27 October 2016

Capitolo Settimo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

Rajneeshpuram continua

Capitolo Settimo

Se una persona o un gruppo di persone sono diverse da te, ne hai paura;

questo è uno degli aspetti più tristi della natura umana. Sono cresciuta

in un piccolo paese della Cornovaglia, in Inghilterra, dove persino le

persone che vivevano nel paese accanto venivano chiamate “gli stranieri”.

E neppure risiedere in paese era sufficiente per essere accettati:

almeno uno dei due genitori doveva esserci nato. Pertanto non fui affatto

sorpresa di fronte alla reazione degli abitanti dell’Oregon nei nostri

confronti, anche se indubbiamente fu eccessiva e violenta. Ma le urla

del prete del luogo che diceva: “Adoratori di satana andatevene a casa”,

o le magliette con la scritta “Meglio morti che arancioni”, e col disegno

di una pistola puntata in faccia a Osho e infine la bomba che esplose

nel nostro albergo di Portland, furono decisamente reazioni eccessive.

Da parte mia, devo ammettere che non mi resi minimamente conto di

come l’intero apparato governativo facesse corpo comune con quella

mentalità e reagisse poi in maniera del tutto irresponsabile, fondando le

proprie decisioni su pregiudizi evidenti, ma talmente consolidati da non

vedere ciò che noi stavamo tentando di realizzare.

La nostra Comune cresceva rapidamente e rappresentava un esperimento

ecologico di grande successo, apprezzato amolti livelli.

Quando vi arrivammo, Rajneeshpuram era un vero e proprio deserto; noi abbiamo fatto

ogni sforzo per trasformarlo. Abbiamo costruito dighe per raccogliere

l’acqua e convogliarla poi nei campi e siamo riusciti a produrre cibo in

quantità tale da diventare autosufficienti in un tempo così breve che lasciò

stupiti molti esperti nel recupero di territori abbandonati e improduttivi.

La Comune riciclava il 70% dei suoi rifiuti, laddove una normale città

americana ne ricicla al massimo il 5-10%, se l’amministrazione arriva

a pensarci: la maggioranza delle città non se ne preoccupa affatto.

L’equilibrio ecologico era una priorità per noi. Facevamo il possibile

perché la terra non venisse contaminata, e per questo avevamo creato

un sistema di fognatura d’avanguardia: le acque, dopo essere state pompate

in una laguna, subivano un processo di purificazione biologica per

poi venire incanalate, attraverso un complesso sistema di tubature e di

filtri multipli che si diramavano sotto l’intera vallata, ed essere riutilizzate

per irrigare i campi.

Per risolvere il problema dell’erosione del suolo abbiamo piantato

migliaia di alberi, e molti sono ancora lì, dieci anni dopo, in quello che

allora era un vero e proprio deserto, e ho sentito dire che gli alberi da

frutta sono così carichi che i rami si spezzano sotto il peso dei frutti.

Ma tutto questo non è stato visto, non lo si è voluto vedere!

Nel 1984, Osho commentava:

“Vogliono demolire questa città a causa delle loro leggi sull’uso della

terra – ma nessuno di quegli idioti è venuto a vedere come noi usiamo

questa terra. Possono forse usarla più creativamente di come facciamo

noi? Per cinquant’anni nessuno l’ha usata. Allora erano felici – quello

era un ‘buon uso’. Adesso noi stiamo creando qualcosa in questa terra.

Siamo una Comune autosufficiente. Produciamo il nostro cibo, i nostri

vegetali… stiamo facendo ogni sforzo per renderla autosufficiente.

Questo deserto… per un motivo o per l’altro sembra essere il destino

della gente come me. Mosè finì nel deserto, e anch’io ci sono finito, e

noi stiamo tentando di renderlo verde. Lo abbiamo già rinverdito. Se

fate un giro attorno alla mia casa non crederete di essere in Oregon, penserete

di essere in Kashmir.

Ma quella gente non viene a vedere cosa sta succedendo. Se ne sta seduta

nel proprio ufficio nella capitale e decide che quello che facciamo è

un uso della terra contrario alle leggi. Se questo è contro le leggi sull’uso

della terra, allora le vostre leggi sono false e dovrebbero essere

bruciate.Ma prima venite a vedere e dimostrate che tutto questo va contro

le vostre leggi sull’uso della terra.Ma hanno paura di venire qui…”.

(da La Bibbia di Rajneesh)

La questione dell’uso della terra andò avanti fra corsi e ricorsi, dalle

preture ai tribunali, finché alla fine vincemmo la causa, ma ormai era

troppo tardi. La Comune era stata distrutta un anno prima. Tutti i sanmiei_

nyasin se n’erano andati, e quindi non c’era più alcun reale pericolo nel

dichiarare che la nostra città era legale.

All’epoca, in quella situazione di stallo, mentre attendevamo che il tribunale

riconoscesse il nostro status di città, di fatto ci era impedito ogni

sviluppo: non potevamo organizzare nessuna attività commerciale,

nemmeno avere gli allacciamenti telefonici, poiché da un punto di vista

legale non esistevamo.

Per rompere quello stato di cose ci appoggiammo a una piccola cittadina,

Antelope: un minuscolo centro abitato con una quarantina di abitanti

e molte case in vendita, circondato da un boschetto di pioppi, a circa

venticinque chilometri dalla nostra vallata.

Bastò una casa prefabbricata dove entrammo da padroni, avendola

acquistata, perché subito ci accusassero di volerci impadronire della

città. Di fatto era solo una sede legale e amministrativa cui volevamo

appoggiarci per dare inizio ad alcune attività commerciali.

Il meccanismo del rigetto fu immediato: gli abitanti di Antelope per

paura ci fecero causa, usando gli espedienti legali più curiosi per impedirci

di avere quella sede. Alla fine fummo noi a vincere la causa…ma

la questione sollevò un interesse che andò ben oltre quel villaggio isolato

dello Stato dell’Oregon, e divenne un vero e proprio dramma. I

giornali e le stazioni televisive diedero subito risalto a quella nuova “battaglia

del vecchio FarWest”, in cui Sheela appariva come il nemico per

antonomasia, mentre gli abitanti di Antelope rappresentavano l’antica

paura dei pionieri, e il loro coraggio nel “difendere la propria casa”.

Il dramma crebbe a ritmi vertiginosi, diventando un serial che acquistò

fama e popolarità fra le masse americane, soppiantando molte delle più

famose telenovela in voga.

Paradossalmente noi non facevamo nulla di illegale: molti sannyasin

avevano acquistato semplicemente delle case in vendita e vi si stabilirono,

superando così in termini di voti i vecchi residenti e arrivando a

eleggere il proprio sindaco.

Fu in questo frangente che Sheela acquistò un nome, diventando la star

del momento. I programmi televisivi videro in lei un ottimo personaggio,

capace di aumentare l’indice di ascolto; forse a causa del suo linguaggio

senza peli sulla lingua,ma soprattutto per ilmodo in cui rispondeva

alle domande imbarazzanti: faceva gesti osceni che restituivano

l’imbarazzo al mittente! E l’indice di ascolto aumentava.

Stava aumentando anche l’afflusso di persone che decidevano di diventare

discepoli di Osho e prendevano il sannyas, incuriosite dai tanti art

coli e servizi televisivi. Per tutte queste persone, che non avevano mai

visto Osho, Sheela divenne di fatto un punto di riferimento. Per loro

divenne simile al papa e lei se ne circondò.

Ricordo le assemblee che prese a organizzare all’interno di Rajneeshpuram

per consolidare la sua autorità: era sempre circondata da giovani

sannyasin dai volti persi in una adorazione senza limiti, pronti ad

applaudire qualsiasi cosa dicesse. Confesso che provai un senso di terrore:

pensavo che quel modo di fare assomigliava molto, troppo, ai

raduni dei giovani nazisti.

Decisi di ritirarmi sempre di più in montagna…

E mentre la lotta con il cosiddetto ‘mondo esterno’ rafforzava l’identità

di Sheela ai propri occhi e agli occhi del mondo, qualcosa stava accadendo

anche all’interno: una lotta intestina sottile ma non meno feroce.

La si sentiva nell’aria e una sera, Vivek e Sheela, le due contendenti,

organizzarono un’assemblea aMagdalena, la mensa dove noi tutti mangiavamo,

per tranquillizzare e sedare i sospetti che serpeggiavano tra i

membri della Comune. Dissero che non esistevano conflitti fra di loro.

Certo, quell’incontro fumolto toccante, le emozioni sincere,ma inmolti

i sospetti si confermarono: nella nostra Comune esisteva in realtà un

conflitto… perché altrimenti organizzare quell’incontro?

Certo, era vero che Vivek non si fidava affatto di Sheela, e non le permise

mai di avere una copia delle chiavi della casa di Osho. Pretese che

le telefonasse ogni volta, prima di andare da Osho, e solo a lei era permesso

di entrare; la porta veniva poi subito chiusa. Non solo, a Sheela

venne chiesto di entrare da una porta laterale; in precedenza aveva infatti

sempre sollevato questioni, perché per arrivare nella stanza in cui

Osho la riceveva doveva attraversare tutta la casa, e quindi anche l’ala

in cui abitavamo noi, che ci prendevamo cura di Osho.

Sheela era molto irritata da tutto questo, e non si sentiva affatto confermata

nella propria immagine, anzi, si sentiva profondamente insultata.

I giochi di potere erano entrati nella nostra Comune, ma nessuno all’inizio

fece nulla in proposito.

Di certo Sheela non avrebbe mai parlato con Osho di queste scaramucce,

perché sapeva fin troppo bene che la sua soluzione sarebbe stata drastica,

e sfavorevole per lei: Osho avrebbe diminuito il suo potere, o le

avrebbe fatto vedere i suoi meccanismi inconsci che facevano dipendere

dal potere la sua fame di identità.

Ma nessuno di noi fece mai alcun cenno a Osho di tutto questo, neppu

re io. A me sembravano inezie, rispetto a ciò che stavamo facendo e a

come Rajneeshpuram stava crescendo. Mi assopii letteralmente nell’illusione

che, se Sheela sfogava la sua rabbia con scortesie nei nostri confronti

(cioè verso coloro che vivevano nella casa di Osho), questo sfogo

le avrebbe poi permesso di essere amorevole nei confronti del nostro

progetto comune, che certamente anche lei amava: la nascita di un fiore

in un deserto. Era un comportamento da ingenua.

Malgrado quanto accadeva, non riesco a ricordare di aver sofferto a Rajneeshpuram,

anche se lavoravo dodici ore al giorno e le regole su quello

che si poteva o non si poteva fare crescevano continuamente. Ricordo

che una volta Osho mi chiese se fossi stanca e io gli risposi che non

riuscivo neppure a ricordarmi come ci si sente quando si è stanchi. Pensavo

che tutti fosseromolto felici: stavamo realizzando un sogno!Dovete

scusarmi, ma devo proprio ammettere che non ho mai avuto la sensazione

che fosse un periodo difficile. Eravamo così addormentati che

ci lasciavamo governare da un gruppo di persone che minava la nostra

intelligenza e sfruttava un certo stato di cose per dar vita a un regime

di paura col quale poterci controllare meglio.

Ci vollero un po’ di tempo, e un acuirsi di quello stato di cose, fino a

sfiorare la tragedia, perché la coscienza di ciò che accadeva venisse a

galla; nel frattempo ci divertivamo tutti moltissimo. Allora, come oggi

e come sempre, se si mette insieme un gruppo di sannyasin, il loro comune

denominatore saranno le risate.

Non per tutti era così: Vivek soffrì moltissimo. Per lei quello fu l’inizio

di uno squilibrio chimico-ormonale che si manifestò in stati depressivi.

Credo che la causa sia da ricercarsi nella sua sensibilità che era così alta,

con intuizioni su Sheela e la sua banda così limpide, e così poco condivisibili,

da farla letteralmente impazzire. A volte gli stati depressivi

in cui cadeva duravano due o tre settimane.

Cercammo di aiutarla in tutti i modi, ma niente pareva funzionare; potevamo

soltanto lasciarla sola, ed era esattamente ciò che ci chiedeva.

Un giorno, in pieno inverno, Vivek decise di lasciare la Comune. Chiedemmo

a John, che era un amico e faceva parte del ‘gruppo di Hollywood’

– un piccolo gruppo di sannyasin che erano stati a Pune con

Osho e avevano abbandonato il loro lussuoso tenore di vita a Beverly

Hill unendosi a questo grande esperimento – di portarla a Salem, a circa

400 Km di distanza, dove avrebbe potuto prendere un volo diretto per

Londra. Impiegarono diciotto ore, con visibilità zero, in mezzo a una

tormenta di neve e con le strade ghiacciate e sdrucciolevoli. Ma lei riuscì

a prendere l’aereo.

John fece il viaggio di ritorno con le stesse condizioni atmosferiche, ma

prima ancora che arrivasse, Vivek aveva già telefonato dall’Inghilterra,

dove aveva fatto visita a sua madre per alcune ore, dicendo che aveva

deciso di tornare alla Comune.

Osho disse che andava bene così, e che John sarebbe dovuto andare a

riprenderla all’aeroporto, visto che era stato lui ad accompagnarla.Arrivò

a Rajneeshpuram appena in tempo per girare la macchina e rifare lo

stesso viaggio. C’era così tanta neve che a quel punto la maggior parte

delle strade erano state chiuse, e continuava a nevicare. Ma ce la fecero,

e Vivek fu accolta a braccia aperte. Come al solito, non si sentiva

imbarazzata, né aveva sensi di colpa. Riprese a fare la sua vita a testa

alta, come se non fosse successo nulla. Mi ricordava uno degli stratagemmi

di Gurdjieff… ma non era affatto uno stratagemma.

Un giorno Osho, scendendo lungo la strada a tornanti che conduceva a

Rajneeshpuram, invece di sterzare a una curva, andò dritto verso la scarpata.

La macchina si fermò con tutta la parte anteriore, che era un buon

terzo, sospesa nel vuoto. Sotto di noi c’era un salto di oltre dieci metri

e poi una scarpata che proseguiva fino in fondo alla valle.

Osho disse: “Hai visto cosa succede…?”.

Ero pietrificata, non osavo respirare per timore che il più piccolo movimento

ci facesse perdere il precario equilibrio e ci facesse rotolare giù

per il pendio. Rimase fermo per alcuni secondi prima di riaccendere il

motore. Io pregavo un dio inesistente: “Per favore, fa che sia la marcia

indietro!” Poi, lentamente, la macchina cominciò a muoversi all’ indietro

e proseguimmo verso casa. Non avevo capito, così ripresi la conversazione:

“Cosa succede?”.

Lui disse: “Stavo cercando di evitare quella pozzanghera piena di

fango, perché sarebbe stato un problema per Chin, che pulisce la mia

macchina.”

Poi le cose presero un piega insolita.

Sheela decise di circondare la casa di Osho con un reticolato elettrico

alto quattro metri.

“Per impedire ai cervi di entrare nel giardino!”.

“I cervi?”.

In ogni caso, eravamo stati recintati. I fili dove stendevo la biancheria

erano rimasti fuori del reticolato e pur essendoci un cancelletto elettricamente

isolato,mi avevano assicurato, ogni volta che provavo ad aprirlo,

prendevo una scossa che mi faceva sentire come se un cavallo mi

avesse dato un calcio nello stomaco. La prima volta che presi la scossa

mi si piegarono le ginocchia e vomitai.

Fu allora che decisi di mettere fine alle mie giornate in montagna. Invece

di correre selvaggiamente anch’io ora mi incamminavo come tutti

gli altri, prendevo l’autobus e andavo a mangiare alla mensa comune,

guardata a vista dalle guardie che erano state dislocate su una torretta,

all’ingresso della nostra casa.

Certo, era successo anche questo: adesso c’era una postazione di guardia,

ventiquattro ore su ventiquattro, in cui stazionavano due guardie

armate di mitra.

La paranoia stava crescendo, fuori e dentro il recinto.

Nell’aprile del 1983, la Comune ricevette un messaggio di Osho. Era

stato informato da Devaraj, il suo medico personale, che un’incurabile

malattia, chiamata AIDS, si stava diffondendo con preoccupante rapidità,

in tutto il mondo. Osho disse allora che questa malattia avrebbe

ucciso i due terzi dell’umanità e che la Comune doveva essere protetta.

Il suo consiglio era che bisognava usare profilattici e guanti di gomma

mentre si faceva l’amore, ameno che si trattasse di una coppia che aveva

avuto una relazione totalmente monogama per oltre due anni.

La stampa si gettò come un avvoltoio su questa notizia e ridicolizzò le

misure protettive che Osho consigliava contro una malattia che praticamente

era ancora sconosciuta.

Cinque anni dopo, quando ormai i morti erano migliaia, il Ministero

americano della Salute aprì gli occhi di fronte al pericolo rappresentato

dall’AIDS e iniziò a raccomandare le stesse precauzioni suggerite

da Osho.

Ora nella nostra Comune tutti vengono sottoposti al test dell’AIDS ogni

tre mesi, una precauzione che si è rivelata oltremodo valida: praticamente

siamo la sola area protetta esistente.

Quando Osho aveva accennato all’assenza di alberi, Sheela gli aveva

parlato di una grande pineta che si trovava nell’area più remota della

proprietà. Lui amava molto gli alberi e spesso mi chiedeva: “Hai mai

visto quella pineta? Quanti alberi ci sono? Quanto è grande? Quanto è

lontana? Potrei andarci in macchina?”.

Ci andai un giorno con una moto da cross perché non c’era una stra

da. Bisognava percorrere circa venticinque chilometri in mezzo ai

campi, ma era vero: la pineta si trovava in una piccola valle al confine

della proprietà.

Stava ormai diventando sempre più pericoloso per Osho guidare fuori

daRajneeshpuram, così cogliemmo quell’opportunità per iniziare a tracciare

una strada che andasse verso la pineta. Fu un lavoro lentissimo.

Non appena veniva costruito un tratto di strada, gli uomini che vi stavano

lavorando venivano mandati a partecipare a un altro progetto e la

pioggia distruggeva tutto quello che avevano fatto.Ma comunque i lavori

procedevano e, nel 1984, quindici chilometri erano stati completati.

Osho iniziò a correre lungo quella strada, che sempre più si avvicinava

a quell’elusiva pineta; era un percorso stupendo, ma della pineta non si

vedevano ancora le tracce. Né l’avrebbe mai vista: lasciò Rajneeshpuram

prima che la strada venisse completata. Ma due dei sannyasin che

parteciparono fin dall’inizio a questo progetto, Milarepa e Vimal, decisero

di portarlo a termine.

Mentre tutti gli altri si ritiravano, portando via i macchinari che dovevano

essere messi in vendita, poiché la Comune stava inesorabilmente

chiudendo, loro rimasero fedeli a quel progetto e tentarono da soli di

raggiungere la pineta, “nel caso Osho fosse tornato.”

Malgrado il sottile conflitto, la vita nella Comunità fioriva e col passare

delle settimane e dei mesi l’energia dei sannyasin non potè più essere

trattenuta. Il quotidiano allinearsi, lungo la strada da lui percorsa in

macchina, non fu più sufficiente. Un pomeriggio, Osho incontrò al suo

passaggio un gruppo di sannyasin italiani che si mise a suonare e a cantare

per lui. Quel giorno si fermò qualche minuto con loro per godersi

lo spettacolo improvvisato e, nel giro di una settimana, si videro musicisti

vestiti di rosso che cantavano e ballavano, lungo tutto il percorso:

da Lao Tzu, oltre la piccola diga del laghetto di Basho, lungo la strada

polverosa che passava davanti a RajneeshMandir, fino al centro di Rajneeshpuram

e su verso le colline. Fu l’inizio di una celebrazione selvaggia,

che sarebbe continuata ogni giorno per due anni, nel caldo

rovente del deserto o inmezzo alle tempeste di neve che d’inverno spazzavano

quella regione impervia.

Era un’esplosione spontanea di gioia che esprimeva un amore versoOsho,

nell’unica maniera possibile. La gratitudine per essere entrati grazie a

lui, in contatto con qualcosa dentro di sé di così intimo e profondo.

In poco tempo, la notizia fece il giro del mondo, e si videro arrivare gli

strumenti musicali più strani e diversi; i più amati erano i grandi tamburi

brasiliani, ma c’erano anche flauti, violini, chitarre, tamburelli,

maracas di tutte le dimensioni, sassofoni, clarinetti, trombe; c’era di

tutto e chi non aveva uno strumento, cantava o ballava.

Osho amava vedere la sua gente felice e guidava così lentamente che

fu necessario fare una speciale messa a punto per il motore della Rolls

Royce, costretto a una velocità così ridotta. Seduto in auto, muoveva

le braccia al ritmo della musica e si fermava davanti ad alcuni

gruppi di musicisti.

Maneesha, che era stata una delle sue medium e che in seguito avrebbe

registrato tutti i suoi discorsi (come Platone aveva fatto con Socrate),

era sempre presente con il suo gruppo. Osho si fermava davanti a

lei e io, seduta in auto di fianco a lui, la vedevo scomparire in un selvaggio,

estatico ciclone di tamburini colorati e di gioia irrefrenabile. I

lunghi capelli neri le volavano davanti al viso, il corpo saltava, ma i suoi

occhi neri rimanevano fissi, in silenzio, in quelli di Osho.

Si fermava a lungo anche davanti a Rupesh, il suo percussionista, e

vedere Osho suonare i tamburi attraverso Rupesh, era una cosa dell’altro

mondo.

Malgrado la varietà di quella musica improvvisata che andava dal kirtan

indiano alla samba brasiliana, l’armonia era incredibile. A volte,

Osho impiegava più di due ore per percorrere tutta la fila di coloro che

celebravano il suo passaggio. Non riusciva a resistere e si fermava

davanti a tutti i sannyasin totalmente persi in quella celebrazione. L’auto

stessa sobbalzava,mentre lui dava il ritmomuovendo su e giù le braccia,

lasciando me nel più completo stupore: come poteva avere tutta

quella forza nelle braccia da continuare così a lungo e con la stessa intensità

a fare quel movimento?

Il drive-by, così venne chiamata quell’incredibile celebrazione, era intimo

e potente, almeno quanto gli energy darshan di un tempo e a volte,

quando ero in macchina con Osho, vedendo i volti di quelle persone,

pensavo: “Se esiste una sola ragione per salvare questo pianeta, è questa!”

Quei volti così limpidi e splendenti di tante persone allineate e in

festa erano così belli! Spesso venivo sommersa dalle lacrime e una volta,

sentendomi tirare su con il naso, Osho disse: “Hai il raffreddore?”.

“No Osho, sto piangendo…”.

“Mmmm, piangendo? Cosa succede?”.

“Niente Osho, solo che è così bello. Non possono distruggere tutto

questo, vero?”.

In quel periodo Osho ebbe grossi problemi ai denti e il suo dentista fu

costretto a fargli nove devitalizzazioni. Mentre il trattamento era in

corso, non si fece scappare l’occasione per trarre il massimo beneficio

da quella situazione: sotto l’effetto del gas usato per anestetizzarlo, iniziò

a parlare. Per Devageet, il suo dentista, non era un compito facile

lavorare in una bocca che si muoveva in continuazione, ma quella era

la situazione, e Osho parlò così tanto che ciò che disse venne poi raccolto

in ben tre libri. Capimmo subito che si trattava di qualcosa che

doveva essere conservato e registrammo tutto.

Ne uscirono tre libri straordinari: Bagliori di un’infanzia dorata, I libri

che ho amato e Appunti di un folle.

Un giorno, durante il suo giro in macchina, alcuni cowboy gli tirarono

dei sassi. Non colpirono l’auto, ma io li vidi benissimo. In quel periodo

Osho era seguito nei suoi giri da cinque guardie del corpo, ma nessuna

di loro vide niente, anche se le avevo chiamate via radio.

Quando rientrammo, mi fu chiesto di andare a Jesus Grove (la casa di

Sheela) per parlare con gli addetti alla sicurezza. Ero l’eroina del giorno!

Il mio ego era alle stelle, ero in un turbine di energia, l’adrenalina

scorreva selvaggia nelle mie vene. Nella stanza tutti mi ascoltavano e

io davo consigli su come potevano fare meglio il loro lavoro. Il meeting

finì all’ora di pranzo e andai a prendere l’autobus per Magdalena.

Mentre aspettavo alla fermata, mi sentivo euforica, non riuscivo a smettere

di parlare, ero fuori di me, ma all’improvviso mi fermai, avevo una

spiacevole sensazione nello stomaco, e capii che questo è il potere. Ci

si sente così quando si ha potere. Questa è la droga con cui le persone

vengono comprate e per la quale vendono la loro anima.

E Sheela controllava il suo gruppo dando o togliendo questo potere. Io

credo che, come tutte le sostanze stupefacenti, il potere intossichi e

distrugga la consapevolezza di chi ne fa uso.

In chi medita questo desiderio di potere non affiora, eppure tutte le persone

che si erano raccolte in quella vallata, per dare vita a una Comune

fondata sulla meditazione, avevano piano piano stranamente delegato

ogni potere a Sheela, che alla fine si ritrovò a dominare tutta la Comune.

Fu un recedere spontaneo da un lato, e un fagocitare tutto dall’altro: la

maggior parte di coloro che vivevano a Rajneeshpuramerano lì per stare

vicine a Osho: sentirsi in sua presenza alimentava in loro un ricordo

spontaneo di sé, che risultava più vitale dell’aria stessa. Dall’altra parte

c’era l’evidente ostilità che il nostro essere così ‘diversi’ sollevava negli

oregoniani. In mezzo si pose Sheela, che si sentì necessaria, e fu poi via

via confermata in questo suo ruolo proprio dalla minaccia che incombeva

su di noi di essere cacciati da quell’oasi nascente.

Fu una lezione di vita. Credo infatti che gli eventi, in seguito, dimostrarono

come sia più facile delegare la vita pratica e le decisioni che

questa comporta a un gruppo dirigente che si struttura come organizzazione

e impone codici e regole di comportamento. Essere individui

significa anche assumersi responsabilità rispetto al contesto in cui si

vive. È in questa responsabilità che si è liberi… e la responsabilità

richiede una certa maturità.

In retrospettiva, posso dire che allora non eravamo pronti ad assumerci

la responsabilità di noi stessi e in seguito divenne chiaro che questa

era la lezione che dovevamo imparare.

“Quando non ci sarò più, ricordatemi come un uomo che vi ha dato

libertà e individualità”, avrebbe poi detto Osho.

E posso dire che ce le ha date, le ha date veramente.

La libertà di essere me stessa era cominciata anni prima, con la ricerca

del mio essere, e finora aveva significato attraversare tutti gli strati delle

false personalità che mi separavano dal mio centro più intimo. L’individualità

fu un passo successivo; infatti essa affiora con il coraggio di esprimere

ciò che si sente, anche se questo significa essere diversi da tutti gli

altri. La mia individualità può fiorire solo quando riesco ad accettare me

stessa e dire: “Sì, questa sono io. Io sono così.” Senza alcun giudizio.

Benché la nostra casa fosse sorvegliata ventiquattr’ore al giorno dalle

guardie di Sheela che stazionavano nella torretta, tutti coloro che vi abitavano

facevano turni di guardia durante la notte. Dovevamo alzarci e

vestirci – vestirci di tutto punto, perché a volte la temperatura scendeva

sotto zero e spesso pioveva o nevicava – e poi camminare intorno

alla casa con una radio trasmittente. Era buio pesto, il terreno era scivoloso

e io avevo paura. Di solito mi arrampicavo sul pendio che si trovava

dietro la piscina, mi intrufolavo tra i bambù, saltavo il piccolo

ruscello che faceva strani suoni nella notte;molto spesso, a questo punto,

la trasmittente emetteva un forte rumore statico. Con il cuore che mi

batteva forte, irrigidita come un cadavere, me ne stavo lì con gli occhi

fissi nel buio e un grido silenzioso bloccato in gola.

Sentivamo che la nostra presenza dava in qualche modo fastidio. Sheela

si voleva vendicare, semplicemente perché era gelosa del nostro

essere vicini a Osho, e quella gelosia sarebbe cresciuta a dismisura.

Ci accorgemmo, ad esempio, che di tanto in tanto mandava uno dei suoi

lavoratori a cambiare la serratura di qualche porta, per cui dovevamo

assicurarci che non entrasse in casa senza che noi lo sapessimo. Perché

non accadesse, ogni volta Vivek mandava Asheesh nel negozio di ferramenta

della Comune a rubare (non c’era altra soluzione) un fermaporta

da fissare all’interno per impedire un eventuale accesso.

Fu questa precauzione a salvare la vita di Vivek la volta in cui Sheela

mandò quattro persone che appartenevano al suo gruppo, armate di cloroformio

e di una siringa di veleno. Rafia, il ragazzo di Vivek, quella

notte era stato allontanato dal Ranch con una scusa e il tentativo d’omicidio

fallì solo perché non riuscirono a entrare in casa.

Ma all’epoca nessuno sospettò nulla; venimmo a conoscenza di questa

e di altre incredibili verità molto tempo dopo la fuga di Sheela, quando

alcuni componenti della sua banda vennero interrogati dall’FBI.

Nel giugno del 1984 ricevetti una telefonata di Sheela. Era fuori di sé

e parlava così forte che dovevo tenere la cornetta a mezzo metro di

distanza: “Tombola, abbiamo fatto tombola,” urlava eccitatissima.

Pensai che si trattasse di una notizia meravigliosa e le chiesi cos’era

successo. Rispose che avevano scoperto che Devaraj, Devageet eAshu,

l’infermiera che lo aiutava, avevano un’infezione agli occhi, la congiuntivite.

“E questo prova,” continuò gelida, “che sono dei luridi maiali e

non possiamo permettere che si prendano cura di Osho.”

Misi giù il telefono pensando: “Mio Dio, questa donna è completamente

impazzita…”.

Sull’onda di quella notizia, Sheela volle che Puja esaminasse gli occhi

di Osho. Puja, che noi soprannominavamo amorevolmente ‘dottoressa

Mengele’, non piaceva a nessuno, e nessuno si fidava di lei. C’era qualcosa

che non andava nel suo volto grassoccio dal colorito scuro e nei

suoi occhi, simili a due piccole fessure, sempre nascosti dietro a un

paio di occhiali da sole.

Quando dissi a Osho che Sheela voleva mandare Puja per esaminarlo,

lui rispose che la sola cosa da fare era isolare i malati; una visita era

del tutto inutile.

Sheela insistette affinché tutti coloro che abitavano nella casa di Osho si

facessero controllare gli occhi; così tutti, eccettoNirupa che rimase a prendersi

cura di Osho, andammo al centro medico…e forse non ci crederete,

ma avevamo tutti la congiuntivite. Allora fummo riuniti in una stanza

–Devaraj,Devageet,Vivek e io – e letteralmente circondati da dodici persone

fedeli a Sheela. C’era anche Savita, la donna che avevo incontrato

anni prima in Inghilterra, ora a capo della sezione contabilità.

Fu un vero e proprio processo inquisitorio: ciascuno aveva qualcosa di

orribile da dirci, frutto di pensieri velenosi rimuginati da sempre, e che

ora finalmente poteva vomitarci addosso.

Fu così terribile, che arrivai a pensare: “Se Osho dovesse morire prima

di me, io mi suicido sicuramente!” Ma non c’era scampo. Savita insisteva

nel ripetere che a volte l’amore è duro, non è sempre rose e fiori

e che la situazione rivelava semplicemente la nostra incapacità a prenderci

cura di Osho: come avevamo potuto sottoporlo al rischio di una

malattia così grave?

Mi resi conto inoltre che quelle persone parlavano di Osho come se non

sapesse ciò che faceva e avesse bisogno di qualcuno che pensasse per

lui a tutti i livelli.

Noi non sentivamo alcun sintomo di quella malattia che ci veniva contestata,

ma nessuno voleva o poteva mettere in discussione i risultati

delle analisi.

Venimmo messi in isolamento. Ma il giorno dopo Osho aveva mal di

denti e chiese che Devaraj, Devageet e Ashu andassero da lui. Sheela

insistette per mandare il suo medico e dentista, ma Osho rifiutò, disse

che voleva la sua gente, anche se era rischioso. Così tutti e tre tornarono

a Lao Tzu, dove vennero disinfettati per bene, prima di ottenere il

permesso di occuparsi di Osho.

Nel frattempo, l’intera Comune dovette fare il test per la ‘finta malattia’,

così la definì Osho, e i risultati rivelarono che ce l’avevano tutti.

In quei giorni il centro medico straripava di gente, non era rimasto nessuno

a prendersi cura della Comune. Per fortuna, si scoprì di cosa si

trattava: uno dei dottori, infatti, parlò con un oculista e venne a sapere

che le analisi avevano rilevato negli occhi di tutti, semplicemente dei

puntini sulla cornea, molto comuni per chiunque viva in un clima secco

e polveroso come era il nostro.

Dopo tre giorni ci fu permesso di tornare a casa.

Mentre risalivamo la strada, rimasi sconvolta nel vedere che tutte le

nostre cose erano state buttate sul prato e sul viottolo antistanti. Per ordine

di Sheela, una squadra addetta alle pulizie, aveva messo sottosopra

tutta la casa e buttato fuori tutti i nostri vestiti e oggetti personali, con

la scusa che erano contaminati.

Non era finita. Ci spruzzarono con alcool denaturato, poi fummo sotto

posti a un nuovo interrogatorio.Questa volta vollero registrare ogni cosa,

in modo da poter fare a Sheela un rapporto preciso nei minimi dettagli.

Era decisamente troppo, eVivek andò direttamente daOsho a dirgli cosa

stava succedendo. Quando tornò poco dopo, dicendo che Osho voleva

che quella buffonata finisse e che ciascuno tornasse a casa propria, nessuno

le credette. Era come cercare di richiamare i cani da caccia dopo

che hanno fiutato una tana.

Accusarono Vivek di mentire, ma noi tutti ci alzammo e ce ne andammo

lasciando quelle persone lì, da sole, sedute senza sapere cosa fare,

mentre Patipada, un altro dei personaggi che facevano parte del gruppo

di Sheela, gridava e imprecava al registratore, visto che non c’era

più nessuno contro cui urlare!

Il giorno dopo Osho organizzò un meeting nella sua stanza con noi della

casa, al quale furono invitati anche Savita, Sheela e alcuni dei suoi

seguaci. In quell’occasione ci disse senza mezzi termini che, se non

avessimo imparato a vivere in armonia, avrebbe lasciato il corpo il 6 di

luglio. C’erano fin troppi conflitti all’esterno della Comune, non c’era

affatto bisogno anche di lotte intestine. E in quell’occasione parlò anche

dell’abuso di potere.

Alcuni giorni dopo, Osho comunicò una lista di ventuno persone che

vivevano nella Comune, dichiarandole illuminate. Il fatto fece veramente

scalpore!

Ma non era finita. Subito dopo istituì tre comitati (o ‘sanda’) formati da

‘Sambuddha’, ‘Mahasattva’ e ‘Bodhisattva’. Queste erano le persone

che avrebbero gestito la Comune, se a lui fosse accaduto qualcosa. Sheela

non compariva in nessuna di quelle liste, e non c’era nemmeno uno

dei suoi seguaci. Facendo questo, Osho aveva tolto a Sheela ogni possibilità

di diventare il suo successore. In pratica non aveva più alcun

potere effettivo.

Aquesto punto, per darvi un’idea di come vive e lavora un mistico, vorrei

raccontarvi un episodio.

Un giorno ero in macchina con Osho e all’interno dell’abitacolo una

mosca ronzava fastidiosamente sopra le nostre teste. Io iniziai a sbracciarmi

nel tentativo di afferrarla. Quando ci fermammo a un incrocio,

mi voltai e presi a dare colpi su colpi sui sedili e sui finestrini, senza

riuscire a colpirla. In tutto questo tempo Osho era rimasto seduto

immobile, guardando fisso davanti a sé, per nulla disturbato dal mio

inutile affannarmi.

A un certo punto, senza neppure girare la testa, né muovere gli occhi,

spinse con calma il bottone del comando automatico e fece scendere il

finestrino dalla sua parte; poi rimase in attesa, seduto in silenzio. Quando

la mosca gli volò vicino, fece un semplice gesto e quella volò fuori.

Poi, fece risalire il finestrino.

Tutto questo senza mai togliere lo sguardo dalla strada, né dire nulla.

Così Zen e così aggraziato!

La stessa cosa fece con Sheela. Con eleganza attese che uscisse di

scena. In fondo era ancora il suo Maestro, l’amava e si fidava del buddha

che è in lei. Certo, posso dire che Osho si fidava di Sheela: per

quindici anni l’ho osservato da vicino, e ho visto che lui è pura fiducia.

È forse difficile da comprendere, ma esseri come Osho vivono

immersi in una fiducia totale; anche il modo in cui è morto rivela la

sua fiducia completa nell’esistenza.

Una volta gli ho chiesto che differenza c’era tra una persona che ha fiducia

e una ingenua, e lui ha spiegato che essere ingenui è segno di ignoranza,

mentre aver fiducia è segno di intelligenza: “Entrambi verranno

ingannati, entrambi verranno disillusi; ma la persona ingenua si sentirà

ingannata, imbrogliata, andrà su tutte le furie e inizierà a diffidare della

gente. La sua ingenuità prima o poi diventerà sfiducia.

Anche la persona che ha fiducia verrà ingannata e disillusa, ma non si

sentirà ferita. Sentirà solo compassione verso coloro che l’hanno imbrogliata,

che l’hanno disillusa, e non perderà la sua fiducia.

La sua fiducia continuerà a crescere malgrado tutti gli inganni. La sua

fiducia non diventerà mai sfiducia nei confronti dell’umanità.

All’inizio sembrano simili. Ma alla fine l’ingenuità si trasforma in sfiducia,

mentre la fiducia diventa sempre più salda, più compassionevole,

più comprensiva verso le debolezze e la fragilità umane. La fiducia

è talmente preziosa che si è disposti a perdere qualsiasi altra cosa, ma

non la fiducia stessa.” (da Beyond Enlightenment)

Mi sono spesso chiesta se Osho fosse in grado di vedere il futuro. Infatti,

se io a volte ho intravisto scorci di eventi, prima che si verificassero,

credo che lui potesse vedere l’intero film della vita. Ma devo dire

che, come io l’ho compreso, tutto il suo insegnamento consiste nell’essere

nel momento. Questo momento è tutto.

“A chi può mai interessare il futuro? Io vivo ADESSO.”

Un giorno Vivek andò a Jesus Grove per un incontro con Sheela. Dopo

aver bevuto una tazza di tè, si sentì male e Sheela la riportò a casa. Le

vidi da una finestra della mia lavanderia: Sheela sorreggeva Vivek che

quasi non riusciva a camminare. Devaraj la visitò: il suo polso era salito

a centosessanta-centosettanta battiti al minuto, e anche il cuore funzionava

in maniera anormale.

Alcuni giorni dopo Osho ruppe il silenzio che durava da tre anni e

mezzo, e cominciò a tenere discorsi nel soggiorno della sua casa. C’era

posto per una cinquantina di persone, per cui fu organizzato un sistema

di rotazione, ma i discorsi venivano registrati, e il video veniva mostrato

la sera dopo a tutta la Comune in Rajneesh Mandir.

Parlò di ribellione, contrapponendola all’obbedienza, di libertà e di

responsabilità e chiarì perfino che non ci avrebbemai lasciati nellemani

di un regime fascista.

Disse che finalmente poteva parlare a persone in grado di accettare quello

che aveva da dire; per trent’anni aveva dovuto camuffare il suo messaggio

nascondendolo tra i sutra di Buddha, di Mahavira, di Gesù e di

tanti altri; adesso avrebbe detto la verità nuda e cruda sulle religioni. Iniziò

smascherando le tante bugie che – disse – i preti avevano inventato

per tenere l’umanità in schiavitù. Dichiarò con enfasi che non era per

nulla necessaria una nascita prodigiosa, ad esempio da madre vergine,

per illuminarsi: “…Io sono solo un uomo normale come voi, con tutte

le mie debolezze e tutte le mie fragilità. Devo continuamente sottolinearlo,

perché avete la tendenza a dimenticarlo. E perché continuo a sottolinearlo?

Perché possiate capire una cosa estremamente significativa:

se un uomo normale, del tutto simile a voi, può essere illuminato, anche

per voi non c’è alcun problema. Anche voi potete illuminarvi…”.

“Io non vi ho fatto nessuna promessa… non vi ho dato nessun incentivo…

nessuna garanzia.Nonmi assumo nessuna responsabilità per conto

vostro, perché vi rispetto.

Se mi assumessi le vostre responsabilità, voi diventereste degli schiavi.

Allora io sarei il capo e voi i seguaci. Noi siamo compagni di viaggio.

Voi non siete dietro di me, ma accanto a me, mi siete al fianco. Io non

sono più in alto di voi, sono uno di voi. Non mi attribuisco alcuna superiorità,

né poteri straordinari. Riuscite a capire? Rendervi responsabili

della vostra vita significa darvi la libertà.

La libertà è un grande rischio… nessuno vuole veramente essere libero…

sono solo chiacchiere. Tutti vogliono essere dipendenti, tutti

vogliono che qualcun altro si assuma le loro responsabilità. Quando sei

libero, sei responsabile di ogni azione, di ogni pensiero, di ogni movimento.

Non puoi gettare la responsabilità su nessun altro.”

Mi ricordo che una volta, in una situazione particolarmente caotica,

Vivek era molto nervosa e Osho mi disse con un’espressione leggermente

sorpresa: “Come sei calma!”.

Gli risposi che lo ero perché lui mi stava aiutando. Non disse niente,

ma ebbi la netta sensazione che le mie parole si fossero congelate nell’aria,

per poi ricadere pesantemente ai miei piedi. Non ero riuscita a

prendermi neppure la responsabilità della mia serenità. Osho doveva

esserne la causa!

Qualche giorno dopo, Osho mi chiese come andava la Comune. Era

la stessa domanda che mi aveva fatto anni prima, quando era in silenzio.

Gli risposi: “Adesso che hai ripreso a parlare mi sento nella tua

Comune. Non mi sento più nella Comune di Sheela.” Ed era vero,

non solo per me.

Sheela stava perdendo la sua popolarità. Non era più l’unica persona a

vedere Osho, adesso lo vedevamo tutti; non solo, ora tutti gli potevamo

fare delle domande per il discorso. E ciò che Osho diceva stava aprendo

gli occhi delle persone.

Parlava delle religioni, ma in particolare pose la sua attenzione sul cristianesimo,

dicendo cose veramente dissacranti, anche per quanti lo

avevano ascoltato per anni. Adesso diceva veramente pane al pane e

vino al vino!

Sono convinta che furono proprio quei discorsi amettere definitivamente

a disagio i cuori dei cristiani fondamentalisti, scatenando il panico e

spingendo il governo americano a ‘fare qualcosa’ per porre fine a quella

provocazione vivente; non fu certo il suo visto turistico irregolare la

causa di quanto stava per accadere.

In quel periodo tuttavia qualcun altro si sentiva disturbato dal fatto che

Osho avesse ripreso a parlare. Un giorno Sheela indisse un’assemblea

di tutta la Comune nell’auditorio. Vivek sospettava che avrebbe tentato

qualcosa per far smettere Osho di parlare, per cui facemmo un piano:

alcuni di noi si sarebbero sparpagliati per l’auditorio e insieme ci saremmo

messi a gridare: “Osho deve continuare a parlare.” In questo modo,

tutti avrebbero capito quello che stava succedendo e avrebbero intonato

il nostro slogan: “Osho deve continuare a parlare.”

Io ero seduta in fondo alla sala con il registratore acceso sotto la giacca,

volevo raccogliere accuratamente tutto ciò che veniva detto. Sheela

iniziò dicendo che, con il festival alle porte, c’era tantissimo lavoro

da fare, inoltre c’erano parecchi ‘lavori arretrati,’ per cui sarebbe stato

impossibile far fronte a tutto, e in più andare al discorso… mi sembrò

che fosse giunto il momento e gridai a squarciagola: “Osho deve continuare

a parlare! Osho deve continuare a parlare!”.

Silenzio.

Dove erano finiti i miei compagni anarchici?

“Osho deve continuare a parlare!”, continuai a gridare, mentre in molti

cominciavano a voltarsi per vedere chi era l’idiota che disturbava l’assemblea.

Vidi le loro facce incredule: Chetana, Chetana? Ma come, lei

di solito è così calma! Deve essere impazzita.

Anch’io ero stupita: tutti sapevano che non esistevano lavori arretrati,

eppure nessuno capiva dove Sheela volesse andare a parare… in

breve, l’assemblea divenne un caos di opinioni, e alla fine si optò per

un compromesso.

Per assurdo, Osho ha sempre ripetuto di non fare mai compromessi, ma

noi, senza saperlo, cademmo nella trappola: si decise che Osho avrebbe

parlato ogni sera ad alcune persone, mentre il video sarebbe andato

in onda dopo cena, alla fine di un orario di lavoro fissato in dodici ore.

Ovviamente, anche il più devoto dei discepoli si sarebbe addormentato.

Quindi, non solo nessuno riusciva ad ascoltare ciò che diceva, ma

ci si sentiva in colpa per aver accettato quel compromesso e non riuscire

a stare svegli!

Qualche giorno dopo, Vivek e Osho, durante il solito giro in macchina

per il Ranch videro un gruppo di persone che raccoglieva rami secchi

e pietre in un torrente.

“Cosa stanno facendo?” chiese Osho.

“Sono i ‘lavori arretrati’” rispose Vivek.

In quei giorni la ricerca di fantomatici ‘lavori arretrati’ divenne una

barzelletta.

Proprio in quei giorni Osho si ammalò molto gravemente e dovemmo

chiamare uno specialista che si prendesse cura di lui.Aveva un’infezione

all’orecchio e il dolore lancinante durò per sei settimane.

Il discorso e il drive-by vennero sospesi.

Da un anno circa avevo cambiato lavoro: mi occupavo del giardino,

mentre Vivek aveva preso in carica la lavanderia. Malgrado tutto,

anch’io avevo avuto i miei traumi e le mie difficoltà, per cui lavorare

con le piante e gli alberi fu una grande consolazione.

La casa di Osho era ormai circondata da centinaia di alberi: pini, abeti

e sequoie erano stati piantati nel giardino e alcuni erano già alti più

di venti metri. Proprio sotto la sua finestra era stata creata una cascata

che aggirava la piscina, e ricadeva in un laghetto circondato da

salici piangenti.

Si vedevano ciliegi in fiore, alte erbe tipiche della Pampa, bambù, piante

di forsitia gialle e alberi di magnolia sui due lati del ruscello. Proprio

davanti alla finestra della sala da pranzo di Osho c’era un roseto, e nel

patio dove era parcheggiata la sua macchina c’era una fontana, con al

centro una statua del Buddha, di dimensioni naturali. Una fila di pioppi

costeggiava la strada fino a raggiungere un boschetto di betulle argentate.

Il prato ormai era verde e rigoglioso e le colline circostanti erano

piene di fiori selvatici.

Nel giardino c’erano trecento pavoni che danzavano alla luce del sole

con i loro colori psichedelici. Sei erano completamente bianchi ed erano

i più impertinenti. Si mettevano davanti alla macchina di Osho e facevano

la ruota, quasi fossero dei giganteschi fiocchi di neve, e non lo

lasciavano passare.

A Osho è sempre piaciuto vivere in giardini pieni di uccelli e animali

stupendi. Aveva sempre voluto creare un parco per i cervi a Rajneeshpuram

e ci aveva consigliato di coltivare l’alfalfa, un’erba di

cui i cervi sono molto ghiotti, per attirarli lontano dai cacciatori. Ci

raccontò di un posto in India che visitava spesso, nei pressi di una

cascata, dove la notte centinaia di cervi si radunavano per andare a

bere al lago. “E i loro occhi brillavano come mille fiammelle che danzavano

nel buio.”

In fondo al giardino, prima del laghetto di Basho, dove da una parte del

ponte vivevano i cigni neri e dall’altra i cigni bianchi, c’era il garage,

con le famose novantasei Rolls Royce. In India, l’unica Mercedes di

Osho era bastata a provocare un gran chiasso, in America ci vollero

quasi cento Rolls Royce per ottenere lo stesso effetto.

Per molte persone, queste auto erano una vera e propria barriera che

impediva loro di avvicinarsi a Osho: non riuscivano a vedere al di là

delle macchine.

Si dice che i Maestri Sufi assumano sempre nuovi travestimenti, per

poter continuare il loro lavoro senza venir riconosciuti e non perdere

tempo con coloro che non sono veri ricercatori.

“Io di certo non avevo bisogno di novantasei Rolls Royce. Non potevo

usare novantasei Rolls Royce contemporaneamente – lo stesso modello,

la stessa macchina. Ma volevo che fosse chiaro a tutti voi che sareste

disposti ad abbandonare i vostri desideri di verità, amore e crescita

spirituale per avere una Rolls Royce. Stavo consapevolmente creando

una situazione in cui vi sareste sentiti gelosi.

La funzione del Maestro è molto strana. Deve aiutarvi a capire come

funziona la struttura interiore della vostra consapevolezza: trabocca

di gelosia.

…Quelle auto hanno svolto la loro funzione. Hanno creato gelosia in

tutta l’America, in tutti i super ricchi. Se fossero stati intelligenti, invece

di diventaremiei nemici, sarebbero venuti dame per trovare un sistema

che li aiutasse a liberarsi dalla loro gelosia, perché quello è il loro

vero problema. La gelosia è un fuoco che vi consuma, e vi consuma

totalmente.” (da Beyond Psychology)

“Tutto quello che ho fatto nella mia vita ha uno scopo. È un trucco per

portare alla luce cose che sono nascoste dentro di voi e di cui non siete

consapevoli.” – Osho.

Finalmente ebbe inizio la quarta celebrazione mondiale e Osho venne

a meditare con noi in Rajneesh Mandir, il grande auditorio costruito

nella vallata che avevamo riportato in vita. Devaraj leggeva alcuni brani

scelti dai libri di Osho, intercalati da musica.

Era il 6 luglio, il giorno del Maestro; io era seduta nell’auditorio, e mi

sentivo malissimo. Mi rimproverai: ero seduta di fronte a Osho e questo

era un giorno di celebrazione… e allora cosa mi stava succedendo?

Quando la celebrazione terminò, io eManeesha aspettammo Devaraj in

macchina. Mi sentivo male, per cui mi slacciai i bottoni del vestito e

misi la testa tra le ginocchia. Aspettammo fino a che non rimase nessuno,

eppure Devaraj non arrivava ancora. Avevamo solo visto un’ambulanza

che ci sfrecciava davanti.

Maneesha guidò verso casa e mentre camminavamo lungo il viottolo,

qualcuno corse verso di noi dicendoci che durante la celebrazione avevano

iniettato del veleno a Devaraj, e stava morendo.

La mia mente andava a mille: com’era possibile che qualcuno fosse

venuto a Rajneeshpuram per uccidere Devaraj? E come poteva un simile

maniaco aver avuto il permesso di entrare nell’auditorio? Immaginavo

un gruppo di gente sul tipo di Charles Manson, in giubbotti di

pelle nera e catene.

Il mio mondo era completamente sottosopra.

Le strutture mediche costruite per Osho furono usate per analizzare il

sangue di Devaraj e sentii con le mie orecchie i dottori dire: “Clinicamente

quest’uomo dovrebbe essere già morto.”

Devaraj venne portato d’urgenza, in aereo, al centro di rianimazione del

più vicino ospedale. Tossiva sangue, segno che il cuore era molto debole

e che aveva un edema polmonare.

Solo ventiquattro ore dopo ricevemmo la notizia che ce l’avrebbe fatta.

Quel pomeriggio ero conManeesha vicino al laghetto di Basho per salutare

Osho al drive-by. Prima che arrivasse la sua auto, Sheela, Vidya,

Savita e Shanti Bhadra passarono in macchina. Tutte e quattro si sporsero

dal finestrino e ci fissarono in modo provocatorio. Fu un momento

molto strano che è rimasto impresso per sempre nella mia mente. Fermarono

lamacchina e ci fissarono, poi chiamaronoTaru (l’enorme, grassa

Taru che per anni aveva cantato i sutra in hindi per Osho) e le chiesero

qualcosa. Più tardi scoprii che le avevano chiesto se aveva visto

qualcosa durante la celebrazione della mattina.

In verità Taru aveva notato qualcosa, come venne alla luce più tardi.Aveva

visto il forellino lasciato da una iniezione nella schiena di Devaraj e lui

le aveva detto, prima di svenire, che era stata Shanti Bhadra a fargliela.

Taru ovviamente non disse niente a quel gruppo di potenziali assassine,

perché aveva paura per la sua stessa vita.

Girò la voce che Shanti Bhadra, la prima aiutante di Sheela, avesse tentato

di uccidere Devaraj, ma la cosa venne subito smentita. Mi dissero

che Devaraj era confuso e molto malato, forse aveva addirittura un

tumore al cervello.

Nessuno era pronto a credere a una storia tanto terribile, cioè che una

sannyasin lo avesse deliberatamente avvelenato, e Devaraj, invece di

gridarlo a tutti, inclusi i dottori che lo curavano all’ospedale, era stato

abbastanza consapevole da vedere chiaramente quali sarebbero state le

implicazioni: la polizia avrebbe invaso la Comune. La tensione con le

strutture governative non si era affatto allentata: giravano già voci allarmanti,

confermate poi ufficialmente, che la guardia nazionale era tenuta

in stato di preallarme, in attesa dell’ordine di attaccare la Comune.

Devaraj temeva di ricevere il colpo di grazia mentre era in ospedale, e

comunque era consapevole del fatto che se fosse sopravvissuto sarebbe

dovuto tornare a Rajneeshpuram. Decise quindi di parlare solo con

Maneesha, Vivek e Devageet, i quali decisero di mantenere il silenzio

fino a quando non avessero avuto delle prove. Alcuni di noi stentavano

a credere alle sue dichiarazioni, pensavano che avesse perso le facoltà

mentali. Per cui fu lasciato completamente esposto alla possibilità

di un altro attacco, eppure continuò a vivere giorno per giorno, come

se fosse tutto normale.

Immaginate quanta fiducia aveva Devaraj, circondato da una parte dai

suoi amici che pensavano fosse impazzito e dall’altra da un gruppo di

persone che avevano cercato di ucciderlo, e potevano provarci ancora!

Lo stesso giorno in cui Devaraj tornò dall’ospedale, Osho incominciò

a tenere conferenze stampa a Jesus Grove, un lungo bungalow in cui

vivevano Sheela e la sua banda. Fu allestita una sala, a temperatura bassissima,

il solo ambiente in cui Osho si trovasse a proprio agio. Qui si

intratteneva con i giornalisti che non tardarono ad arrivare da ogni parte

del mondo. Qualcosa di lui, infatti, aveva fortemente attecchito nella

mente occidentale e il silenzio di cui si era circondato per tanto tempo

aveva aumentato l’interesse.

Con questa semplice mossa, i riflettori si spensero su Sheela e le sue

idee di grandezza: non c’era più dubbio su chi fosse il vero Maestro, in

quel posto. Tutti potevano constatarlo con i propri occhi. E potevano

vedere la diversa attitudine con cui Osho interagiva con le persone:

quando arrivava e quando lasciava Jesus Grove, veniva accompagnato

da musicisti, e al suono di quella musica lui ballava con le persone che

affollavano il corridoio e il viottolo che portava alla casa.

Anche in Mandir Osho ballava con i discepoli: invitava le persone a

salire sul podio e a danzare con lui. Non solo: in quello stesso periodo

iniziò a far visita ai diversi dipartimenti della città, agli uffici, al centro

medico, andò perfino in discoteca. Fece vedere che non era un dio, remoto

e inaccessibile: “Sono un comune essere umano, semplice e ordinario,

proprio come voi.”

Devo tuttavia ammettere che per me era molto difficile vedere Osho

come un uomo normale. Solo dopo che ha lasciato il corpo, sono stata

inondata dai ricordi di quanto fosse umano e ordinario. Solo allora, visto

che non potevo più dipendere da lui, mi sono risultate evidenti la sua

umiltà e la sua fragilità.Aquei tempi lo vedevo veramente come un dio,

e in questo modo potevo permettermi di non assumermi alcuna responsabilità

rispetto alla mia illuminazione; la mia realizzazione, l’impegno

verso me stessa, erano tanto lontani quanto immaginavo lo fosse lui dai

comuni mortali… per questo ho potuto continuare a russare e a sognare,

fino all’estremo degli estremi!

Il Festival era finito, ed era passata l’estate. Devaraj stava meglio. Sheela

all’improvviso decise di andarsene dalla Comune per qualche settimana.

Visitò tutti i Centri in Europa e in Australia; di fatto andò in giro

per avere conferma della sua immagine, toccando i luoghi in cui era

ancora una star. Ma c’era un senso di disagio in lei e scrisse a Osho di

non sentirsi più ‘eccitata’ all’idea di tornare a Rajneeshpuram.

Venerdì 13 settembre 1985 Osho, durante il discorso, rispose pubblicamente

alla sua lettera:

“Forse non ne è consapevole, e questa è la situazione di tutti – Sheela

non riesce a capire come mai qui non si sente più eccitata. Accade perché

io ho ripreso a parlare e lei non è più al centro dell’attenzione. Non

è più una celebrità. Quando io vi parlo, non c’è più bisogno di lei come

mediatrice per informarvi di quello che penso. Adesso che parlo con

la stampa e con i giornalisti della radio e della televisione, lei è caduta

nell’ombra. E per tre anni e mezzo è stata sotto la luce dei riflettori,

perché io ero in silenzio.

Può non esserle chiaro perché non si sente eccitata quando viene qui,

mentre si sente felice in Europa. In Europa è ancora una celebrità: programmi

televisivi, interviste alla radio, coi giornali, qui invece tutto

ciò è sparito dalla sua vita. Se riuscite a comportarvi così stupidamente,

in modo così inconsapevole, perfino quando io sono qui, nel

momento in cui non ci sarò più creerete ogni sorta di politica, di conflitti.

Ma allora qual è la differenza fra voi e il mondo esterno? In questo

caso tutto il mio sforzo è stato inutile. Voglio che vi comportiate

veramente come un ‘uomo nuovo’. Ho mandato a Sheela un messaggio,

spiegandole che il motivo è questo: ‘Per cui, pensaci e fammi

sapere. Se vuoi che io smetta di parlare solo perché tu possa sentirti

eccitata, posso smettere di parlare.’

Per me non è un problema. In effetti è un fastidio. Vi parlo per cinque

ore al giorno e questo crea infelicità nella sua mente. Lasciamole fare

il suo show, io posso tornare a stare in silenzio. Ma questo indica che

nel profondo, coloro che hanno il potere non vogliono che io rimanga

vivo, perché fino a quando io sono qui, non è possibile alcun gioco di

potere. Forse quelle persone non ne sono consapevoli, ma le situazioni

portano a galla i vostri giochi di potere.”

Il giorno dopo, Sheela tornò in tutta fretta a Rajneeshpuram e la sera

stessa, con circa quindici dei suoi seguaci, salì a bordo di un aereo privato,

e volò via dalla Comune, dall’America e dalle nostre vite.

La partenza di Sheela non mi rese felice. Mi sentivo preoccupata e triste.

Significava che aveva lasciato Osho. Ma perché?

Ben presto cominciai a scoprirlo, man mano che i residenti della Comu

ne rivelarono storie di maltrattamenti e ricatti: all’interno della Comune

aveva commesso malversazioni di ogni sorta, ma non si era fermata

lì. Nell’intera contea aveva tirato fila diaboliche che andavano dalle

intercettazioni telefoniche al tentato omicidio, arrivando perfino ad

avvelenare la riserva d’acqua di una città vicina.

Non appena ne venne a conoscenza, Osho chiamò immediatamente

l’FBI e la CIAperché investigassero. Immediatamente arrivarono agenti

e ufficiali. Si sistemarono nella casa più grande del Ranch e lì interrogarono

tutti. Ma non interrogarono mai Osho, anche se vennero presi

parecchi appuntamenti; ogni volta i funzionari li cancellavano.

In quei giorni venni a sapere che anch’io, in un certo senso, ero iscritta

in una sorta di lista nera: Sheela faceva girar voce che fossi una spia

e che non mi si doveva parlare: sinceramente, io non mi ero mai accorta

di nulla!Alle guardie poste sulla torretta di fronte alla nostra casa, ad

esempio, era stato detto di non socializzare troppo con noi, perché forse

un giorno avrebbero dovuto spararci addosso.

Istintivamente ero sempre stata attenta al telefono, per cui non fui

molto sorpresa alla notizia che i nostri telefoni erano sotto controllo.

Rimasi invece di sasso quando venni a sapere che c’erano dei microfoni

nella stanza di Osho.

La notizia di quegli eventi fece il giro del mondo e un centinaio di giornalisti

vennero a Rajneeshpuram, rimanendovi per alcune settimane.

Quella fu la prima e unica volta in cui mi fece piacere averli intorno:

sentivo che solo loro, in un certo senso, ci proteggevano. Non fosse altro

diffondendo le notizie sulla nostra realtà,mostrando le immagini di cosa

fosse la Comune, la gente che ci viveva: in questo modo la gente poteva

vedere che il cuore del nostro progetto era sano, normale, per nulla

legato ai giochi di potere che qualcuno aveva tentato, dando comunque

e sicuramente una piega catastrofica alle buone intenzioni di fondo.

Ero talmente scioccata da non rendermi conto del pericolo che adesso

correvano Osho e la nostra Comune.

In verità, il governo colse subito l’occasione per mettere in atto ciò

che aveva sempre cercato di fare, e cioè disperderci, mandarci via, far

sciogliere la Comune.

Lo rivelò senza mezze misure Charles Turner, il procuratore generale

americano per lo Stato dell’Oregon, alcuni mesi dopo, a un giornalista

che gli chiedeva come mai Bhagwan Shree Rajneesh (i.e. Osho)

non era stato accusato di alcun crimine. Lui rispose che non esistevano

prove che Bhagwan avesse commesso qualche crimine, e che di

fatto l’obiettivo principale del governo era sempre stato quello di

distruggere la Comune.

Perché? La nostra Comune, dove lavoravamo dalle dodici alle quattordici

ore al giorno e poi celebravamo tutti insieme dopo cena, e ballavamo

la notte in discoteca, e che danze! C’era un’energia veramente alta

e selvaggia, non come nelle comuni discoteche dove sono stata, e dove

la gente va solo per vedere e essere vista. L’atmosfera a Rajneeshpuram

era viva, vitale e felice.

Per esempio, gli autobus. Ogni volta che prendevo un autobus non potevo

fare a meno di paragonarlo a uno di quelli di Londra, carico di gente

dai volti tristi che si lamentano per il traffico o il prezzo del biglietto;

strillano contro il conducente, spingono, danno gomitate…per non parlare

del vecchio pervertito che ti tocca il seno prima di scendere.ARajneeshpuram,

quando scendevo dall’autobus, mi sentivo sempre euforica

perché, tanto per cominciare, l’autista si divertiva veramente a fare

quel lavoro! Guidava al ritmo di una musica e salutava tutti quelli che

salivano. I passeggeri ridevano, si divertivano ed era un’opportunità per

incontrare qualcuno che non si vedeva da tempo.

In effetti, guardando in retrospettiva quella nostra città, ho sempre avuto

l’impressione che fossimo bambini che giocavamo a fare i pompieri, i

camionisti, i contadini, i negozianti. Non l’abbiamomai presa seriamente,

da persone adulte; però eravamo sinceri e pieni di vita.

L’enormemensa dovemangiavamo tutti insieme era incredibilmente viva

e vibrante e il cibo era così buono che tutti tendevano a ingrassare.Quando

i sannyasin lavoravano, mangiavano o danzavano insieme, l’energia

era molto alta, malgrado il regime fascista instaurato da Sheela.

Malgrado tutto, non posso non ammirare il fatto che, grazie alla sua

incredibile energia si sia riusciti a costruire una città nel deserto; purtroppo

a un certo punto ha deviato. Il potere l’ha corrotta, facendole perdere

contatto con tutti gli insegnamenti di Osho e con la sua visione.

Il fatto che avesse messo microfoni ovunque e registrasse tutte le comunicazioni

telefoniche, mostra il livello di paranoia che aveva raggiunto.

Nel suo delirio, aveva fatto costruire sotto la sua casa stanze insonorizzate,

e addirittura un tunnel da cui fuggire, nel caso, sulle colline. Fu

trovato anche un vero e proprio laboratorio per la produzione di veleni…

qui lavorava l’infermiera ‘Mengele’!

Penso che, quando Sheela se ne andò, molti si sentirono stupidi e presi

in giro. Stupidi nel vedere quante cose erano successe lì, sotto il loro

naso, senza che nessuno avesse avuto il coraggio o la consapevolezza

di dire: “Ehi aspetta un momento…”. E presi in giro, perché tutti avevano

lavorato tanto duramente per realizzare un sogno, una visione che

ora rischiava di essere distrutta.

Negli anni successivi, alcuni sannyasin avrebbero ricordato solo gli

aspetti negativi, lasciando diventare sogni sbiaditi queimomenti di grande

gioia, quegli attimi luminosi che avevo pur visto risplendere sui loro

volti estatici.Nessuno può negare che c’eravamo divertiti a dare il nostro

contributo nel tentativo di creare quell’oasi nel deserto. Altrimenti per

quale altra ragione eravamo lì?

Certo, ci eravamo comportati ciecamente, ma che opportunità aver vissuto

quell’esperienza! Ora avremmo potuto ricominciare da capo, forti

di una nuova consapevolezza. Molti riconobbero che in quei pochi anni

avevano vissuto le esperienze di molte vite.

Nel mese che seguì la partenza di Sheela, Osho parlò ai suoi discepoli

e ai giornalisti tre volte al giorno (dalle sette alle otto ore). Per un uomo

che si autoproclamava pigro, era un’incredibile quantità di ‘lavoro’ e

ovviamente si stancava molto.

Osho: “È successo proprio l’altra sera: un intervistatore continuava

senza sosta. Sembrava non dovesse esserci fine alle sue domande; aveva

un intero libro di domande. Per fermarlo in qualche modo…erano quasi

le dieci di sera, e lui mi aveva chiesto: ‘Sei d’accordo con Socrate?’

Gli ho risposto: ‘Sono assolutamente d’accordo.’ Ho dovuto alzarmi

e dirgli che ero d’accordo, altrimenti l’intervista non sarebbe mai finita.

A dire il vero, chi potrebbe essere d’accordo col vecchio Socrate,

un omosessuale?”.

Alla domanda di un altro giornalista, che gli chiese come poteva non

sapere tutto quello che succedeva al Ranch, visto che era Illuminato,

Osho rispose: “Essere illuminato significa che conosco me stesso,

non significa che so di avere microfoni nascosti nella stanza.”

(da The Last Testament)

26 settembre 1985. Ci vuole un diamante per tagliare un diamante… e

d’improvviso mi resi conto che quanto stava per succedere mi avrebbe

fatto male. Lo capii quando Osho quel giorno nel suo discorso disse:

“Oggi vorrei fare una dichiarazione estremamente importante, perché

sento che forse è stato questo ad aver aiutato Sheela e la sua banda a

sfruttarvi. Non so se domani sarò qui oppure no, quindi è meglio che lo

faccia mentre sono qui, così vi libero da ogni altra eventualità che un

simile regime fascista possa ricrearsi.

Ebbene, da oggi siete liberi di usare qualsiasi colore vogliate. Se lo desiderate

potete continuare a vestire di rosso, dipende da voi. Questo messaggio

deve essere inviato a tutte le Comuni del mondo. Sarà più bello

vedervi vestire i colori dell’arcobaleno. L’ho sempre sognato.

Oggi dichiariamo che i nostri colori sono quelli dell’arcobaleno.

Come seconda cosa, restituite i vostri mala, a meno che non desideriate

altrimenti. È una vostra scelta, ma non sono più necessari. Restituite

i vostri mala alla presidentessa Hasya. Ma se li volete tenere, teneteli:

dipende da voi.

Come terza cosa, da adesso in poi, chiunque vorrà essere iniziato al

sannyas, non riceverà un mala e non dovrà vestirsi di rosso. In questo

modo potremo impossessarci del mondo più facilmente!”.

(da From Bondage to Freedom)

Queste parole di Osho avevano qualcosa di sinistro per me, ma ciò che

mi spaventò di più furono gli applausi e le acclamazioni con cui furono

accolte. Vidi quelle persone come una massa di idioti; acclamavano

e applaudivano proprio come avevano fatto un tempo alle parole di

Sheela. Mi stupì tanta felicità, eppure in molti, al termine del discorso

andarono nelle boutique vicine ad acquistare vestiti con i nuovi colori.

Mi imbattei in Vivek, anche lei era esterrefatta da quel cambiamento, e

commentò: “La prossima volta potrebbe sciogliere la Comune.”

L’8 ottobre 1985 Osho tornò sull’argomento: “…Avete applaudito perché

ho dichiarato la fine dei vestiti rossi e del mala. E quando avete

applaudito, non sapete quanto mi ha fatto male. Significa che siete

stati degli ipocriti!

Perché avete indossato vestiti rossi se lasciarli vi dà tanta gioia? Perché

avete portato il mala? Appena ho detto: ‘Abbandonateli’, avete

gioito. E molti tra voi sono corsi alla boutique a cambiare i loro vestiti,

hanno buttato il mala.

Non sapete quanto mi avete ferito con i vostri applausi e col vostro

cambiamento.

Ora devo dirvi un’altra cosa, e voglio proprio vedere se avete il fegato

di applaudire: adesso non c’è più neppure il Buddhafield. Per cui se

volete illuminarvi, dovete lavorare individualmente, il Buddhafield non

esiste più. Non potete più dipendere dall’energia del Buddhafield per

diventare illuminati.

Ora battete le mani più forte che potete. BATTETE LE MANI!

Siete completamente liberi ora: anche per ciò che riguarda la vostra

illuminazione siete solo voi i responsabili. E io sono completamente

libero da voi.

Vi siete comportati da idioti!

Questa è stata un’ottima opportunità per vedere quante persone sono

veramente in intimità con me. Se riuscite ad abbandonare il mala

così facilmente… Perfino in casa mia, una sannyasin si è subito

messa dei vestiti blu, con grande gioia. Cosa significa? Significa che

quei vestiti rossi erano un peso. Bene o male, riusciva a vestirsi di

rosso contro la sua volontà. Ma io non voglio che facciate niente

contro la vostra volontà.

Adesso non voglio neppure aiutarvi a illuminarvi, contro la vostra

volontà. Siete assolutamente liberi e responsabili di voi stessi.” (da From

Bondage to Freedom)

Quando gridò: “BATTETE LE MANI,” fu come se una bomba fosse

esplosa; rimanemmo di ghiaccio, paralizzati. Uscii dall’auditorio

distrutta, in lacrime. Mi avvicinai ai primi due amici che vidi dicendo:

“Aiuto, aiuto” e andammo a bere un caffè al sole.

Avevo la sensazione che avessimo tutti tradito Osho. Era come se il

nostro comportamento degli ultimi quattro anni fosse culminato in quel

momento. Eravamo tutti responsabili per le azioni di Sheela – la mia

colpa, ad esempio, era stata di non aver mai detto nulla. No, non era

sufficiente essere una persona limpida interiormente e amorevole,

dovevo crescere anche in intelligenza, comprensione e avere il coraggio

di dire ciò che sentivo.

Arrivò la fine di ottobre. Una notte sognai che Osho se ne stava andando

in tutta fretta. La casa era un pandemonio e io correvo per tutte le

stanze, reggendo in mano una delle tuniche con cui abitualmente si

vestiva. Questa tunica bianca e grigia, fu stranamente la stessa con cui

venne arrestato. Savita, la partner di Sheela, era presente nel sogno e

cercava di impedirmi il passaggio.

Quella notte il mio inconscio deve aver captato le vibrazioni degli eventi

che si sarebbero verificati. Questo può solo significare che, in qualche

modo, il futuro è già nel presente.

Il pomeriggio seguente mi venne riferito che Osho sarebbe andato in

vacanza in montagna e io l’avrei accompagnato con Mukti, la cuoca

indiana, Nirupa, Devaraj, Vivek e Jayesh. Jayesh era arrivato a Rajneeshpuram

solo da alcuni mesi. Gli era bastato guardare Osho negli

occhi, mentre passava in macchina, per tornare all’hotel, telefonare in

Canada, dove era un uomo d’affari di grande successo, e mettere fine

alla sua vita laggiù.

Chi non capisce ciò che accade al ricercatore spirituale che riconosce il

proprioMaestro, potrebbe pensare che sia stato ipnotizzato. Jayesh è un

sannyasin molto attraente e sofisticato, con un cuore amorevole e una

mente acuta, in grado di trattare con successo nel mondo degli affari.

Inoltre, ha uno spiccato senso dell’umorismo che si combina armoniosamente

con la sua determinazione.

Fu lui che contribuì a porre le fondamenta della successiva Comune di

Osho, e ho sentito molte volte Osho dire: “Senza Jayesh il lavoro sarebbe

stato molto difficile.” Fu Hasya a coinvolgerlo in quel lavoro: una

donna affascinante e molto intelligente che veniva da Hollywood, e che

Osho aveva scelto come sua nuova segretaria.

Mentre ci dirigevamo all’aeroporto, il cielo si stava colorando

d’arancione, alla luce del tramonto. C’erano due jet Lear che ci aspettavano,

io salii su quello dove viaggiavano anche Nirupa e Mukti.

Ci accalcammo ai finestrini per salutare gli amici. Dopo alcuni minuti

eravamo in volo… Non sapevamo dove stavamo andando, e questo

ci faceva ridere.


Written by

Prem Shunyo