19 January 2017

Capitolo Undicesimo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

Nepal

Capitolo Undicesimo

Potevo sentire la magia del Nepal ancor prima che l’aereo atterrasse e
sussurrai: “Sto tornando a casa!”.
I funzionari dell’aeroporto erano gentili e sorridenti e le persone che
incontravamo per le strade avevano i volti più belli che avessi mai visto,
in tutto il mondo; anche se i nepalesi sono ancora più poveri degli indiani,
hanno una dignità e un portamento che affermano il contrario.
La strada per Pokhara passa attraverso una giungla lussureggiante, e
quando ci fermammo per fare pipì, mi incamminai come incantata in
un boschetto dove c’era una cascatella che formava un laghetto circondato
da rocce, con le orchidee che si attorcigliavano agli alberi come
enormi ragni e un ruscello che, misteriosamente, scompariva in una
stretta vallata. “Chetana! Chetana!” Qualcuno mi chiamava e venni
strappata da quel momento magico. Il pulmino su cui viaggiavamo, guidato
da due sannyasin nepalesi che ci erano venuti a prendere all’aeroporto,
riprese la strada che andava su e giù per le montagne, costeggiando
ordinatissime piantagioni di riso, boschetti di bambù e profonde gole
attraversate da fiumi impetuosi.
Era buio quando arrivammo alla Comune di Pokhara, quattordici ore
più tardi. Era molto buio – non c’era elettricità! Entrammo nella sala
da pranzo con una bottiglia di vodka in mano e chiedemmo se per favore
potevamo metterla in frigorifero. Forse era la prima volta che una
bottiglia di liquore entrava in quel posto. Mi guardai intorno e vidi che
i venti sannyasin che vivevano lì erano indiani o nepalesi, quasi tutti
uomini. La sala da pranzo era lunga una ventina di metri, con le pareti
e il pavimento di cemento. Era vuota, fatta eccezione per le pentole
con il cibo da un lato, e un tavolo con una sedia dall’altro, dove sedeva
Swami Yoga Chinmaya.
Era il leader e il ‘guru’ della Comune e tutti si preoccupavano che non
si entrasse nella sala dall’ingresso privato di “Swamiji”, come veniva
chiamato per rispetto. Per noi lui era come sempre Chinmaya, e lui non
fece obiezioni; ci lasciò fare quello che volevamo. Così come consentiva
che gli altri lo considerassero un guru, così accettò semplicemente
che noi lo trattassimo come una persona normale.
Chinmaya ha indubbiamente una forte presenza, simuove sempremolto
lentamente e raramente il suo volto cambia espressione. È l’immagine
del mistico di mille anni fa. E’ stato un discepolo di Osho fin dai primissimi
tempi a Bombay e a quell’epoca ne era il segretario. Lo avevo
notato dieci anni prima, nell’Ashram di Pune, quando lui e la sua donna
si rasarono a zero e dichiararono di aver scelto la via del celibato.
I sannyasin di Osho provengono da ogni paese del mondo; ma tra noi
non ci sono nazionalità. Abbiamo abbandonato ai suoi piedi tutte le
religioni del mondo; qui non ci sono induisti, cristiani, mussulmani,
ebrei. Qui ci sono gli individui più diversi, tutti mischiati in questa
pentola a pressione cosmica che accoglie tutti, dai giovani punk ai
vecchi sadhu; dai nuovi rivoluzionari all’antica aristocrazia; dalle persone
più semplici a quelle più sofisticate, dall’artista all’uomo d’affari…
qui si incontrano tutti i colori dell’arcobaleno fino a sparire in
un prisma di luce bianca!
Quando vidi i commensali seduti per terra, uno di fronte all’altro a una
distanza di sette otto metri, che i bagni e le docce erano all’aperto e non
avevano l’acqua calda, che le nostre camere erano cellette di mattoni
con i materassi per terra, mi resi conto che questa era una situazione
completamente diversa da quella cui ero abituata e che avrebbe richiesto
tutta la meditazione di cui ero capace.
La mattina dopo, mentre mi recavo al bagno attraversando un piccolo
spiazzo d’erba, mi voltai e vidi l’Himalaya. In quel punto, tre quarti dell’orizzonte
era coperto da montagne. In realtà non si poteva parlare di
orizzonte, era come se non appartenessero né alla terra né al cielo, erano
indescrivibili. I picchi innevati erano sospesi nel cielo e sembravano
così vicini da poterli toccare. Quando il sole si alzò, accarezzò la cima
più alta tingendola prima di rosa e poi d’oro, per poi passare a quella
successiva. Guardai l’alba illuminare una a una le cime dell’Himalaya,
e scossi la testa per lameraviglia; perché nessunome lo avevamai detto?
Ho sempre pensato che l’Himalaya fosse una normale catena di montagne,
ma non è vero! Osservavo incantata; mentre le montagne cambiavano
colore nel cielo mi sentivo trasportata in un’altra dimensione.
Seppi senz’ombra di dubbio che sarei stata molto felice in quel posto.
I giorni passavano senza che ricevessimo notizie di Osho. Guardavo le
montagne pensando a lui che si trovava proprio sull’altro versante. Mi
balenò l’idea di prendere un autobus che attraverso le montagne mi portasse
in India, fino a Kulu, giusto in tempo per la passeggiata di Osho
nei giardini di Span, salutarlo col namasté e tornare a Pokhara. Io e
Asheesh ci confessammo le nostre preoccupazioni per la sicurezza di
Osho: sebbene ci sentissimo rincuorati, sapendo che Neelam era con
lui… in cuor nostro, temevamo di non rivederlo mai più.
Passarono settimane senza notizie, e ormai ci eravamo adattati alla perfezione
al ritmo della nostra vita monastica. La Comune si trovava in
un posto incantevole e facevamo lunghissime passeggiate lungo percorsi
dove l’acqua dei fiumi aveva trascinato via intere fette di terreno,
lasciando dirupi profondi centinaia di metri. Affacciandomi con
cautela ai bordi di un crepaccio, potevo vedere sul fondo mucche che
pascolavano pacifiche e rocce enormi che una volta erano parte di grandiose
cascate e ora se ne stavano immobili, scolpite dall’incessante
lavorìo delle acque. Oppure, un’improvvisa apertura nel terreno rivelava,
centinaia di metri più in basso, un piccolo torrente. Era facile
cadere in uno di quei burroni per non essere più ritrovati, come era
accaduto a un turista tedesco.
Ben presto cominciai a godermi il rituale mattutino di lavare me e i miei
vestiti all’aria aperta, e dopo un po’ mi abituai persino alla dieta, che
includeva peperoncini piccanti a colazione. I sannyasin che vivevano
nella Comune erano gentili e innocenti, e alcuni di loro diventarono
nostri amici. Chinmaya era un padrone di casa generoso e la sua estrema
spiritualità era equilibrata dalla presenza di Krishnananda, il suo
miglior amico, un nepalese selvaggio, dai lunghi capelli neri e il naso
schiacciato che amava correre all’impazzata con la moto.
La sfida che stavo affrontando, vivere nell’ignoto e nell’incertezza di
non sapere se avrei più rivisto Osho, mi fecero capire che dovevo ‘vivere’
Osho. Dovevo vivere come mi aveva sempre insegnato: totalmente
e nel presente. Questo mi diede una grande sensazione di pace e accettazione:
potrei trovarmi lì, ancora oggi, in quel villaggio, tranquilla, solitaria,
se non fosse accaduto che…una sera, mentre cenavamo, Krishnananda
entrò come un fulmine, fece una piroetta in aria e gridò: “Osho
arriva in Nepal, domani!” Tutti smettemmo immediatamente di mangiare,
corremmo a preparare i bagagli e tutta la Comune prese posto su
due pulmini, alla volta di Kathmandu.
La mattina seguente andammo tutti all’aeroporto, dopo aver preso delle
stanze al Soaltei Oberoi Hotel, dove Vivek, Rafia e Devaraj avevano la
loro base, mentre cercavano di trovare una casa o un palazzo per Osho.
Arun era il sannyasin nepalese che dirigeva il centro di meditazione di
Kathmandu. Aveva organizzato una spettacolare festa di benvenuto per
Osho. Per tradizione, in Nepal la famiglia reale viene festeggiata con
strade ornate da vasi di ottone pieni di fiori. La polizia era perplessa,
diceva che non avremmo dovuto festeggiare così, perché solo il re doveva
ricevere un simile trattamento. Ma non poterono farci nulla: sannyasin
vestiti di rosso e centinaia di curiosi erano in fila per le strade e
all’entrata dell’aeroporto. L’aereo atterrò, la folla iniziò a eccitarsi, si
accalcava per vedere, qualcuno lanciò in aria dei fiori… e d’un tratto
ecco che Osho oltrepassò le porte a vetri, fece un ampio gesto di saluto
e salì su una Mercedes bianca, pronta ad accoglierlo.
Andammo di corsa all’Hotel Oberoi, dove Osho avrebbe alloggiato in
una suite al quarto piano; Vivek e Rafia erano nella stanza di fronte alla
sua. Rafia aveva ideato un complicato sistema di allarme nella stanza
di Osho, in modo che di qualsiasi cosa avesse bisogno, potesse chiamare
Vivek: a mezzanotte, una guardia del servizio di sicurezza dell’ hotel,
lo aveva trovato ancora inginocchiato nel corridoio, con la moquette
completamente sollevata, che stava collegando alcuni fili elettrici provenienti
dalle due stanze!
Io e Mukti dividevamo una stanza al piano di sotto, che sarebbe diventata
per metà dispensa e per metà lavanderia. Vi trovammo tre bauli di
utensili, più alcuni sacchi di riso e di lenticchie e varie ceste di frutta e
verdura che occupavano metà della stanza. L’altra metà ospitava tutto
il necessario per la lavanderia.
Ci mettemmo d’accordo con il personale, molto accomodante: Mukti
avrebbe cucinato per Osho nella cucina dell’hotel. Le avevano riservato
una parte della cucina che avrebbero mantenuta pulita apposta per
lei, evitando di lasciare in giro della carne o del pesce. Io avrei lavato i
vestiti di Osho nella lavanderia dell’albergo, in compagnia di una cinquantina
di nepalesi. Era tutta gente stupenda, mi pulivano la lavatrice
prima che arrivassi e aspettavano, anche dopo aver finito il loro turno,
per assicurarsi che tutto fosse a posto. Poi prendevo le tuniche e le portavo
su in ascensore, tenendole sollevate su enormi grucce di legno, cosa
che faceva divertire molto sia gli ospiti, sia il personale dell’hotel.
Stiravo sul letto della nostra stanza, in mezzo a un numero sempre crescente
di ceste di frutta e verdura che i sannyasin portavano in regalo
a Osho. Il cibo in Nepal è di qualità inferiore a causa della povertà
del suolo eMukti, assistita daAshu, stava organizzandosi per importare
frutta e verdura dall’India. Nel frattempo, i sannyasin nepalesi
andavano all’alba al mercato arrivando tutti i giorni con quanto di
meglio avevano trovato.
Il giorno in cui arrivò, Osho ci chiamò nella sua stanza. Ci chiese come
stavamo e disse che aveva sentito che c’era stata un po’ di agitazione
fra noi. Mukta e Haridas erano partiti proprio il giorno prima per la
Grecia, avendo perso ogni speranza che Osho arrivasse in Nepal e
anche Ashu e Nirupa non erano state felici a Pokhara. Quando Osho
sentì la frase: “Beh, non era certamente lo standard di vita a cui eravamo
abituate”, disse che anche lui non aveva vissuto proprio come
avrebbe voluto, e ci ricordò che prima era stato in prigione, poi aveva
vissuto a Span, dove per la maggior parte del tempo non c’erano né
acqua né elettricità. Mi vergognai moltissimo, anche se non ero stata
io a pronunciare quella frase.
Venimmo a sapere che Jayesh aveva dovuto fare piani complicatissimi
per riuscire a fare espatriare Osho dall’India al Nepal. Due giorni prima
della partenza,Osho era uscito da Span, era salito su una vecchiaAmbassador
insieme aNeelam, ed erano andati direttamente all’aeroporto dove
avevano preso un volo di linea per Delhi. Che quel giorno ci fosse un
volo era già una cosa eccezionale, ma che vi fossero anche due posti
liberi fu un vero miracolo!
La polizia era arrivata solo alcune ore dopo per arrestarlo e ritirargli il
passaporto… un arresto inaspettato e ridicolo: l’ufficio delle imposte
voleva che Osho pagasse le tasse sulla cauzione di mezzo milione di
dollari che avevamo dovuto versare al governo degli Stati Uniti. Non
credevano che la cauzione fosse stata pagata da amici di Osho, e ritenevano
che anche l’India avesse diritto a una parte del bottino!
Laxmi aveva contribuito a rendere la situazione ancora più confusa,
spargendo la voce fra i sannyasin di Delhi, che Hasya e Jayesh volevano
rapire Osho. In un valoroso tentativo di salvare il loroMaestro, i sannyasin
di Delhi provarono a riprendersi Osho, ma furono fermati da
Anando. Il sipario calò su quello scenario caotico, quasi miracolosamente:
Osho aveva preso l’aereo per il Nepal giusto in tempo per evitare
un secondo arresto. Scoprimmo poi che Span, la proprietà di cui
Laxmi aveva parlato a Osho, non solo non era stata acquistata, ma non
era neanche in vendita!
I sannyasin di Delhi arrivarono a Kathmandu un paio di giorni dopo,
con l’offerta di un palazzo in India dove Osho avrebbe potuto vivere.
Non capivano che a quel punto non poteva più tornare in India,ma Osho
parlò con loro. Avevano portato un video per fargli vedere il posto, e
Osho, con mia grande sorpresa, ci invitò tutti a vederlo insieme a lui.
Ci mettemmo a sedere ai suoi piedi nel soggiorno della sua stanza e iniziò
la proiezione. Dopo dieci minuti di riprese di alberi lungo la strada
che portava al palazzo, vedemmo cinque o sei casette di pietra, quasi
senza tetto. Queste erano le case della servitù, ovviamente c’era molto
lavoro da fare, ma quello non era un problema, ci eravamo trovati in
situazioni peggiori. Poi la cinepresa continuava a riprendere altri alberi:
dissi a me stessa che qualcuno doveva aver detto al cameraman che
Osho adora gli alberi.
Osho chiese se c’era acqua corrente nel palazzo.
“Sì, sì,” rispose Om Prakash, che aveva portato il video. Dopo altri cinque
minuti di riprese di alberi, vedemmo il “palazzo.” Aveva solo quattro
stanze ed erano in uno stato di avanzato disfacimento.
“C’è acqua nella proprietà?” chiese Osho di nuovo.
“Sì, sì,” fu la risposta. Quel palazzo di quattro stanze doveva essere
abbandonato da almeno cinquant’anni.
“E l’acqua?” insistette Osho… fu a quel punto che si vide un filo d’acqua
che scendeva dalle pietre del giardino ricoperte dimuschio. “Abbiamo
il diritto di usare quella piccola fonte?” chiese Osho.
“L’acqua appartiene a una scuola femminile,” spiegò Om Prakash, “ma
non c’è nessun problema.”
Adesso capivo. Ecco perché Osho aveva voluto che tutti vedessimo il
video; voleva che ci facessimo un’idea di come è difficile concretizzare
qualcosa con alcuni dei suoi sannyasin. Era chiaro che i loro cuori
erano con lui, ma dovevano essere completamente folli a volerlo riportare
in India e ancora più folli a pensare che potesse vivere nei resti di
quello che una volta era una casa di sole quattro stanze, e senz’acqua!
Osho spiegò loro che avergli chiesto di tornare in India era un atto
d’amore, ma era assurdo. Disse che avrebbe creato problemi per lui
e per loro e li invitò a tornare in India, pensarci su e ritornare dopo
sette giorni. Non ritornarono più e Osho disse che dovevano aver capito
la situazione e che la loro insistenza era frutto dell’amore e non
della ragione.
Ovunque Osho si venga a trovare, in contrasto con il suo silenzio,
viene sempre circondato da un turbine di energia. Gli ho chiesto se a
crearlo era la sua ‘lila’(la sua energia cosmica), oppure era l’esistenza
che creava un equilibrio fra questi due estremi? Mi rispose che non
era nessuna delle due cose: il mondo è folle, caotico e il suo silenzio
metteva semplicemente in evidenza questa verità, non la creava. E
concluse dicendo che il perfetto equilibrio della natura sarebbe stato
assoluto silenzio.
La mattina dopo Osho iniziò a parlare a un gruppo di dieci persone,
nel suo salotto.
La prima domanda fu di Asheesh che chiedeva: “In questi periodi di
incertezza, la parte migliore e la parte peggiore sembrano manifestarsi
in quelli di noi che ti sono intorno. Per favore puoi commentare
come mai accade?”.
Osho: “Non ci sono ‘periodi d’incertezza’, poiché i tempi sono sempre
incerti. Questa è la difficoltà con la mente: la mente vuole certezze – e
i tempi sono sempre incerti. Pertanto, quando la mente trova, per puro
caso, un piccolo spazio di certezza, si adagia: una specie di illusorio
senso di stabilità la circonda. La mente ha la tendenza a dimenticare la
vera natura dell’esistenza e della vita, e comincia a vivere in una specie
di mondo dei sogni; incomincia a confondere l’apparenza con la
realtà. La mente si trova a suo agio, perché ha sempre paura del cambiamento,
per una semplice ragione: nessuno sa che tipo di cambiamento
verrà – buono o cattivo? Una cosa è certa: il cambiamento scuoterà
il mondo delle vostre illusioni, delle aspettative, dei sogni…”.
E proseguì dicendo: “Ogni volta che il tempo colpisce una delle vostre
illusioni più care, accade che ci venga tolta la nostra maschera.” E raccontò
di come la gente aveva lavorato duramente a Rajneeshpuram, e
proprio quando si stavano dando gli ultimi ritocchi, era sparito tutto!
“Io non mi sento frustrato – non ho guardato indietro neppure una volta.
Sono stati anni stupendi, li abbiamo vissuti meravigliosamente, e questa
è la natura dell’esistenza: le cose cambiano. Cosa possiamo farci?
Proviamo a fare qualcos’altro – ma anche quello cambierà. Qui non c’è
nulla di permanente. Ad eccezione del cambiamento, tutto cambia.
Per questo io non mi lamento. Neppure per un momento ho sentito che
qualcosa non aveva funzionato… perché qui nulla ha funzionato, ma
per me niente è andato per il verso sbagliato. Abbiamo solo cercato di
costruire bellissimi palazzi con carte da gioco.
Forse, eccetto me, tutti si sentono frustrati. E poi vanno in collera con
me perché non lo sono, perché non li sostengo. E questo li fa arrabbiare
ancor di più. Se anch’io fossi irritato, se anch’io mi lamentassi o fossi
particolarmente disturbato, questo li consolerebbe. Ma non lo sono…
Adesso sarà difficile far diventare realtà un altro sogno, perché molti di
coloro che hanno lavorato per realizzare quel sogno, si sentono sconfitti.
Sono sconfitti! Sentono che la realtà o l’esistenza non si prendono
cura di gente innocente che non stava facendo del male a nessuno, che
stava solo cercando di creare qualcosa di bello. Perfino con loro l’esistenza
segue le stesse regole, non fa eccezioni…
Riconosco che è doloroso, ma noi siamo responsabili di quel dolore. Ci
sembra che la vita sia ingiusta, imparziale, perché ci ha tolto un giocattolo
dalle mani. Non si dovrebbe avere tanta fretta di arrivare a una conclusione
simile. Aspettate un po’. Forse tutti i cambiamenti sono sempre
per il meglio. Dovreste essere abbastanza pazienti. Dovreste dare
all’esistenza un’altra possibilità…
Per tutta la vita sono andato da un posto all’altro perché qualcosa falliva.
Ma io non fallivo. Migliaia di sogni possono fallire, ma questo non
fa di me un fallito. Al contrario, ogni sogno che svanisce mi rende più
vittorioso, perché non mi disturba, non mi sfiora nemmeno. La sua
scomparsa è un vantaggio, è un’opportunità per imparare a essere maturi.
In questo modo affiorerà la vostra parte migliore. E qualsiasi cosa
succeda non farà nessuna differenza – la vostra parte migliore continuerà
a crescere verso le vette più alte…
Ciò che importa è come uscite da quei sogni infranti, da quelle grandi
aspettative svanite nell’aria senza lasciare alcuna impronta.
Come ne siete venuti fuori? Se ne siete usciti indenni, avete scoperto
un grande segreto, avete trovato la chiave maestra. Allora niente può
sconfiggervi, niente può disturbarvi, niente può farvi andare in collera
né può trattenervi. Continuate a camminare verso l’ignoto, verso nuove
sfide. E tutte queste sfide affineranno la vostra parte migliore.”
La domanda successiva era di Vivek: rivela il suo approccio alla vita
concreto, realista, del tutto femminile. “AmatoMaestro, cos’è la casa?”
“Non c’è nessuna casa, ci sono solo abitazioni.
L’uomo è nato senza casa, e rimane tutta la vita senza dimora. Certo,
trasformerà molte abitazioni in case, ma si sentirà sempre frustrato. E
l’uomo muore senza dimora.
Accettare questa verità provoca un’incredibile trasformazione. In questo
caso non cerchi più una casa, perché la casa è sempre qualcosa laggiù,
lontano, qualcosa di separato da te. E tutti stanno cercando una
dimora. Quando scopri la sua illusorietà, allora, invece di cercare una
dimora, comincerai a cercare quell’essere che è nato senza casa, e il cui
destino è di restare senza casa.” (da Light on The Path)
Anando arrivò con Bikki Oberoi, il padrone della catena degli Hotel
Oberoi. Hasya e Anando erano diventate sue amiche a Delhi e lui sembrava
interessato ad aiutare Osho.Arrivarono viaggiando in prima classe
e il personale dell’hotel era in gran subbuglio; stava tirando fuori i
tappeti rossi! Quando vidi entrare Anando, gli occhi mi uscirono dalle
orbite: in mezzo a tutta quella fanfara, camminava fieramente con il mio
mini asse da stiro sotto il braccio. Non aveva nemmeno tentato dimimetizzarlo,
tutti potevano vedere che si trattava di un asse da stiro, ma
Anando non ne era minimamente imbarazzata. Quell’asse da stiro mi
era mancato tantissimo; ero commossa che me l’avesse portato come
bagaglio a mano in quella particolare circostanza.
Il quarto piano dell’hotel venne interamente occupato da sannyasin.Una
delle camere diventò un ufficio, dove si svolgeva sempre un’attività frenetica.
In quella successiva, Devaraj e Maneesha lavoravano giorno e
notte a trascrivere i discorsi di Osho. La loro stanza era sempre piena
di gente, perché arrivava in continuazione qualcuno ad aiutarli. In questa
stanzetta, sempre ingombra di carrelli della colazione, l’Osho Times
tedesco insieme aManeesha selezionava le lettere e le domande dei sannyasin
per il discorso, e dava il benvenuto a chiunque volesse aiutare a
rivedere le trascrizioni dei discorsi.
Anche se Osho si era riposato per alcuni giorni, non sembrava forte
come prima. In quel momento non ce ne rendevamo conto, ma i primi
sintomi dell’avvelenamento da tallio iniziavano a manifestarsi. Premda,
l’oculista di Osho, era stato chiamato in tutta fretta dalla Germania
al manifestarsi di sintomi preoccupanti: continue contrazioni delle
palpebre, divergenze delle pupille, indebolimento dei nervi oculari e
riduzione della vista. Premda curò i sintomi, pur non sapendo spiegarne
la causa.
In quel periodo, aiutavo la cameriera nepalese Radhika a pulire l’appartamento
di Osho. Alle sette di mattina, entravamo di corsa nel suo soggiorno,
mentre lui era in bagno, e pulivamo i mobili di legno scuro con
gli intricati intagli fatti a mano che ovviamente nessuno aveva mai pulito
prima di allora.Anche se c’era un piccolo aspirapolvere, era più efficiente
pulire il tappeto rosso con un panno umido.
Rafia e Niskrya arrivavano subito dopo mettendoci sempre una gran
fretta, perché dovevano trasformare il soggiorno in uno studio di registrazione
in tempo per il discorso delle 7:30.
La sera, nella sala dei ricevimenti dell’hotel, Osho parlava alla stampa
e ai visitatori, in un primo tempo prevalentemente nepalesi. Successivamente
il colore della platea prese a cambiare: dal grigio e nero alle
diverse sfumature di arancione.
Un monaco buddhista, piccolo, pelato e con la tradizionale tunica color
zafferano iniziò a frequentare quei discorsi, sedendosi in prima fila e
ponendo domande a Osho.
La prima sera, Osho cominciò col dire: “Essere un Buddha è stupendo,
essere un buddhista è orribile.” Il monaco buddhista ricevette un trattamento
completo, e io ero stupita e piena di ammirazione nel vederlo tornare
anche le sere successive. Venne regolarmente per alcune settimane,
finché un giorno Osho ricevette una sua lettera in cui faceva sapere
che il suo monastero gli aveva proibito di andare ai suoi discorsi!
Ogni mattina Osho teneva un discorso per pochi intimi, nel suo soggiorno;
e io, dopo essere stata lontana da lui per la prima volta, da quando
ero arrivata a Pune dieci anni prima, ora sentivo che ogni momento
era prezioso. Vivevo quegli attimi come ricchezza d’amore, di gioia e
di eccitazione nell’esplorare ‘il cammino’ con il Maestro.
Stavo imparando che la ricerca della verità, di quel punto dentro di me
che non è inquinato dalla personalità, è una grande avventura.
Non ho dubbi sul fatto che esiste uno ‘stato’ in cui una persona può essere
totalmente rilassata, senza desiderare o aver bisogno di qualcosa di
più; una sensazione così appagante che nulla di ciò che succede all’esterno
la può disturbare. Lo so perché l’ho sperimentato in alcuni fugaci
momenti e ho visto che per Osho è una dimensione permanente.
Osho prese l’abitudine di passeggiare nei giardini dell’albergo, oltre i
campi da tennis, la piscina e i prati. Ma non riusciva a vedere granché
dei giardini, perché era sempre attorniato da visitatori e discepoli che
venivano a salutarlo. Alcuni semplicemente sorridevano e lo salutavano,
altri si gettavano ai suoi piedi, creando situazioni imbarazzanti.
Era una scena stupenda vedereOsho attraversare l’atrio dell’hotel e uscire
in giardino. Intorno a lui, anche in mezzo alla folla più numerosa,
c’era sempre spazio… in quelle occasioni, ho visto molti turisti girarsi
sorpresi, alla vista di Osho. Ad alcuni, perfino degli europei, ho visto
fare il gesto del namasté, anche se sono sicura che non sapevano quello
che facevano, perché dopo che Osho era passato avevano un’espressione
sbalordita: essendo del tutto ignari di cosa significa incontrare un
Maestro, non aspettandosi nulla, ne rimanevano toccati e ne venivano
infiammati.Alcuni turisti americani e italiani, che ho osservato con particolare
attenzione, hanno veramente visto Osho, anche se non so come
la loro mente abbia reagito dopo quell’incontro.
Arrivarono anche diversi discepoli dall’Occidente, tra cui Niskrya,
un videoamatore. Accadde spontaneamente: si presentò un giorno di
fronte alla stanza di Osho con i suoi macchinari, spuntando dal nulla.
Di certo aveva delle buone referenze: Sheela lo aveva espulso due
volte da Rajneeshpuram, togliendogli il mala. La sua presenza si rivelò
preziosa: senza di lui nessuno di quei bellissimi discorsi sarebbe
stato registrato.
I discorsi di Osho sono sempre imprevedibili; non credo abbiamai dubitato
dell’assoluta libertà di opinione, né abbia fatto valutazioni su ciò
che è conveniente dire, o non dire. Osho è il chiaro esempio di un essere
che non ha interessi di parte da difendere, né si piegherebbe mai a
non dire ciò che pensa, per evitarne le conseguenze. Pertanto con lui il
rischio è sempre alto, soprattutto in questo mondo diviso tra interessi e
convenienze. Entrando in Nepal, Hasya gli aveva spiegato che era un
paese induista, e che la legge proteggeva quella religione, per cui lo
pregò di non dire niente contro l’induismo.
Così in un discorso serale, davanti a diversi dignitari del paese, venuti
ad ascoltarlo, e ad alcuni giornalisti, lui se ne uscì dicendo che i suoi
amici gli avevano chiesto di non parlare contro l’induismo… ma cosa
poteva farci? Questo era il posto giusto dove parlarne male, come potevano
aspettarsi che parlassemale del cristianesimo, proprio lì?No, quello
se lo sarebbe tenuto per quando si fosse recato in Italia.
Proprio in quei giorni, Sarjano era arrivato in Nepal con la troupe televisiva
di Enzo Biagi, mentre le trattative per far ottenere a Osho un visto
turistico per l’Italia sembravano volgere al meglio. Ma era indispensabile
il massimo riserbo per evitare complicazioni.
Una sera, durante il discorso, Sarjano era accanto a Osho e lo stava fotografando,
quando lui all’improvviso dichiarò che avrebbe visitato l’Italia.
Non potei trattenere le risate, vedendo Sarjano alzare gli occhi al
cielo, pronunciando a fior di labbra le parole “visto per l’Italia” e
mimando la scena di strappare dei fogli, gettandoseli alle spalle!
Eravamo in Nepal da tre mesi ed era arrivato il momento di estendere
i visti. Non eravamo riusciti a trovare un palazzo, ma neppure una semplice
casa per Osho, così vivevamo ancora in hotel. La situazione non
sembrava promettente, anche se la gente del posto, e soprattutto il personale
dell’hotel, era molto gentile e rispettoso nei confronti di Osho.
Gli uomini che lavoravano in lavanderia mi chiedevano continuamente
i biglietti per i discorsi serali e a loro si aggiunsero anche le cameriere
e i camerieri. Una volta, quando un cameriere ci portò il tè in camera,
Mukti stava ascoltando il suo walkman; il cameriere esclamò: “Stai
ascoltando Bhagwan?” Si mise a sedere, si fece dare il walkman e rimase
finché la cassetta del discorso non finì.
Ho amato moltissimo quella gente. Anche se criticavano, lo facevano
senza malizia, e sempre dopo aver ascoltato ciò che Osho diceva. Un
giorno, mentre facevo degli acquisti, un negoziante mi disse: “Il tuo
guru – non va bene.” E questo perché Osho in un discorso aveva detto:
“…Buddha ha rinunciato alla ricchezza, ma quello non è niente: io ho
rinunciato alla povertà!”.
Tuttavia, non sembrava quello il luogo in cui poter restare: certo, alcuni
ministri erano venuti ai discorsi, ma il re non aveva il coraggio di
riconoscere Osho. Malgrado le ricerche che avevamo fatto in lungo e
in largo, non sembrava esserci un solo pezzo di terra o una proprietà in
vendita. Ma la sorpresa finale fu il rifiuto dell’estensione del permesso
di soggiorno. Era evidente l’interferenza del governo indiano!
Rinnovare il permesso di soggiorno in Nepal è un fatto di ordinaria
amministrazione, perché il paese vive praticamente sul turismo, ma nel
nostro caso era diverso…
Ancora una volta, si profilava una separazione: Osho non avrebbe potuto
restare in contatto con i suoi discepoli occidentali, e i nove decimi
dei suoi discepoli provengono dall’Occidente.
Fu in quella situazione, e inmolte,moltissime altre successive, cheOsho
ci mostrò la sua totale fiducia nell’esistenza e nei suoi discepoli.
In quei giorni, infatti, nacque l’idea di fare un giro del mondo…
e Osho accettò.
Amrito, una donna molto bella e carismatica che dall’epoca in cui era
stata eletta Miss Grecia, aveva molti contatti con il governo e con l’alta
società di quel paese, era appena arrivata a Kathmandu con il marito
e l’amante.
La prima volta che li incontrai nell’ascensore dell’hotel, pensai: “
Mmm, sembrano tipi interessanti.” Parlarono con Hasya, Jayesh,
Vivek e Devaraj e insieme decisero che la Grecia sarebbe stata la prima
tappa del tour.
Ci preparammo a trasferirci lì: Osho, Vivek, Devaraj, Mukti e Anando
sarebbero partiti per primi. Rafia, Asheesh, Maneesha, Neelam e
io saremmo arrivati subito dopo con i bagagli. Nirupa e Ashu invece
sarebbero tornate in Canada, il loro paese di origine, per ridurre un
po’ la carovana.
La mattina in cui Osho partì, piangevano tutti. Piangeva il personale
dell’albergo, inclusa Radhika, la nostra cameriera, che singhiozzava
senza riuscire a controllarsi. E piangevamo noi, nel lasciare quel posto
così incantevole.
Poiché l’aereo privato che avevamo affittato era rimasto bloccato a
Delhi, decidemmo che Osho sarebbe partito con un volo di linea.
Cliff, il pilota di Osho, che non vedevo da quando ero salita sul jet
a Portland, arrivato a Kathmandu con la Royal Nepal Airlines, si
trovò all’aeroporto proprio nel momento in cui arrivava la macchina
di Osho. Correndo sulla pista, fece in tempo ad aprirgli la portiera
della macchina.
Poi venne a trovarci all’hotel. Ordinammo del tè per lui e per Geeta, la
sua ragazza giapponese. Mentre parlavamo del volo di Osho che doveva
passare via Bangkok e Dubai, Cliff ci spiegò il suo piano: sarebbe
tornato a Delhi con un volo di linea, avrebbe portato l’aereo privato a
Dubai e lì si sarebbe incontrato con Osho.
Quando i camerieri arrivarono con il tè, Cliff era già partito… arrivò a
Dubai con l’aereo privato proprio poco prima che Osho atterrasse. Pioveva
a dirotto; Cliff strappò di mano un ombrello a un arabo e arrivò
sotto la scaletta dell’aereo appena atterrato.
Quando Osho sbarcò dall’aereo, Cliff era lì con l’ombrello aperto…
Osho, vedendolo, ridacchiò.


Written by

Prem Shunyo