29 May 2016

Capitolo Sesto

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

Rajneeshpuram: un'oasi nel deserto.

Capitolo Sesto

“Rajneeshpuram non era in America.

Era una nazione a sé, libera dal sogno americano.

Forse fu per questo che i politici americani

le dichiararono guerra.” (Osho)

Di nuovo eravamo in viaggio. Volammo attraverso l’America, io,Asheesh,

Arpita e Gayan.

Asheesh è un mago del legno. Ma non è soltanto un falegname bravissimo,

costruisce anche le poltrone di Osho e sa riparare le tante

cose che in casa spesso si rompono inaspettatamente. Quando c’è qualcosa

da riparare o da inventare si sente sempre gridare: “Asheesh,

Asheesh, dov’è Asheesh?” Ha un modo stupendo di parlare con le

mani, perché è italiano.

Arpita ha sempre fatto le scarpe di Osho; è molto eccentrica, dipinge

quadri Zen e ha una personalità estrosa che ha espresso in quegli anni,

aiutando a creare i vestiti di Osho.

Gayan era arrivata nel New Jersey dopo che Vivek le aveva telefonato in

Germania e le aveva detto: “Vieni.”Al suo arrivo, l’andò a prendere all’aeroporto

e le disse: “Spero tu sappia cucire.” Sapeva farlo, e da allora ha

sempre cucito tutti i vestiti del fantastico guardaroba di Osho. È anche una

ballerina, e appare nei video registrati in occasione delle Celebrazioni che

negli anni successivi sarebbero state organizzate al Ranch: la si vede mentre,

con i suoi lunghi capelli neri, danza gioiosamente intorno a Osho sul

podio di Rajneesh Mandir, la grande Hall dove si andava a meditare.

Volammo insieme attraverso l’America e atterrammo in Oregon, solo

dodici ore prima che arrivasse Osho. Nonmi ricordo niente di quel volo,

ma non dimenticherò mai la strada interminabile che si snodava fra le

montagne e che portava nell’interno, fino al ‘Big Muddy Ranch’ appena

acquistato. Per miglia e miglia, la strada era fiancheggiata da fiori

secchi alti e spinosi e da cactus tutti ricoperti di polvere che, illuminati

dai fari dellamacchina, sembravano degli spettri gialli, bianchi e grigi.

PerOsho era stata approntata una casa prefabbricata, conosciuta inAmerica

come ‘trailer’, di fianco alla quale ne era stata sistemata un’altra,

in cui avrebbero vissuto le persone che si prendevano cura di lui. Le

due abitazioni erano in pieno fermento: come al solito, tutti stavamo

lavorando in corsa contro il tempo… di lì a poco Osho sarebbe arrivato

e tutto doveva essere pronto. Lavorammo quasi tutta la notte, dando

gli ultimi ritocchi alle tende e ripulendo a fondo quel gioiello della tecnologia,

per eliminare polvere e odori. Nel frattempo, all’esterno qualcuno

stendeva rotoli d’erba, come fosse moquette, per rendere meno

desertico quell’ambiente decisamente brullo e desolato.

Il trailer era tutto di plastica. Non avevo mai visto una cosa simile. In

caso di incendio, sarebbe bruciato nel giro di dieci secondi! La casa di

Osho era uguale alla nostra, con la sola differenza che non aveva la

moquette (a causa delle sue allergie), bensì un pavimento di linoleum

bianco. Le pareti erano ricoperte di pannelli di plastica in finto legno.

Undici di noi avrebbero vissuto nell’altro trailer, che avrebbe ospitato

anche la sartoria. Devaraj ilmedico, e Devageet, il dentista di Osho, dividevano

una stanza. DopoMonty Phython, essi sono il prodotto più divertente

del tipico umorismo inglese. C’erano anche Nirupa, la pre-raffaellita

del gruppo, con i suoi lunghissimi capelli d’oro, e Haridas, un tedesco

molto alto, che aveva quarantacinque anni, ma ne dimostrava quindici

di meno ed era stato uno dei primi discepoli occidentali di Osho. E

poi Nirgun, che allora aveva già sessant’anni, ma era l’ultima a stancarsi

quando ballavamo al suono della nuova musica americana che avevamo

appena scoperto. Vivek avrebbe avuto la sua stanza nel trailer vicino,

dove Osho aveva una stanza da letto, un soggiorno e un bagno.

Era ancora troppo buio per riuscire a vedere qualcosa del panorama che

ci circondava; per cui, stanca e di cattivo umore, andai a dormire. Mentre

facevo la doccia, la mattina dopo, mi affacciai alla finestra: il trailer

si trovava in una piccola valle e alle spalle si ergeva una roccia enorme

e maestosa; lo spettacolomi ammaliò al punto che uscii di casa nuda,

tutta bagnata e andai a inginocchiarmi per terra.

Osho arrivò quella mattina e trovò un gruppetto di sannyasin seduti su

quell’erba ‘istantanea’ che cantavano canzoni. Si sedette con noi in

meditazione e il suo silenzio divenne così profondo che la musica lentamente

si spense. Per attimi eterni rimanemmo tutti seduti in silenzio

ai piedi di quelle aspre montagne. Poi il Maestro si alzò, si guardò intorno

e incominciò a salire i gradini della scaletta che portava all’ingresso

del suo trailer. Noi rimanemmo seduti a guardarlo mentre, in piedi

sulla veranda, con una mano sul fianco si guardava intorno. In seguito

avrebbe detto di essere rimasto colpito nel vedere che non c’erano alberi

in una terra così vasta…prima di allora non aveva mai visto una casa

‘così nuda’; e con questo intendeva una casa priva di giardino o di piante

di ogni sorta. In effetti, quel luogo era l’opposto della giungla esotica

e lussureggiante che circondava la sua casa in India.

Quando arrivammo a Rajneeshpuram, c’erano solo due case in tutta la

proprietà. Tuttavia, in quei primi mesi, animati da grande spirito pionieristico,

iniziammo a darci da fare. Eravamo in agosto e giorno dopo

 giorno a noi si aggiungevano altri sannyasin, spinti dalla voglia di rendere

 tangibile quella visione di “una nuova Comune” di cui Osho aveva

 tanto parlato nei suoi discorsi. All’arrivo venivano sistemati in tende,

 ma occorreva agire in fretta perché tutte quelle persone potessero avere

 un trailer col riscaldamento prima che arrivasse l’inverno, periodo in

 cui la temperatura poteva scendere fino a dodici gradi sotto zero.

 Mangiavamo tutti insieme, su tavoli all’aperto, di fronte a una delle due

 case che costituivano ‘il centro abitato’ dell’antico Ranch, e con l’avanzare

 dell’inverno, prima di mangiare dovevamo raschiare il ghiaccio dai

 tavoli, altrimenti i piatti ci scivolavano addosso. Mettevamo la birra al

 fresco in uno stagno, perché ancora non avevamo un frigorifero, ma

 l’ora dei pasti era stupenda. Uomini e donne erano vestiti nello stesso

 modo, con enormi giacconi, jeans, stivali e cappelli da cowboy. Se anni

 prima avevo pensato che gli uomini sannyasin fossero troppo effeminati,

 adesso era esattamente il contrario.

 Nella casa di Osho, quando pioveva, il tetto del soggiorno gocciolava,

 ed era una cosa veramente penosa vederlo seduto lì, con un secchio a

 ogni lato della sua poltrona.

 La stanza era vuota, se si escludono un tavolo basso di quercia e una

 poltrona. Le stanze in cui ha vissuto sono sempre state molto semplici,

 libere dalla solita mobilia ingombrante. Non c’erano quadri ai muri, né

 decorazioni, nessun effetto personale, fatta eccezione per uno stereo,ma

 il vuoto di una stanza di plastica non aveva la maestosità e la qualità

 Zen di una stanza di marmo, il vero ‘arredamento’ che ha sempre privilegiato.

 Mi sentivo male vedendolo in quell’ambiente, anche se notai

 che per lui non faceva nessuna differenza. Lui era a casa dovunque, non

 l’ho mai sentito lamentarsi di come o di dove viveva: accettava che questo

 fosse ciò che l’esistenza gli dava e io ho sempre sentito che era sempre

 e comunque profondamente grato, perché sapeva e aveva fiducia

 che col nostro amore questo era ciò che potevamo offrire.

 Ma di certo non era il massimo che potevamo fare, e così incominciammo

 a costruire un’estensione al trailer di Osho, che avrebbe dovuto ospitare

 anche i servizi medici e spazi abitabili d’emergenza, anche se devo

 confessare che allora non riuscivo a capire che cosa si intendesse per

 ‘emergenza’… eppure, nel progetto, erano previsti.

 Quando quella nuova ala venne terminata, nove mesi dopo, risultò essere

 così bella che Osho si trasferì lì, dal suo trailer di plastica. Questo fu

 il primo segno di attrito fra Sheela e Vivek perché, per qualche ragione,

 Sheela non voleva che Osho si spostasse. L’estensione era stata

 costruita da Richard, che allora era il ragazzo diVivek, e aveva una stanza

 da letto e un soggiorno interamente rivestiti di legno. Il bagno era il

 più bello che Osho avesse mai avuto: era enorme e aveva una vasca da

 bagno con idromassaggio. Un lungo corridoio portava a una piscina

 olimpionica e nel reparto medico c’era una sala operatoria dotata dei

 macchinari più avanzati.

 A Vivek, il Ranch non era piaciuto sin dall’inizio e spesso era infelice

 e si ammalava. Ma non aveva davvero paura di dire come la pensava e

 un giorno dichiarò via radio – un sistema di comunicazioni a onde corte

 che avevamo creato per restare in contatto in quell’estensione di terra

 sconfinata, pari a 240 chilometri quadrati – così che tutti potessero ascoltare,

 ciò che pensava esattamente di quello ‘sterile deserto’: le sarebbe

 piaciuto bruciarlo quel posto maledetto.

 Era una donna che viveva l’intero arcobaleno delle emozioni: quando

 era felice, era come una bambina e sprizzava gioia e innocenza da ogni

 poro, come raramente mi è capito di vedere in un adulto, ma quando era

 infelice, era decisamente meglio starle alla larga.Aveva una grande abilità

 nello scoprire i problemi e nel vedere i difetti delle persone. Mi era

 impossibile discutere con lei, perché avevo l’impressione che avesse

 sempre ragione. E ho sempre pensato che una critica ha molto più peso

 di un complimento: sconvolge e condiziona molto di più.

 Osho iniziò subito a voler fare i suoi giri quotidiani in automobile e

 quando Vivek non voleva andare, lo accompagnavamo io o Nirupa. In

 quei momenti di intimità, a volte mi chiedeva come andava la Comune

 di Sheela. Devo dire, a onor di cronaca, che per lui quella fu sempre

 “la Comune di Sheela”.

 Più tardi, lo avrebbe chiarito pubblicamente: “… io non sono neppure

 parte della vostra Comune; sono solo un turista, non sono neppure un

 residente. Questa casa non è la mia residenza, ma solo una casa per gli

 ospiti. Non ho alcuno status nella vostra Comune. Non sono il leader

 della vostra Comune, non ne sono il capo. Io non sono nessuno… mi

 sarebbe piaciuto indossare una tunica rossa, ma l’ho evitato semplicemente

 perché sia chiaro che non sono in nessun modo parte di voi.

 Eppure voi mi avete ascoltato, sebbene non abbia alcun potere. Io non

 posso imporvi niente, non posso darvi ordini, non posso darvi comandamenti.

 I miei discorsi sono esattamente questo, semplici discorsi. Vi

 sono grato perché mi ascoltate; accettare o non accettare quello che

 dico è affar vostro. Ascoltare o non ascoltare è una vostra decisione.

 Io non interferisco in alcun modo con la vostra individualità.”

 (Da La Bibbia di Rajneesh)

 Devo riconoscere che in quei primi tempi, tutto andava a meraviglia;

 centinaia di persone continuavano ad arrivare ogni giorno, e con una

 fantastica velocità, all’americana oserei dire, una città stava letteralmente

 spuntando in quel deserto. In un anno, creammo spazi abitabili per

 mille residenti e diecimila visitatori, fu iniziato un aeroporto, si costruirono

 un hotel, una discoteca, una fattoria che produceva vegetali, un

 centro medico, una diga e una mensa abbastanza grande da riuscire a

 sfamare tutti quanti.

 Quando Osho mi chiedeva come andava la Comune di Sheela, io gli

 rispondevo che mi sentivo come se fossi “nel mondo”. Non era una

 lamentela, era solo un’indicazione di come fosse tutto diverso dai giorni

 in cui la meditazione era l’evento principale nelle nostre vite, cioè ai

 tempi dell’Ashram di Pune.

 Sheela non era una meditatrice e la sua influenza sulla Comune imponeva

 che il lavoro, solo il lavoro, fosse importante. Oggi mi rendo conto

 che, attraverso il lavoro poteva dominare le persone, perché aveva le sue

 graduatorie di merito in conformità alle quali ricompensava i lavoratori.

 La meditazione era considerata una perdita di tempo e anche nelle rare

 occasioni in cui meditavo, mi sedevo con un libro davanti, per non esse

 re ‘scoperta’ se qualcuno fosse entrato nella stanza. In questo ambiente,

 quasi non mi ricordavo più dell’importanza della meditazione e tutti quegli

 anni in cui Osho ne aveva parlato, per un po’ andarono persi. Dopo i

 grandi voli nel cielo interiore, fatti a Pune, adesso mi sentivo con i piedi

 per terra. Mi trovavo in una ‘scuola’ diversa. Giustificavo tutto questo,

 pensando che un’altra dimensione del mio essere dovesse svilupparsi, e

 che forse, se fossimo rimasti tutti a Pune con le nostre tuniche, vivendo

 una vita quasi da ‘favola’, ci saremmo probabilmente illuminati, ma non

 saremmo stati molto utili al mondo, da un punto di vista pratico.

 Ancora non sapevo quanto sarebbe stata dura la lezione. Ma il mio viaggio

 quale discepola di Osho era cominciato da ormai troppo tempo, e

 non potevo tornare indietro. Avere un Maestro significa esattamente

 questo: affrontare le difficoltà con cui l’esistenza mette a confronto,

 come se fossero delle prove, delle opportunità per guardarsi dentro e

 vedere la propria resistenza ad accettare i cambiamenti. In ogni caso,

 rispetto a qualsiasi cosa accada, crescere in consapevolezza è sempre

 più importante di qualsiasi altra cosa.

 In quel periodo, Osho vedeva solo Vivek e lavorava con Sheela tutti i

 giorni.Occasionalmente vedevaNirupa,Devaraj eme.Ogni tanto, qualcuno

 dei residenti sognava Osho ed era convinto che lui fosse andato a

 visitarlo durante il sonno. In seguito feci una domanda a Osho su questo

 argomento, e lui rispose in un discorso, dicendo: “Il mio lavoro è

 completamente diverso. Io non voglio interferire nella vita di nessuno;

 altrimenti lo avrei già fatto, si può fare: si può lasciare il corpo e lavorare

 su una persona mentre dorme. Ma è una violazione della libertà

 personale e io sono totalmente contrario a ogni violazione, anche se

 fosse per il vostro bene, perché per me la libertà è il valore supremo.

 Io vi rispetto così come siete e proprio perché vi rispetto, continuo a

 dirvi che è possibile molto di più, il vostro potenziale è ben più alto di

 ciò che siete e fate di voi stessi e della vostra vita. Ma questo non vuol

 dire che, se non cambiate, io non vi rispetterò. Né significa che, se cambiate,

 vi rispetterò di più. Il mio rispetto rimarrà costante, sia che cambiate

 oppure no, sia che siate con me oppure contro di me. Io rispetto

 la vostra umanità e la vostra intelligenza…

 …No, non voglio disturbarvi nella vostra inconsapevolezza, nel

 vostro sonno. Il mio approccio consiste essenzialmente nel rispetto

 dell’individuo e della sua consapevolezza, e ho un’immensa fiducia

 che il mio amore e il mio rispetto per la vostra consapevolezza vi

 cambierà. E quel cambiamento sarà autentico, totale, irreversibile.”

 (Osho, The New Dawn)

 Da parte mia, ho sempre sentito il profondo bisogno di rispettare la sua

 privacy quando uscivamo in macchina, per cui non parlavo mai a meno

 che non fosse lui a chiedermi qualcosa. La mia intenzione era di stare

 in silenzio anche dentro di me, e facevo propositi del tipo: “Okay, niente

 pensieri da qui fino al vecchio fienile”, e così via.

 Gli anni di silenzio che seguirono – in pratica non tenne discorsi per 1315

 giorni, tre anni emezzo! – in qualchemodo resero Osho più gracile, quasi

 trasparente e sempre meno nel corpo. In passato aveva ripetuto spesso

 che parlarci lo aiutava a rimanere nel corpo e, man mano che il tempo

 passava, la sua connessione con la terra sembrava diminuire. Le sue giornate

 erano molto diverse da quelle di Pune, quando si alzava alle 6 del

 mattino, teneva un discorso, leggeva cento libri la settimana e tutti i giornali,

 lavorava con Laxmi e poi teneva il darshan serale, in cui dava il sannyas

 e gli energy darshan. Ora sedeva in silenzio nella sua stanza, da solo.

 Si alzava ancora alle 6 delmattino, faceva lunghi bagni, nuotava nella sua

 piscina e ascoltava musica; ma non aveva alcun contatto con la sua gente,

 fatta eccezione per il giro in macchina, una volta al giorno.

 Come ci si sente a rimanere seduti in silenzio nella propria stanza, per

 anni? Ecco comeOsho ha descritto questa esperienza in uno dei suoi primi

 discorsi: “Quando lui (ilmistico) non è occupato in nessuna attività, quando

 non parla, né mangia, né cammina, respirare è un’esperienza colma di

 beatitudine. In questo caso, il semplice esistere, il semplice movimento

 del respiro, dà così tanta beatitudine da non poter essere paragonato a nessun’altra

 cosa. Diventa qualcosa di estremamentemusicale, si riempie del

 ‘nada’, (il suono interiore increato).” (da The mystic experience)

 Io avevo una mia vita segreta che nessuno ha mai scoperto. I fili su cui

 mettevo ad asciugare il bucato erano sul retro della casa, a cinque minuti

 di cammino verso le montagne.Arrivavo lì, stendevo il bucato, poggiavo

 a terra il secchio, mi toglievo i vestiti e mi mettevo a correre nuda,

 come una selvaggia, attraverso le montagne che si estendevano per chilometri,

 seguendo il letto di un torrente asciutto o le orme fresche dei cervi

 nell’erba alta dell’estate.Avevo un posto dove dormire e un giardino, lontano,

 in mezzo alle montagne. Nonostante il gran lavoro che scandiva la

 vita della Comune, trovai anche il tempo per lavorare assiduamente nel

 mio giardino, e ci fu un momento in cui vidi fiorire settantadue piante!

 La prima volta che mi fermai lassù in collina, il silenzio era così inten-

 so che potevo udire il mio cuore battere e il sangue pulsare. All’inizio

 mi spaventai, perché non avevo riconosciuto quei suoni. Ma quando

 dormivo sulle colline, mi sentivo come se fossi protetta dal grembo

 materno della terra. Questo d’estate; d’inverno, invece, correvo in

 mezzo alla neve e mi riparavo sotto i ginepri.

 Mi innamorai anche di un cowboy. Si chiamavaMilarepa, aveva gli occhi

 azzurri, i capelli biondo-oro, una splendida abbronzatura e un forte

 accento dellaVirginia. La maggior parte degli uomini era vestita da cowboy

 – in fondo eravamo veramente nel ‘FarWest’ – eMilarepa non faceva

 eccezione. Cantava canzoni country e western e suonava il banjo. Io

 ero avvolta dalla magia di questa terra montagnosa, colorata solo dalla

 presenza di cespugli di salvia, ginepri, pallide erbe e ampi spazi aperti.

 C’erano cervi e serpenti a sonagli, e un giorno, mentre tornavo a casa

 dalle montagne, mi trovai faccia a faccia con un coyote. Eravamo a soli

 cinque metri l’una dall’altro: era un esemplare fiero e bellissimo. Aveva

 il pelo folto e lucido e i suoi occhi fissavano imiei. Ci guardammo immobili

 per svariati minuti pieni di meraviglia, poi il coyote girò la testa e

 lentamente, molto lentamente e con grande dignità, si allontanò.

 Nacquero due laghi, proprio come Osho aveva promesso che sarebbe

 stato nella “nuova Comune”: il lago Krishnamurti, che era molto grande,

 e il lago Patanjali, più piccolo e nascosto fra le colline, adatto per

 farci il bagno nudi. Lì andavo a pescare, nei primi tempi con un gruppo

 di ragazzi su un fuoristrada preso in prestito. Per dei vegetariani,

 quella non era proprio la cosa migliore da fare! Andavamo a tutta velocità

 lungo la strada sterrata, come dei fuorilegge, nella notte, e correvamo

 verso le sponde del lago. Ognuno prendeva una direzione diversa

 per vedere chi riusciva a catturare il pesce più grande, o almeno a cercare

 di catturarne qualcuno.Nonmi interessavamangiare il pesce pescato,

 ma mi godevo l’avventura e ci facevamo un sacco di risate. Non

 siamo mai stati scoperti, ma un giorno, all’improvviso, non ci andammo

 più. Il divertimento era finito e ci sembrava volgare e crudele togliere

 i pesci dall’acqua. Fu la fine delle nostre avventure notturne.

 Rajneeshpuram sorgeva in una valle circondata da colline e montagne

 e, dal punto più alto della proprietà, si potevano vedere montagne a

 perdita d’occhio colorarsi di blu, nella foschia dell’orizzonte. Solo con

 un fuoristrada si riusciva ad arrivare fin lassù, ma bisognava saper guidare

 bene, perché la strada era ripida, piena di tornanti e non veniva

 riparata da anni. La pioggia e la neve di molti inverni ne avevano spazzata

 via più della metà.

 Quando non correvamo su quelle pericolose strade di montagna, incontravamo

 quasi sempre gli abitanti del luogo che dai loro camioncini, per

 divertimento, ci puntavano contro i fucili, oppure ci tiravano sassi o

 facevano gesti osceni dal ciglio della strada. Questa fu l’accoglienza che

 ci venne riservata fin dall’inizio…ma nella nostra innocenza non sapevamo

 fino a che punto le cose sarebbero degenerate.

 Le strade erano ghiacciate e pericolose e più di una volta i resti di qualche

 frana contribuirono ad arricchire i meccanici della locale officina

 della Rolls Royce. Era infatti questa l’auto che Osho aveva preferito fin

 dal suo arrivo in America; a dire il vero gli piaceva un solo modello, la

 ‘Silver Spur’, e devo ammettere che la guidava con grande maestria in

 quella terra sterrata e desolata.

 La regione era piatta e desolata e in certi punti si poteva spingere lo

 sguardo fino al remoto orizzonte senza vedere né una casa, né un albero.

 Viaggiando lungo quelle strade, per chilometri si incontravano solo

 qualche fienile oppure rade vecchie case di legno, annerite dal tempo e

 tutte sbilenche, come se fossero state piegate da un tornado, su cui pian

 piano vedemmo spuntare dei cartelloni che dicevano: “Pentitevi peccatori,

 in Gesù è la salvezza”!

 Non mi rendevo ancora conto che la nostra Comune si trovava in piena

 terra cristiana, dove la gente non aveva però problemi ad appendere a

 marcire, sui recinti di filo spinato che delimitavano le diverse proprietà,

 i cadaveri dei coyote catturati, finché non rimaneva che la testa e

 la pelle svuotata.

 Una notte, mentre camminavo sul prato ricoperto di ghiaccio intorno

 alla nostra casa, vidi Osho salire in macchina da solo. Quando faceva i

 suoi giri in auto c’era sempre qualcuno con lui: che girasse solo non era

 mai successo! Subito aprii la portiera dal lato dei passeggeri e gli chiesi

 se potevo andare con lui, ma molto duramente mi rispose di no.

 Corsi subito a parlarne con Vivek e insieme saltammo in un’altra macchina

 per metterci al suo inseguimento.Aveva cinque minuti di vantaggio

 ed era su una Rolls Royce, mentre noi avevamo solo una Ford Bronco,

 un modello che oltretutto aveva la tendenza a ribaltarsi, cosa che

 però scoprimmo solo in seguito.

 Quella notte la strada era ghiacciata e scivolosa e mentre sbandavamo

 dopo aver preso male una delle curve, Vivek mi rivelò che non aveva

 la patente e che non avrebbe potuto guidare.Aveva fatto una sola lezione

 di scuola guida in Inghilterra, vent’anni prima, e da allora aveva guidato

 solo una volta. Quando arrivammo al Ranch voleva una macchina,

 per cui mentì a Sheela dicendo che sì, lei aveva la patente! Se ci

 ripenso, mi rendo conto che dovevo essere proprio matta, perché l’unico

 pensiero che mi venne in mente a quelle parole fu: “Posso veramente

 aver fiducia in questa donna, ha del fegato!”.

 Cominciò a grandinare, e in mezzo a quella tempesta oltrepassammo

 tutti i limiti di velocità per cercare di raggiungere Osho. Potevamo solo

 indovinare che strada avesse preso, e a un certo punto ci rendemmo

 conto che, una volta raggiunta la strada asfaltata, non l’avremmo più

 raggiunto. Ci fermammo a lato della strada e aspettammo, sperando che

 cambiasse direzione e tornasse indietro verso Rajneeshpuram.

 Non potevamo che aspettare. Uscimmo sotto la pioggia, scrutando nel

 buio, accecate dalle auto che venivano verso di noi. Inzuppate da capo

 a piedi avevamo solo un decimo di secondo per capire se si trattava di

 Osho, oppure no. Dopo alcuni inseguimenti dietro a macchine sbagliate,

 finalmente vedemmo Osho. Saltammo in macchina e gli andammo

 dietro, suonando il clacson e facendo segnali con i fari. Ci vide e all’improvviso

 tutto andò bene…anzi fu meraviglioso seguirlo, ormai sano e

 salvo verso Rajneeshpuram. Arrivati a casa, nessuno disse niente; parcheggiammo

 semplicemente lemacchine ed entrammo. Non si parlò più

 di quello che era accaduto.

 Anche se non sono mai stata con un altro Maestro illuminato, sono

 sicura che ci sono delle similarità e una di queste deve essere che non

 sai assolutamente che cosa farà di lì a un attimo. Ma indubbiamente

 sai che farà “qualsiasi cosa” pur di svegliarti. Non saprò mai perché se

 ne andò nel mezzo della notte in una zona ormai visibilmente popolata

 da persone ostili.

 In quei mesi invernali, le strade erano diventate estremamente pericolose

 e Osho andò a finire per ben cinque volte in un fosso; ogni volta

 Vivek era con lui. Ed era lei che doveva uscire con gran difficoltà dall’abitacolo

 – anche quando si fece male alla schiena – e doveva tornare

 sulla strada per fermare una macchina, nella speranza che non fosse

 occupata da vicini ostili. Ma ciò che più le pesava era lasciare Osho

 seduto in auto da solo. Ci raccontava che lui se ne stava seduto lì, con

 gli occhi chiusi, come se fosse in meditazione nella sua stanza.

 Osho usciva due volte al giorno per la sua passeggiata in automobile.

 Una seraVivek ritornò terrorizzata, dicendo che una macchina li aveva

 seguiti così da vicino da sfiorare pericolosamente il paraurti. Da allora

 in poi, questo si fece via via più frequente, e fu sempre un’esperienza

 paurosa. Eravamo spesso inseguiti da camioncini con due o tre

 cowboy che ci urlavano insulti e trovavano molto divertente cercare

 di far uscire di strada Osho.

 Quella sera, avvicinandosi al Ranch, Osho aveva visto una macchina

 con a bordo due sannyasin che gli stava venendo incontro: si fermò e

 chiese loro di aiutarlo. Il guidatore della macchina inseguitrice, appena

 si rese conto che qualcuno era corso in aiuto, era scappato a gran

 velocità nella direzione opposta, inseguito dai due sannyasin. Arrivato

 a casa, era sceso dall’auto, aveva tirato fuori il fucile e si era messo

 a sparare. Era indubbiamente pazzo e continuava a urlare che prima o

 poi sarebbe riuscito a “prendere Bhagwan.” Chiamammo lo sceriffo,

 ma lui si rifiutò di prendere qualsiasi iniziativa perché il crimine non

 era stato commesso – non ancora!

 La sera seguente, esattamente alla stessa ora, Osho volle fare comunque

 il suo giro in macchina, prendendo la stessa strada. Vivek si rifiutò

 di accompagnarlo per cui ci andai io. Provai tuttavia a convincerlo

 a fare almeno un’altra strada, perché quel pazzo sapeva esattamente

 l’ora e il posto in cui sarebbe passato. Lui rifiutò. Disse che era libero

 di guidare dove e quando gli piaceva e che avrebbe preferito gli

 sparassero, piuttosto che rinunciare alla propria libertà. E aggiunse:

 “E anche se mi sparano? Va benissimo.” Restai senza fiato: di certo

 non andava bene per me.

 La notte sembrava più buia del solito e Osho fermò la macchina in

 mezzo alla campagna per fare pipì. Non sapevo se tremavo dal freddo

 o dalla paura, ma scesi dalla macchina e camminai avanti e indietro,

 gli occhi spalancati nel buio, incapace di capire perché la libertà fosse

 più importante della sicurezza.

 Quella volta il pazzo non si fece vedere. Ma anche in altre occasioni,

 sebbene ricevessimo telefonate anonime che ci informavano sulle bande

 che lo aspettavano lungo la strada, Osho andava esattamente dove e

 quando voleva, senza mai farsi fermare da quelle minacce.

 In un discorso, spiegò che non è affatto un piacere guidare entro i limiti

 di velocità se si è alla guida di una macchina che può raggiungere i

 200 Km all’ora, e comunque che senso avrebbe guardare i cartelli stradali,

 per leggere i limiti di velocità, mentre si sta guidando a tavoletta?

 È più prudente tenere gli occhi sulla strada!

 Agli incroci, ero io che dovevo guardare a destra e a sinistra e dirgli

 quand’era il momento di passare, perché Osho non girava mai la testa

 quando guidava. Guardava solo davanti a sé. Io, non avendo mai guidato

 unamacchina, non avevo la chiara percezione della distanza e della

 velocità e tantomeno conoscevo le regole stradali. Forse sarei stata più

 nervosa se le avessi sapute, ma visto come stavano le cose, avevo fiducia

 che, qualunque cosa fosse successa, sarebbe avvenuta con consapevolezza,

 e questa era l’unica cosa che contava.

 Nel luglio dell’anno successivo, organizzammo la ‘Prima Celebrazione

 Mondiale’: arrivarono più di diecimila persone da ogni parte delmondo.

 Tutti coloro che erano stati a Pune e avevano conosciuto Osho, ora tornavano

 a incontrarsi e a incontrare il loro Maestro.

 In una valle venne costruita, provvisoriamente, un’enorme Hall di meditazione:

 quella divenne la nostra ‘Buddha Hall’. Appena ci riunimmo a

 meditare sotto quel grande tendone, l’energia toccò punte elevatissime

 e Osho venne a sedersi con noi.

 L’ultimo giorno del festival, fece cenno a Gayan di andare sul podio a

 danzare. Almeno una ventina di persone pensarono che il cenno fosse

 indirizzato a loro e si alzarono in piedi, immediatamente seguite da altre

 centinaia e Osho scomparve alla nostra vista, dietro a una marea rossa

 di persone che danzava intorno a lui, in festa.Avrebbe potuto essere travolto

 da quella folla, ma era solo una spontanea ondata d’energia. Più

 tardi, Osho disse che tutti furono estremamente gentili e rispettosi, e

 quando fece i primi passi per lasciare il podio, tutti fecero un passo indietro

 aprendo davanti a lui un varco che portava esattamente all’uscita.

 Anche chi lo aveva toccato, lo aveva fatto con grande attenzione: l’ambiente

 era il ‘nostro’ di sempre… eravamo tutti amici, uniti gli uni agli

 altri da un’onda di energia che poteva solo chiamarsi ‘amore’.

 In quel periodo sembrava tutto perfetto; e pensavamo che non ci fosse

 nessuna ragione perché la nostra oasi nel deserto non dovesse fiorire e

 diventare un esempio per tutto il mondo di come migliaia di persone

 possano vivere insieme, senza tutte le brutture create dalla società, dalle

 religioni, dai politici.

 Fu un festival meraviglioso. Ci fu anche un’eclissi di luna piena che

 osservai dal mio letto fra le montagne, e mentre la luna diventava

 rossa e scompariva nel cielo del mattino, sentii che non mi trovavo

 sul pianeta terra.

 

 

 

 

 

 

 

 


Written by

Prem Shunyo