja per esaminarlo,lui rispose che la sola cosa da fare era isolare i malati; una visita era del tutto inutile. Sheela insistette affinché tutti coloro che abitavano nella casa di Osho si facessero controllare gli occhi; così tutti, eccetto Nirupa che rimase a prendersi cura di Osho, andammo al centro medico…e forse non ci crederete,ma avevamo tutti la congiuntivite. Allora fummo riuniti in una stanza–Devaraj,Devageet,Vivek e io – e letteralmente circondati da dodici persone fedeli a Sheela. C’era anche Savita, la donna che avevo incontrato anni prima in Inghilterra, ora a capo della sezione contabilità. Fu un vero e proprio processo inquisitorio: ciascuno aveva qualcosa di orribile da dirci, frutto di pensieri velenosi rimuginati da sempre, e che ora finalmente poteva vomitarci addosso.Fu così terribile, che arrivai a pensare: “Se Osho dovesse morire prima di me, io mi suicido sicuramente!” Ma non c’era scampo. Savita insisteva nel ripetere che a volte l’amore è duro, non è sempre rose e fiori e che la situazione rivelava semplicemente la nostra incapacità a prenderci cura di Osho: come avevamo potuto sottoporlo al rischio di una malattia così grave?

Mi resi conto inoltre che quelle persone parlavano di Osho come se non sapesse ciò che faceva e avesse bisogno di qualcuno che pensasse perlui a tutti i livelli. Noi non sentivamo alcun sintomo di quella malattia che ci veniva contestata,ma nessuno voleva o poteva mettere in discussione i risultati delle analisi. Venimmo messi in isolamento. Ma il giorno dopo Osho aveva mal di denti e chiese che Devaraj, Devageet e Ashu andassero da lui. Sheela insistette per mandare il suo medico e dentista, ma Osho rifiutò, disse che voleva la sua gente, anche se era rischioso. Così tutti e tre tornarono a Lao Tzu, dove vennero disinfettati per bene, prima di ottenere il permesso di occuparsi di Osho. Nel frattempo, l’intera Comune dovette fare il test per la ‘finta malattia’,così la definì Osho, e i risultati rivelarono che ce l’avevano tutti. In quei giorni il centro medico straripava di gente, non era rimasto nessuno a prendersi cura della Comune. Per fortuna, si scoprì di cosa sitrattava: uno dei dottori, infatti, parlò con un oculista e venne a sapereche le analisi avevano rilevato negli occhi di tutti, semplicemente dei puntini sulla cornea, molto comuni per chiunque viva in un clima secco e polveroso come era il nostro. Dopo tre giorni ci fu permesso di tornare a casa. Mentre risalivamo la strada, rimasi sconvolta nel vedere che tutte le nostre cose erano state buttate sul prato e sul viottolo antistanti. Per ordine di Sheela, una squadra addetta alle pulizie, aveva messo sottosopra tutta la casa e buttato fuori tutti i nostri vestiti e oggetti personali, con la scusa che erano contaminati. Non era finita. Ci spruzzarono con alcool denaturato, poi fummo sottoposti a un nuovo interrogatorio. Questa volta vollero registrare ogni cosa,in modo da poter fare a Sheela un rapporto preciso nei minimi dettagli. Era decisamente troppo, eVivek andò direttamente da Osho a dirgli cosa stava succedendo. Quando tornò poco dopo, dicendo che Osho voleva che quella buffonata finisse e che ciascuno tornasse a casa propria, nessuno le credette. Era come cercare di richiamare i cani da caccia dopoche hanno fiutato una tana. Accusarono Vivek di mentire, ma noi tutti ci alzammo e ce ne andammo lasciando quelle persone lì, da sole, sedute senza sapere cosa fare, mentre Patipada, un altro dei personaggi che facevano parte del gruppo di Sheela, gridava e imprecava al registratore, visto che non c’era più nessuno contro cui urlare!

Il giorno dopo Osho organizzò un meeting nella sua stanza con noi della casa, al quale furono invitati anche Savita, Sheela e alcuni dei suoi seguaci. In quell’occasione ci disse senza mezzi termini che, se non avessimo imparato a vivere in armonia, avrebbe lasciato il corpo il 6 diluglio. C’erano fin troppi conflitti all’esterno della Comune, non c’era affatto bisogno anche di lotte intestine. E in quell’occasione parlò anche dell’abuso di potere. Alcuni giorni dopo, Osho comunicò una lista di ventuno persone chevivevano nella Comune, dichiarandole illuminate. Il fatto fece veramente scalpore!Ma non era finita. Subito dopo istituì tre comitati (o ‘sanda’) formati da‘Sambuddha’, ‘Mahasattva’ e ‘Bodhisattva’. Queste erano le persone che avrebbero gestito la Comune, se a lui fosse accaduto qualcosa. Sheela non compariva in nessuna di quelle liste, e non c’era nemmeno uno dei suoi seguaci. Facendo questo, Osho aveva tolto a Sheela ogni possibilità di diventare il suo successore. In pratica non aveva più alcun potere effettivo.

Aquesto punto, per darvi un’idea di come vive e lavora un mistico, vorrei raccontarvi un episodio. Un giorno ero in macchina con Osho e all’interno dell’abitacolo una mosca ronzava fastidiosamente sopra le nostre teste. Io iniziai a sbracciarmi nel tentativo di afferrarla. Quando ci fermammo a un incrocio,mi voltai e presi a dare colpi su colpi sui sedili e sui finestrini, senza riuscire a colpirla. In tutto questo tempo Osho era rimasto seduto immobile, guardando fisso davanti a sé, per nulla disturbato dal mio inutile affannarmi. A un certo punto, senza neppure girare la testa, né muovere gli occhi,spinse con calma il bottone del comando automatico e fece scendere il finestrino dalla sua parte; poi rimase in attesa, seduto in silenzio. Quando la mosca gli volò vicino, fece un semplice gesto e quella volò fuori. Poi, fece risalire il finestrino.Tutto questo senza mai togliere lo sguardo dalla strada, né dire nulla.Così Zen e così aggraziato!

La stessa cosa fece con Sheela. Con eleganza attese che uscisse di scena. In fondo era ancora il suo Maestro, l’amava e si fidava del buddha che è in lei. Certo, posso dire che Osho si fidava di Sheela: per quindici anni l’ho osservato da vicino, e ho visto che lui è pura fiducia. È forse difficile da comprendere, ma esseri come Osho vivono immersi in una fiducia totale; anche il modo in cui è morto rivela la sua fiducia completa nell’esistenza. Una volta gli ho chiesto che differenza c’era tra una persona che ha fiducia e una ingenua, e lui ha spiegato che essere ingenui è segno di ignoranza,mentre aver fiducia è segno di intelligenza: “Entrambi verranno ingannati, entrambi verranno disillusi; ma la persona ingenua si sentirà ingannata, imbrogliata, andrà su tutte le furie e inizierà a diffidare della gente. La sua ingenuità prima o poi diventerà sfiducia. Anche la persona che ha fiducia verrà ingannata e disillusa, ma non si sentirà ferita. Sentirà solo compassione verso coloro che l’hanno imbrogliata,che l’hanno disillusa, e non perderà la sua fiducia. La sua fiducia continuerà a crescere malgrado tutti gli inganni. La sua fiducia non diventerà mai sfiducia nei confronti dell’umanità. All’inizio sembrano simili. Ma alla fine l’ingenuità si trasforma in sfiducia,mentre la fiducia diventa sempre più salda, più compassionevole,più comprensiva verso le debolezze e la fragilità umane. La fiducia è talmente preziosa che si è disposti a perdere qualsiasi altra cosa, ma non la fiducia stessa.” (da Beyond Enlightenment)

Mi sono spesso chiesta se Osho fosse in grado di vedere il futuro. Infatti,se io a volte ho intravisto scorci di eventi, prima che si verificassero,credo che lui potesse vedere l’intero film della vita. Ma devo dire che, come io l’ho compreso, tutto il suo insegnamento consiste nell’essere nel momento. Questo momento è tutto.“A chi può mai interessare il futuro? Io vivo ADESSO.”Un giorno Vivek andò a Jesus Grove per un incontro con Sheela. Dopo aver bevuto una tazza di tè, si sentì male e Sheela la riportò a casa. Le vidi da una finestra della mia lavanderia: Sheela sorreggeva Vivek che quasi non riusciva a camminare. Devaraj la visitò: il suo polso era salito a centosessanta-centosettanta battiti al minuto, e anche il cuore funzionava in maniera anormale.

Alcuni giorni dopo Osho ruppe il silenzio che durava da tre anni emezzo, e cominciò a tenere discorsi nel soggiorno della sua casa. C’era posto per una cinquantina di persone, per cui fu organizzato un sistema di rotazione, ma i discorsi venivano registrati, e il video veniva mostratola sera dopo a tutta la Comune in Rajneesh Mandir. Parlò di ribellione, contrapponendola all’obbedienza, di libertà e diresponsabilità e chiarì perfino che non ci avrebbe mai lasciati nelle mani di  un regime fascista. Disse che finalmente poteva parlare a persone in grado di accettare quelloche aveva da dire; per trent’anni aveva dovuto camuffare il suo messaggio nascondendolo tra i sutra di Buddha, di Mahavira, di Gesù e di tanti altri; adesso avrebbe detto la verità nuda e cruda sulle religioni. Iniziò smascherando le tante bugie che – disse – i preti avevano inventato per tenere l’umanità in schiavitù. Dichiarò con enfasi che non era per nulla necessaria una nascita prodigiosa, ad esempio da madre vergine, per illuminarsi: “…Io sono solo un uomo normale come voi, con tutte le mie debolezze e tutte le mie fragilità. Devo continuamente sottolinearlo, perché avete la tendenza a dimenticarlo. E perché continuo a sottolinearlo?Perché possiate capire una cosa estremamente significativa:se un uomo normale, del tutto simile a voi, può essere illuminato, anche per voi non c’è alcun problema. Anche voi potete illuminarvi…”.“Io non vi ho fatto nessuna promessa… non vi ho dato nessun incentivo…nessuna garanzia.Non mi assumo nessuna responsabilità per conto vostro, perché vi rispetto. Se mi assumessi le vostre responsabilità, voi diventereste degli schiavi. Allora io sarei il capo e voi i seguaci. Noi siamo compagni di viaggio.Voi non siete dietro di me, ma accanto a me, mi siete al fianco. Io non sono più in alto di voi, sono uno di voi. Non mi attribuisco alcuna superiorità,né poteri straordinari. Riuscite a capire? Rendervi responsabili della vostra vita significa darvi la libertà. La libertà è un grande rischio… nessuno vuole veramente essere libero…sono solo chiacchiere. Tutti vogliono essere dipendenti, tutti vogliono che qualcun altro si assuma le loro responsabilità. Quando sei libero, sei responsabile di ogni azione, di ogni pensiero, di ogni movimento. Non puoi gettare la responsabilità su nessun altro.”

Mi ricordo che una volta, in una situazione particolarmente caotica,Vivek era molto nervosa e Osho mi disse con un’espressione leggermente sorpresa: “Come sei calma!”. Gli risposi che lo ero perché lui mi stava aiutando. Non disse niente,ma ebbi la netta sensazione che le mie parole si fossero congelate nell’aria, per poi ricadere pesantemente ai miei piedi. Non ero riuscita a prendermi neppure la responsabilità della mia serenità. Osho doveva esserne la causa! Qualche giorno dopo, Osho mi chiese come andava la Comune. Era la stessa domanda che mi aveva fatto anni prima, quando era in silenzio. Gli risposi: “Adesso che hai ripreso a parlare mi sento nella tua Comune. Non mi sento più nella Comune di Sheela.” Ed era vero,non solo per me. Sheela stava perdendo la sua popolarità. Non era più l’unica persona a vedere Osho, adesso lo vedevamo tutti; non solo, ora tutti gli potevamo fare delle domande per il discorso. E ciò che Osho diceva stava aprendogli occhi delle persone.Parlava delle religioni, ma in particolare pose la sua attenzione sul cristianesimo,dicendo cose veramente dissacranti, anche per quanti lo avevano ascoltato per anni. Adesso diceva veramente pane al pane e vino al vino! Sono convinta che furono proprio quei discorsi a mettere definitivamente a disagio i cuori dei cristiani fondamentalisti, scatenando il panico espingendo il governo americano a ‘fare qualcosa’ per porre fine a quella provocazione vivente; non fu certo il suo visto turistico irregolare la causa di quanto stava per accadere.

In quel periodo tuttavia qualcun altro si sentiva disturbato dal fatto che Osho avesse ripreso a parlare. Un giorno Sheela indisse un’assemblea di tutta la Comune nell’auditorio. Vivek sospettava che avrebbe tentato qualcosa per far smettere Osho di parlare, per cui facemmo un piano:alcuni di noi si sarebbero sparpagliati per l’auditorio e insieme ci saremmo messi a gridare: “Osho deve continuare a parlare.” In questo modo,tutti avrebbero capito quello che stava succedendo e avrebbero intonato il nostro slogan: “Osho deve continuare a parlare.”Io ero seduta in fondo alla sala con il registratore acceso sotto la giacca,volevo raccogliere accuratamente tutto ciò che veniva detto. Sheela iniziò dicendo che, con il festival alle porte, c’era tantissimo lavoro da fare, inoltre c’erano parecchi ‘lavori arretrati,’ per cui sarebbe stato impossibile far fronte a tutto, e in più andare al discorso… mi sembrò che fosse giunto il momento e gridai a squarciagola: “Osho deve continuarea parlare! Osho deve continuare a parlare!”.Silenzio. Dove erano finiti i miei compagni anarchici?“ Osho deve continuare a parlare!”, continuai a gridare, mentre in molti cominciavano a voltarsi per vedere chi era l’idiota che disturbava l’assemblea.Vidi le loro facce incredule: Chetana, Chetana? Ma come, lei di solito è così calma! Deve essere impazzita. Anch’io ero stupita: tutti sapevano che non esistevano lavori arretrati,eppure nessuno capiva dove Sheela volesse andare a parare… in breve, l’assemblea divenne un caos di opinioni, e alla fine si optò per un compromesso. Per assurdo, Osho ha sempre ripetuto di non fare mai compromessi, ma noi, senza saperlo, cademmo nella trappola: si decise che Osho avrebbe parlato ogni sera ad alcune persone, mentre il video sarebbe andatoin onda dopo cena, alla fine di un orario di lavoro fissato in dodici ore. Ovviamente, anche il più devoto dei discepoli si sarebbe addormentato. Quindi, non solo nessuno riusciva ad ascoltare ciò che diceva, ma ci si sentiva in colpa per aver accettato quel compromesso e non riuscire a stare svegli!

Qualche giorno dopo, Vivek e Osho, durante il solito giro in macchina per il Ranch videro un gruppo di persone che raccoglieva rami secchi e pietre in un torrente.“Cosa stanno facendo?” chiese Osho.“Sono i ‘lavori arretrati’” rispose Vivek. In quei giorni la ricerca di fantomatici ‘lavori arretrati’ divenne una barzelletta. Proprio in quei giorni Osho si ammalò molto gravemente e dovemmo chiamare uno specialista che si prendesse cura di lui. Aveva un’infezioneall’orecchio e il dolore lancinante durò per sei settimane. Il discorso e il drive-by vennero sospesi. Da un anno circa avevo cambiato lavoro: mi occupavo del giardino,mentre Vivek aveva preso in carica la lavanderia. Malgrado tutto,anch’io avevo avuto i miei traumi e le mie difficoltà, per cui lavorare con le piante e gli alberi fu una grande consolazione. La casa di Osho era ormai circondata da centinaia di alberi: pini, abetie sequoie erano stati piantati nel giardino e alcuni erano già alti più di venti metri. Proprio sotto la sua finestra era stata creata una cascata che aggirava la piscina, e ricadeva in un laghetto circondato da salici piangenti. Si vedevano ciliegi in fiore, alte erbe tipiche della Pampa, bambù, piante di forsitia gialle e alberi di magnolia sui due lati del ruscello. Proprio davanti alla finestra della sala da pranzo di Osho c’era un roseto, e nel patio dove era parcheggiata la sua macchina c’era una fontana, con al centro una statua del Buddha, di dimensioni naturali. Una fila di pioppi costeggiava la strada fino a raggiungere un boschetto di betulle argentate.Il prato ormai era verde e rigoglioso e le colline circostanti erano piene di fiori selvatici. Nel giardino c’erano trecento pavoni che danzavano alla luce del sole con i loro colori psichedelici. Sei erano completamente bianchi ed era noi più impertinenti. Si mettevano davanti alla macchina di Osho e facevanola ruota, quasi fossero dei giganteschi fiocchi di neve, e non lo lasciavano passare. A Osho è sempre piaciuto vivere in giardini pieni di uccelli e animali stupendi. Aveva sempre voluto creare un parco per i cervi a Rajneeshpurame ci aveva consigliato di coltivare l’alfalfa, un’erba dicui i cervi sono molto ghiotti, per attirarli lontano dai cacciatori. Ci raccontò di un posto in India che visitava spesso, nei pressi di una cascata, dove la notte centinaia di cervi si radunavano per andare abere al lago. “E i loro occhi brillavano come mille fiammelle che danzavano nel buio.” In fondo al giardino, prima del laghetto di Basho, dove da una parte del ponte vivevano i cigni neri e dall’altra i cigni bianchi, c’era il garage,con le famose novantasei Rolls Royce. In India, l’unica Mercedes di Osho era bastata a provocare un gran chiasso, in America ci volleroquasi cento Rolls Royce per ottenere lo stesso effetto. Per molte persone, queste auto erano una vera e propria barriera che impediva loro di avvicinarsi a Osho: non riuscivano a vedere al di là delle macchine. Si dice che i Maestri Sufi assumano sempre nuovi travestimenti, per poter continuare il loro lavoro senza venir riconosciuti e non perdere tempo con coloro che non sono veri ricercatori. “Io di certo non avevo bisogno di novantasei Rolls Royce. Non potevo usare novantasei Rolls Royce contemporaneamente – lo stesso modello,la stessa macchina. Ma volevo che fosse chiaro a tutti voi che sareste disposti ad abbandonare i vostri desideri di verità, amore e crescitaspirituale per avere una Rolls Royce. Stavo consapevolmente creando una situazione in cui vi sareste sentiti gelosi. La funzione del Maestro è molto strana. Deve aiutarvi a capire come funziona la struttura interiore della vostra consapevolezza: trabocca di gelosia.…Quelle auto hanno svolto la loro funzione. Hanno creato gelosia in tutta l’America, in tutti i super ricchi. Se fossero stati intelligenti, invece di diventare miei nemici, sarebbero venuti da me per trovare un sistema che li aiutasse a liberarsi dalla loro gelosia, perché quello è il loro vero problema. La gelosia è un fuoco che vi consuma, e vi consuma totalmente.” (da Beyond Psychology)“

Tutto quello che ho fatto nella mia vita ha uno scopo. È un trucco per portare alla luce cose che sono nascoste dentro di voi e di cui non siete consapevoli.” – Osho.

Finalmente ebbe inizio la quarta celebrazione mondiale e Osho vennea meditare con noi in Rajneesh Mandir, il grande auditorio costruito nella vallata che avevamo riportato in vita. Devaraj leggeva alcuni brani scelti dai libri di Osho, intercalati da musica.Era il 6 luglio, il giorno del Maestro; io era seduta nell’auditorio, e mi sentivo malissimo. Mi rimproverai: ero seduta di fronte a Osho e questo era un giorno di celebrazione… e allora cosa mi stava succedendo? Quando la celebrazione terminò, io e Maneesha aspettammo Devaraj in macchina. Mi sentivo male, per cui mi slacciai i bottoni del vestito e misi la testa tra le ginocchia. Aspettammo fino a che non rimase nessuno,eppure Devaraj non arrivava ancora. Avevamo solo visto un’ambulanzache ci sfrecciava davanti. Maneesha guidò verso casa e mentre camminavamo lungo il viottolo,qualcuno corse verso di noi dicendoci che durante la celebrazione avevano iniettato del veleno a Devaraj, e stava morendo. La mia mente andava a mille: com’era possibile che qualcuno fosse venuto a Rajneeshpuram per uccidere Devaraj? E come poteva un simile maniaco aver avuto il permesso di entrare nell’auditorio? Immaginavo un gruppo di gente sul tipo di Charles Manson, in giubbotti dipelle nera e catene. Il mio mondo era completamente sottosopra. Le strutture mediche costruite per Osho furono usate per analizzare il sangue di Devaraj e sentii con le mie orecchie i dottori dire: “Clinicamente quest’uomo dovrebbe essere già morto.”Devaraj venne portato d’urgenza, in aereo, al centro di rianimazione del più vicino ospedale. Tossiva sangue, segno che il cuore era molto debole e che aveva un edema polmonare.Solo ventiquattro ore dopo ricevemmo la notizia che ce l’avrebbe fatta. Quel pomeriggio ero con Maneesha vicino al laghetto di Basho per salutare Osho al drive-by. Prima che arrivasse la sua auto, Sheela, Vidya,Savita e Shanti Bhadra passarono in macchina. Tutte e quattro si sporsero dal finestrino e ci fissarono in modo provocatorio. Fu un momento molto strano che è rimasto impresso per sempre nella mia mente. Fermarono la macchina e ci fissarono, poi chiamaronoTaru (l’enorme, grassaTaru che per anni aveva cantato i sutra in hindi per Osho) e le chiesero qualcosa. Più tardi scoprii che le avevano chiesto se aveva visto qualcosa durante la celebrazione della mattina. In verità Taru aveva notato qualcosa, come venne alla luce più tardi. Aveva visto il forellino lasciato da una iniezione nella schiena di Devaraj e lui le aveva detto, prima di svenire, che era stata Shanti Bhadra a fargliela. Taru ovviamente non disse niente a quel gruppo di potenziali assassine,perché aveva paura per la sua stessa vita. Girò la voce che Shanti Bhadra, la prima aiutante di Sheela, avesse tentato di uccidere Devaraj, ma la cosa venne subito smentita. Mi dissero che Devaraj era confuso e molto malato, forse aveva addirittura un tumore al cervello. Nessuno era pronto a credere a una storia tanto terribile, cioè che una sannyasin lo avesse deliberatamente avvelenato, e Devaraj, invece di gridarlo a tutti, inclusi i dottori che lo curavano all’ospedale, era stato abbastanza consapevole da vedere chiaramente quali sarebbero state le implicazioni: la polizia avrebbe invaso la Comune. La tensione con le strutture governative non si era affatto allentata: giravano già voci allarmanti,confermate poi ufficialmente, che la guardia nazionale era tenuta in stato di preallarme, in attesa dell’ordine di attaccare la Comune. Devaraj temeva di ricevere il colpo di grazia mentre era in ospedale, e comunque era consapevole del fatto che se fosse sopravvissuto sarebbe dovuto tornare a Rajneeshpuram. Decise quindi di parlare solo con Maneesha, Vivek e Devageet, i quali decisero di mantenere il silenzio fino a quando non avessero avuto delle prove. Alcuni di noi stentavanoa credere alle sue dichiarazioni, pensavano che avesse perso le facoltà mentali. Per cui fu lasciato completamente esposto alla possibilitàdi un altro attacco, eppure continuò a vivere giorno per giorno, come se fosse tutto normale. Immaginate quanta fiducia aveva Devaraj, circondato da una parte dai suoi amici che pensavano fosse impazzito e dall’altra da un gruppo di persone che avevano cercato di ucciderlo, e potevano provarci ancora!

Lo stesso giorno in cui Devaraj tornò dall’ospedale, Osho incominciò a tenere conferenze stampa a Jesus Grove, un lungo bungalow in cui vivevano Sheela e la sua banda. Fu allestita una sala, a temperatura bassissima,il solo ambiente in cui Osho si trovasse a proprio agio. Qui si intratteneva con i giornalisti che non tardarono ad arrivare da ogni parte del mondo. Qualcosa di lui, infatti, aveva fortemente attecchito nella mente occidentale e il silenzio di cui si era circondato per tanto tempo aveva aumentato l’interesse. Con questa semplice mossa, i riflettori si spensero su Sheela e le sue idee di grandezza: non c’era più dubbio su chi fosse il vero Maestro, in quel posto. Tutti potevano constatarlo con i propri occhi. E potevano vedere la diversa attitudine con cui Osho interagiva con le persone:quando arrivava e quando lasciava Jesus Grove, veniva accompagnato da musicisti, e al suono di quella musica lui ballava con le persone che affollavano il corridoio e il viottolo che portava alla casa. Anche in Mandir Osho ballava con i discepoli: invitava le persone asalire sul podio e a danzare con lui. Non solo: in quello stesso periodo iniziò a far visita ai diversi dipartimenti della città, agli uffici, al centro medico, andò perfino in discoteca. Fece vedere che non era un dio, remoto e inaccessibile: “Sono un comune essere umano, semplice e ordinario, proprio come voi.”Devo tuttavia ammettere che per me era molto difficile vedere Osho come un uomo normale. Solo dopo che ha lasciato il corpo, sono stata inondata dai ricordi di quanto fosse umano e ordinario. Solo allora, visto che non potevo più dipendere da lui, mi sono risultate evidenti la sua umiltà e la sua fragilità.A quei tempi lo vedevo veramente come un dio,e in questo modo potevo permettermi di non assumermi alcuna responsabilità rispetto alla mia illuminazione; la mia realizzazione, l’impegno verso me stessa, erano tanto lontani quanto immaginavo lo fosse lui dai comuni mortali… per questo ho potuto continuare a russare e a sognare,fino all’estremo degli estremi!

Il Festival era finito, ed era passata l’estate. Devaraj stava meglio. Sheela all’improvviso decise di andarsene dalla Comune per qualche settimana.Visitò tutti i Centri in Europa e in Australia; di fatto andò in giro per avere conferma della sua immagine, toccando i luoghi in cui era ancora una star. Ma c’era un senso di disagio in lei e scrisse a Osho di non sentirsi più ‘eccitata’ all’idea di tornare a Rajneeshpuram.Venerdì 13 settembre 1985 Osho, durante il discorso, rispose pubblicamente alla sua lettera:“Forse non ne è consapevole, e questa è la situazione di tutti – Sheela non riesce a capire come mai qui non si sente più eccitata. Accade perché io ho ripreso a parlare e lei non è più al centro dell’attenzione. Non è più una celebrità. Quando io vi parlo, non c’è più bisogno di lei come mediatrice per informarvi di quello che penso. Adesso che parlo con la stampa e con i giornalisti della radio e della televisione, lei è caduta nell’ombra. E per tre anni e mezzo è stata sotto la luce dei riflettori,perché io ero in silenzio.Può non esserle chiaro perché non si sente eccitata quando viene qui,mentre si sente felice in Europa. In Europa è ancora una celebrità: programmi televisivi, interviste alla radio, coi giornali, qui invece tutto ciò è sparito dalla sua vita. Se riuscite a comportarvi così stupidamente,in modo così inconsapevole, perfino quando io sono qui, nel momento in cui non ci sarò più creerete ogni sorta di politica, di conflitti.Ma allora qual è la differenza fra voi e il mondo esterno? In questo caso tutto il mio sforzo è stato inutile. Voglio che vi comportiate veramente come un ‘uomo nuovo’. Ho mandato a Sheela un messaggio,spiegandole che il motivo è questo: ‘Per cui, pensaci e fammi sapere. Se vuoi che io smetta di parlare solo perché tu possa sentirti eccitata, posso smettere di parlare.’Per me non è un problema. In effetti è un fastidio. Vi parlo per cinque ore al giorno e questo crea infelicità nella sua mente. Lasciamole fare il suo show, io posso tornare a stare in silenzio. Ma questo indica che nel profondo, coloro che hanno il potere non vogliono che io rimanga vivo, perché fino a quando io sono qui, non è possibile alcun gioco di potere. Forse quelle persone non ne sono consapevoli, ma le situazioni portano a galla i vostri giochi di potere.”Il giorno dopo, Sheela tornò in tutta fretta a Rajneeshpuram e la sera stessa, con circa quindici dei suoi seguaci, salì a bordo di un aereo privato,e volò via dalla Comune, dall’America e dalle nostre vite. La partenza di Sheela non mi rese felice. Mi sentivo preoccupata e triste.Significava che aveva lasciato Osho. Ma perché?

Ben presto cominciai a scoprirlo, man mano che i residenti della Comune rivelarono storie di maltrattamenti e ricatti: all’interno della Comune aveva commesso malversazioni di ogni sorta, ma non si era fermata lì. Nell’intera contea aveva tirato fila diaboliche che andavano dalle intercettazioni telefoniche al tentato omicidio, arrivando perfino ad avvelenare la riserva d’acqua di una città vicina. Non appena ne venne a conoscenza, Osho chiamò immediatamentel’FBI e la CIA perché investigassero. Immediatamente arrivarono agenti e ufficiali. Si sistemarono nella casa più grande del Ranch e lì interrogarono tutti. Ma non interrogarono mai Osho, anche se vennero presi parecchi appuntamenti; ogni volta i funzionari li cancellavano.In quei giorni venni a sapere che anch’io, in un certo senso, ero iscritta in una sorta di lista nera: Sheela faceva girar voce che fossi una spia e che non mi si doveva parlare: sinceramente, io non mi ero mai accortadi nulla! Alle guardie poste sulla torretta di fronte alla nostra casa, ad esempio, era stato detto di non socializzare troppo con noi, perché forse un giorno avrebbero dovuto spararci addosso. Istintivamente ero sempre stata attenta al telefono, per cui non fui molto sorpresa alla notizia che i nostri telefoni erano sotto controllo.Rimasi invece di sasso quando venni a sapere che c’erano dei microfoni nella stanza di Osho. La notizia di quegli eventi fece il giro del mondo e un centinaio di giornalisti vennero a Rajneeshpuram, rimanendovi per alcune settimane.

Quella fu la prima e unica volta in cui mi fece piacere averli intorno:sentivo che solo loro, in un certo senso, ci proteggevano. Non fosse altro diffondendo le notizie sulla nostra realtà,mostrando le immagini di cosa fosse la Comune, la gente che ci viveva: in questo modo la gente poteva vedere che il cuore del nostro progetto era sano, normale, per nulla legato ai giochi di potere che qualcuno aveva tentato, dando comunquee sicuramente una piega catastrofica alle buone intenzioni di fondo. Ero talmente scioccata da non rendermi conto del pericolo che adesso correvano Osho e la nostra Comune. In verità, il governo colse subito l’occasione per mettere in atto ciò che aveva sempre cercato di fare, e cioè disperderci, mandarci via, far sciogliere la Comune. Lo rivelò senza mezze misure Charles Turner, il procuratore generale americano per lo Stato dell’Oregon, alcuni mesi dopo, a un giornalista che gli chiedeva come mai Bhagwan Shree Rajneesh (i.e. Osho)non era stato accusato di alcun crimine. Lui rispose che non esistevano prove che Bhagwan avesse commesso qualche crimine, e che difatto l’obiettivo principale del governo era sempre stato quello didistruggere la Comune.Perché?

La nostra Comune, dove lavoravamo dalle dodici alle quattordici ore al giorno e poi celebravamo tutti insieme dopo cena, e ballavamola notte in discoteca, e che danze! C’era un’energia veramente alta e selvaggia, non come nelle comuni discoteche dove sono stata, e dovela gente va solo per vedere e essere vista. L’atmosfera a Rajneeshpuram era viva, vitale e felice. Per esempio, gli autobus. Ogni volta che prendevo un autobus non potevo fare a meno di paragonarlo a uno di quelli di Londra, carico di gente dai volti tristi che si lamentano per il traffico o il prezzo del biglietto;strillano contro il conducente, spingono, danno gomitate…per non parlare del vecchio pervertito che ti tocca il seno prima di scendere. A Rajneeshpuram,quando scendevo dall’autobus, mi sentivo sempre euforica perché, tanto per cominciare, l’autista si divertiva veramente a fare quel lavoro! Guidava al ritmo di una musica e salutava tutti quelli che salivano. I passeggeri ridevano, si divertivano ed era un’opportunità per incontrare qualcuno che non si vedeva da tempo.In effetti, guardando in retrospettiva quella nostra città, ho sempre avutol’impressione che fossimo bambini che giocavamo a fare i pompieri, i camionisti, i contadini, i negozianti. Non l’abbiamomai presa seriamente,da persone adulte; però eravamo sinceri e pieni di vita.L’enorme mensa dovemangiavamo tutti insieme era incredibilmente viva e vibrante e il cibo era così buono che tutti tendevano a ingrassare. Quando i sannyasin lavoravano, mangiavano o danzavano insieme, l’energia era molto alta, malgrado il regime fascista instaurato da Sheela. Malgrado tutto, non posso non ammirare il fatto che, grazie alla sua incredibile energia si sia riusciti a costruire una città nel deserto; purtroppo a un certo punto ha deviato. Il potere l’ha corrotta, facendole perdere contatto con tutti gli insegnamenti di Osho e con la sua visione.Il fatto che avesse messo microfoni ovunque e registrasse tutte le comunicazioni telefoniche, mostra il livello di paranoia che aveva raggiunto. Nel suo delirio, aveva fatto costruire sotto la sua casa stanze insonorizzate,e addirittura un tunnel da cui fuggire, nel caso, sulle colline. Fu trovato anche un vero e proprio laboratorio per la produzione di veleni…qui lavorava l’infermiera ‘Mengele’!

Penso che, quando Sheela se ne andò, molti si sentirono stupidi e presi in giro. Stupidi nel vedere quante cose erano successe lì, sotto il loro naso, senza che nessuno avesse avuto il coraggio o la consapevolezzadi dire: “Ehi aspetta un momento…”. E presi in giro, perché tutti avevano lavorato tanto duramente per realizzare un sogno, una visione che ora rischiava di essere distrutta. Negli anni successivi, alcuni sannyasin avrebbero ricordato solo gli aspetti negativi, lasciando diventare sogni sbiaditi quei momenti di grande gioia, quegli attimi luminosi che avevo pur visto risplendere sui loro volti estatici. Nessuno può negare che c’eravamo divertiti a dare il nostro contributo nel tentativo di creare quell’oasi nel deserto. Altrimenti per quale altra ragione eravamo lì? Certo, ci eravamo comportati ciecamente, ma che opportunità aver vissuto quell’esperienza! Ora avremmo potuto ricominciare da capo, fortidi una nuova consapevolezza. Molti riconobbero che in quei pochi anni avevano vissuto le esperienze di molte vite.

Nel mese che seguì la partenza di Sheela, Osho parlò ai suoi discepolie ai giornalisti tre volte al giorno (dalle sette alle otto ore). Per un uomo che si autoproclamava pigro, era un’incredibile quantità di ‘lavoro’ e ovviamente si stancava molto. Osho: “È successo proprio l’altra sera: un intervistatore continuava senza sosta. Sembrava non dovesse esserci fine alle sue domande; aveva un intero libro di domande. Per fermarlo in qualche modo…erano quasi le dieci di sera, e lui mi aveva chiesto: ‘Sei d’accordo con Socrate?’ Gli ho risposto: ‘Sono assolutamente d’accordo.’ Ho dovuto alzarmi e dirgli che ero d’accordo, altrimenti l’intervista non sarebbe mai finita.A dire il vero, chi potrebbe essere d’accordo col vecchio Socrate,un omosessuale?”.Alla domanda di un altro giornalista, che gli chiese come poteva non sapere tutto quello che succedeva al Ranch, visto che era Illuminato, Osho rispose: “Essere illuminato significa che conosco me stesso,non significa che so di avere microfoni nascosti nella stanza.”(da The Last Testament)

26 settembre 1985. Ci vuole un diamante per tagliare un diamante… all’improvviso mi resi conto che quanto stava per succedere mi avrebbe fatto male. Lo capii quando Osho quel giorno nel suo discorso disse:“Oggi vorrei fare una dichiarazione estremamente importante, perché sento che forse è stato questo ad aver aiutato Sheela e la sua banda a sfruttarvi. Non so se domani sarò qui oppure no, quindi è meglio che lo faccia mentre sono qui, così vi libero da ogni altra eventualità che un simile regime fascista possa ricrearsi. Ebbene, da oggi siete liberi di usare qualsiasi colore vogliate. Se lo desiderate potete continuare a vestire di rosso, dipende da voi. Questo messaggio deve essere inviato a tutte le Comuni del mondo. Sarà più bello vedervi vestire i colori dell’arcobaleno. L’ho sempre sognato.Oggi dichiariamo che i nostri colori sono quelli dell’arcobaleno. Come seconda cosa, restituite i vostri mala, a meno che non desideriate altrimenti. È una vostra scelta, ma non sono più necessari. Restituitei vostri mala alla presidentessa Hasya. Ma se li volete tenere, teneteli:dipende da voi. Come terza cosa, da adesso in poi, chiunque vorrà essere iniziato al sannyas, non riceverà un mala e non dovrà vestirsi di rosso. In questo modo potremo impossessarci del mondo più facilmente!”.(da From Bondage to Freedom)

Queste parole di Osho avevano qualcosa di sinistro per me, ma ciò che mi spaventò di più furono gli applausi e le acclamazioni con cui furono accolte. Vidi quelle persone come una massa di idioti; acclamavano e applaudivano proprio come avevano fatto un tempo alle parole diSheela. Mi stupì tanta felicità, eppure in molti, al termine del discorso andarono nelle boutique vicine ad acquistare vestiti con i nuovi colori. Mi imbattei in Vivek, anche lei era esterrefatta da quel cambiamento, e commentò: “La prossima volta potrebbe sciogliere la Comune.”

L’8 ottobre 1985 Osho tornò sull’argomento: “…Avete applaudito perché ho dichiarato la fine dei vestiti rossi e del mala. E quando avete applaudito, non sapete quanto mi ha fatto male. Significa che siete stati degli ipocriti! Perché avete indossato vestiti rossi se lasciarli vi dà tanta gioia? Perché avete portato il mala? Appena ho detto: ‘Abbandonateli’, avete gioito. E molti tra voi sono corsi alla boutique a cambiare i loro vestiti,hanno buttato il mala. Non sapete quanto mi avete ferito con i vostri applausi e col vostro cambiamento.Ora devo dirvi un’altra cosa, e voglio proprio vedere se avete il fegatodi applaudire: adesso non c’è più neppure il Buddhafield. Per cui sevolete illuminarvi, dovete lavorare individualmente, il Buddhafield non esiste più. Non potete più dipendere dall’energia del Buddhafield per diventare illuminati. Ora battete le mani più forte che potete. BATTETE LE MANI! Siete completamente liberi ora: anche per ciò che riguarda la vostra illuminazione siete solo voi i responsabili. E io sono completamentelibero da voi. Vi siete comportati da idioti! Questa è stata un’ottima opportunità per vedere quante persone sono veramente in intimità con me. Se riuscite ad abbandonare il mala così facilmente… Perfino in casa mia, una sannyasin si è subito messa dei vestiti blu, con grande gioia. Cosa significa? Significa che quei vestiti rossi erano un peso. Bene o male, riusciva a vestirsi di rosso contro la sua volontà. Ma io non voglio che facciate niente contro la vostra volontà. Adesso non voglio neppure aiutarvi a illuminarvi, contro la vostra volontà. Siete assolutamente liberi e responsabili di voi stessi.” (da FromBondage to Freedom)

Quando gridò: “BATTETE LE MANI,” fu come se una bomba fosse esplosa; rimanemmo di ghiaccio, paralizzati. Uscii dall’auditorio distrutta, in lacrime. Mi avvicinai ai primi due amici che vidi dicendo:“Aiuto, aiuto” e andammo a bere un caffè al sole. Avevo la sensazione che avessimo tutti tradito Osho. Era come se il nostro comportamento degli ultimi quattro anni fosse culminato in quel momento. Eravamo tutti responsabili per le azioni di Sheela – la mia colpa, ad esempio, era stata di non aver mai detto nulla. No, non era sufficiente essere una persona limpida interiormente e amorevole,dovevo crescere anche in intelligenza, comprensione e avere il coraggiodi dire ciò che sentivo.

Arrivò la fine di ottobre. Una notte sognai che Osho se ne stava andando in tutta fretta. La casa era un pandemonio e io correvo per tutte le stanze, reggendo in mano una delle tuniche con cui abitualmente si vestiva. Questa tunica bianca e grigia, fu stranamente la stessa con cui venne arrestato. Savita, la partner di Sheela, era presente nel sogno e cercava di impedirmi il passaggio. Quella notte il mio inconscio deve aver captato le vibrazioni degli eventiche si sarebbero verificati. Questo può solo significare che, in qualche modo, il futuro è già nel presente.Il pomeriggio seguente mi venne riferito che Osho sarebbe andato invacanza in montagna e io l’avrei accompagnato con Mukti, la cuoca indiana, Nirupa, Devaraj, Vivek e Jayesh. Jayesh era arrivato a Rajneeshpuramsolo da alcuni mesi. Gli era bastato guardare Osho negli occhi, mentre passava in macchina, per tornare all’hotel, telefonare inCanada, dove era un uomo d’affari di grande successo, e mettere finealla sua vita laggiù. Chi non capisce ciò che accade al ricercatore spirituale che riconosce il proprio Maestro, potrebbe pensare che sia stato ipnotizzato. Jayesh è unsannyasin molto attraente e sofisticato, con un cuore amorevole e una mente acuta, in grado di trattare con successo nel mondo degli affari. Inoltre, ha uno spiccato senso dell’umorismo che si combina armoniosamentecon la sua determinazione. Fu lui che contribuì a porre le fondamenta della successiva Comune di Osho, e ho sentito molte volte Osho dire: “Senza Jayesh il lavoro sarebbestato molto difficile.” Fu Hasya a coinvolgerlo in quel lavoro: una donna affascinante e molto intelligente che veniva da Hollywood, e che Osho aveva scelto come sua nuova segretaria. Mentre ci dirigevamo all’aeroporto, il cielo si stava colorando d’arancione, alla luce del tramonto. C’erano due jet Lear che ci aspettavano, io salii su quello dove viaggiavano anche Nirupa e Mukti.Ci accalcammo ai finestrini per salutare gli amici. Dopo alcuni minuti eravamo in volo… Non sapevamo dove stavamo andando, e questo ci faceva ridere.

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