02 December 2016

Capitolo Ottavo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

In prigione negli stati uniti

Capitolo Ottavo

28 ottobre 1985

Il Lear stava per atterrare a Charlotte, nella Carolina del Nord. Scrutai

nell’oscurità e vidi che l’aeroporto era deserto.Alcuni cespugli alti e sottili

venivano spazzati via dalle raffiche del jet in atterraggio. Appena si

spensero i motori, Nirupa riconobbe Hanya, la giovanissima suocera che

ci avrebbe ospitato a Charlotte. Ci aspettava sulla pista di atterraggio con

Prasad, il suo compagno.

Nirupa la chiamò tutta eccitata; ma quasi simultaneamente, da tutte le

direzioni, le grida: “Mani in alto, mani in alto!”, mi gettarono in una

dimensione completamente diversa. Per un attimo mi trovai in uno spazio

di vuoto totale, dal quale la mente riemerse pensando: “No, non può

essere vero.” Nel giro di alcuni secondi l’aereo fu completamente circondato

da una quindicina di uomini che ci puntavano le armi addosso.

Era proprio vero, purtroppo – il buio, le luci intermittenti, lo stridìo di frenate

improvvise, le urla, il panico e la paura, era tutto intorno a me, ma

ero troppo consapevole del pericolo per non rimanere calma.

“Non provare nemmeno a starnutire,” dissi a me stessa, “perché quelli

sparano.” Anche loro avevano paura, e non c’era da meravigliarsene.

Tre anni dopo questi avvenimenti, infatti, un giornalista indipendente

intervistò le autorità e gli fu risposto, prove alla mano, che il messaggio

ricevuto da quegli uomini era di arrestare i passeggeri dei due aerei; si

diceva che si trattava di criminali evasi, pericolosi terroristi armati dimitra

e che stavamo scappando dalla giustizia.

Quegli uomini erano tutti vestiti in jeans e camicie a scacchi. Pensai

subito che fossero una banda di nostri vicini dell’Oregon che volevano

rapire Osho. Non ci dissero né che eravamo in arresto, né che erano

agenti dell’FBI.

Avevo davanti dei killer professionisti.Avevano un’aria spietata e disumana;

non avevano alcuna espressione negli occhi: sembravano soltanto

dei fori scintillanti.

Urlando, ci ordinarono di uscire dall’aereo con le mani in alto; i piloti

avevano aperto il portello, ma non riuscivamo a uscire perché la poltrona

di Osho occupava un terzo della cabina e si trovava proprio davanti

all’uscita. Cercammo di spiegarglielo ma loro pensarono che stessimo

organizzando un piano di fuga, o caricando i nostri mitra… e vennero

all’assalto: una luce fortissima mi colpì in pieno viso attraverso il finestrino

dell’aereo. Mi girai e vidi la canna di un fucile a venti centimetri

dalmio naso, e dietro una faccia tesa e impaurita.Mi resi conto che aveva

molta più paura di me, e questo era pericoloso. Dopo una scena degna di

Monty Python, in cui i killer urlavano ordini contradditori del tipo: “Non

vi muovete,” “Scendete dall’aereo,” “Fermi tutti,” la poltrona di Osho fu

spostata e parecchi agenti salirono a bordo; per poco non spararono in

testa a Mukti, perché si era piegata per mettersi le scarpe.

Fuori, sulla pista, ci fecero mettere con le mani in alto, le gambe divaricate

e la pancia contro il jet, per poterci perquisire.Mentre venivamo rozzamente

ammanettate, mi girai verso Hanya, che appariva terrorizzata, e

le dissi: “Andrà tutto bene.” Cimettemmo a sedere nella sala d’attesa dell’aeroporto,

circondate da uomini armati che erano dovunque, dietro i banconi,

gli armadi e le piante, e puntavano i fucili verso l’entrata, in attesa

che atterrasse il secondo jet, su cui viaggiava Osho.

Sentimmo il rumore di parecchi scarponi in corsa, lo sfregamento delle

braccia contro i giubbotti anti-proiettile, i messaggi concitati via radio.

Poi il rumore di un jet solitario che atterrava. I cinque minuti che seguirono

furono terrificanti.Non sapevamo cosa avrebbero fatto aOsho.Nirupa

cercò di avvicinarsi alla porta a vetri che dava sulla pista di atterraggio,

sperando di inviare un segnale di allarme, ma le fu ordinato di tornare

a sedersi, sotto la minaccia di un fucile.

Il silenzio dell’attesa era mortale, così come l’impotenza di essere nella

mani di uomini violenti. La tensione in quella sala d’aspetto era soffocante;

alla fine riudimmo le grida spaventate degli uomini armati. Non riuscivano

a capire perché i motori fossero ancora accesi, visto che il jet era

atterrato. Il motivo era semplice: così facevano funzionare l’aria condizionata

per Osho, ma loro non potevano saperlo, e divennero ancor più

nervosi. Passarono alcuni minuti in cui sentii un vuoto terribile dentro di

me. Poi vedemmoOsho entrare attraverso le porte a vetri: aveva lemanette

ai polsi ed era affiancato da ambedue i lati da uomini armati e pronti a

sparare. Osho entrò come se stesse entrando in Buddha Hall per fare un

discorso ai suoi discepoli. Era calmo, e vedendoci lì sedute e incatenate,

ad aspettarlo, un sorriso illuminò il suo volto. Entrando sul palcoscenico

di quel dramma – un dramma completamente differente da quelli vissuti

finora – continuava a essere lo stesso. Qualunque cosa gli succedesse

all’esterno, non intaccava minimamente il suo centro: doveva essere uno

spazio molto profondo ed estremamente tranquillo.

La scena successiva fu un vero disastro, perché ci fu letta una lista di nomi

che non avevo mai sentito. Il dramma cominciava a farsi più confuso.

“Avete arrestato le persone sbagliate,” disse Vivek.

Era il film sbagliato, le persone erano sbagliate, tutto sembrava così bizzarro.

L’uomo che leggeva quei nomi sembrava un albino con i capelli

tinti di rosso.Aveva una forte carica sessuale chemi fece pensare si divertisse

a fare del male agli altri. Chiedemmo più volte se eravamo in arresto,

ma non ricevemmo mai risposta.

Venimmo quindi spinti fuori dall’aeroporto, qui c’erano almeno venti

macchine della polizia in attesa, con le luci blu e rosse che lampeggiavano.

Osho venne separato dal gruppo e fatto salire in macchina da solo. Il

mio cuore quasi si fermò, piegai la testa e misi una mano là dove era solito

battere; la mia mente scioccata fu travolta dall’intuizione che stesse

accadendo qualcosa di terribile.

La polizia non ci guardò in faccia neppure una volta. Sono sicura che se

lo avessero fatto non ci avrebbero incatenati e trattati come terroristi.

Avrebbero visto quattro donne sui trentacinque anni, molto femminili e

pericolose quanto gattini; due uomini intelligenti e maturi, di un’eleganza

e di una grazia rare e squisite e Osho…cosa dire di Osho? Basta guardare

la sua fotografia. Nelle ore successive, non riuscii a capire come gli

americani che seguivano l’evento alla televisione non si rendessero conto

della differenza fraOsho e i suoi carcerieri, fraOsho e qualsiasi altro essere

umano mai apparso sui loro teleschermi.

In carcere vidi alla TV il programma che ci riprendeva nel viaggio dalla

prigione al tribunale e poi di nuovo in prigione. Ciò che veniva trasmesso

era rumoroso, volgare e violento, poi all’improvviso appariva sullo

schermo questo saggio di altri tempi, questo mistico con le mani e i piedi

incatenati che sorrideva al mondo e congiungeva le mani ammanettate

per salutare col namasté il mondo che voleva distruggerlo.

Ma nessuno riusciva a vederlo.

Mentre ci portavano in prigione a tutta velocità, mi chiesi se questa gente

non fosse completamente pazza. Anche se le strade erano deserte e tranquille,

guidavano in modo tale da sballottarci di continuo, mandandoci a

sbattere contro le pareti e le portiere e facendoci prendere violenti colpi

alle ginocchia e alla schiena. Lamacchina su cui era stato fatto salireOsho

era davanti a me, e vedendola procedere allo stesso modo pensavo al suo

corpo così delicato e alla sua schiena ridotta così male.

Più tardi avrebbe detto: “Anch’io guido in modo spericolato. In tutta la

mia vita ho commesso solo due reati e tutti e due per eccesso di velocità.

Ma quella non era spericolatezza, usavano un nuovo tipo di fermata

improvvisa – frenavano senza motivo, solo per farmi avere un contraccolpo.

Avevo le manette, le gambe incatenate, e avevano avuto l’ordine

di mettermi una catena anche intorno alla vita, proprio dove mi fa male

la schiena. Questo accadeva ogni cinque minuti: improvvisamente acceleravano

e altrettanto improvvisamente frenavano, solo per farmi piùmale

possibile alla schiena. Ma nessuno disse: ‘Gli state facendo male.’”

Arrivati in prigione, Jayesh, sorpreso dall’inaspettata direzione che

avevano preso le sue vacanze, esclamò con finta rabbia: “Chi ha prenotato

questo albergo?”.

Passammo la notte su delle panche di metallo; non ci diedero da mangiare

né da bere. Il water era in mezzo alla stanza, così ogni nostro

movimento poteva essere controllato dall’occhio elettronico che si trovava

sulla porta.Anche Osho era stato messo da solo in una cella simile,

che sembrava una gabbia, e in quella vicino a lui c’erano Devaraj,

Jayesh e i tre piloti.

Devaraj si rivolse a Osho attraverso le sbarre: “Bhagwan?”.

“Mm?” rispose Osho.

“Stai bene, Bhagwan?”.

“Mm, mm” fu la risposta. Ci fu una pausa e poi dalla cella di Osho si udì

la sua voce: “Devaraj?”.

“Sì, Bhagwan.”

“Cosa sta succedendo?”.

“Non lo so, Bhagwan.”

Ci fu una lunga pausa e di nuovo la voce di Osho: “Quando riprendiamo

il viaggio?”.

E Devaraj rispose: “Non lo so.”

Ci fu un’altra pausa e di nuovo la voce di Osho: “Ci dev’essere un errore.

Deve essere chiarito.”

Nella terza gabbia della fila c’eravamo noi quattro donne e la donna pilota

che urlava e piangeva disperata. Il contrasto fra noi e quella donna che

camminava avanti e indietro e gridava, mi fece provare un’immensa gratitudine:

anche in una situazione simile potevo sentire in me la qualità

meditativa che Osho ci aveva insegnato per anni. Prima di allora non

avevo mai avuto l’opportunità di sperimentarla così chiaramente.

Anch’io, naturalmente, ebbi i miei momenti di rabbia. Mi era chiaro che

il sistema carcerario è fatto per distruggere l’individuo, umiliarlo e impaurirlo,

riducendolo così a schiavo ubbidiente. Nelle prime ore di prigionia

ci dissero che era contro il regolamento dare il caffè ai prigionieri, perché

spesso lo gettavano in faccia alle guardie. Rimasi scioccata quando

me lo dissero: non riuscivo a capire come si potesse gettare del caffè caldo

in faccia a chi te lo sta offrendo. Lo capii perfettamente alcune ore più

tardi, quando incontrai la persona cui l’avrei volentieri gettato, se solo ne

avessi avuto l’occasione.

Rimanemmo nelle nostre gabbie tutta la notte e tutto il mattino del giorno

dopo, poi ci portarono in tribunale, dove dovevano prendere una decisione

sulla cauzione. Ci dissero che ci sarebbero voluti solo venti minuti,

si trattava di ordinaria amministrazione.

Per portarci in tribunale, ci misero le catene ai piedi e le manette, unite

a una catena stretta intorno alla vita. Due uomini andarono nella cella

di Osho…li osservai attraverso le sbarre. Erano molto violenti con lui:

uno di loro gli diede un calcio mentre lo spingeva con la faccia al muro,

e un colpo alle gambe per fargliele divaricare, e intanto lo spintonava.

Vedere brutalizzare un bambino appena nato non sarebbe stata una scena

più disgustosa di quella. Osho non sa neanche cosa sia la resistenza,

anche cogliere un fiore per lui è un atto di violenza; la sua fragilità e la

sua delicatezza sono incredibili.

Ricordo ancora la faccia di quell’uomo. Ero così arrabbiata e impotente,

che ogni volta che lo guardavo mi concentravo sulla sua testa, desiderando

che esplodesse.

La storia della cauzione fu una farsa fin dall’inizio. Notai che il giudice,

Barbara De Laney, una donna che sembrava una casalinga, non guardò

Osho in faccia neanche una volta durante tutta l’udienza. A un certo

punto, nel bel mezzo dell’udienza, il nostro avvocato Bill Diehl disse:

“Vostro onore, mi sembra abbiate già deciso quale sarà la sentenza.

Tanto vale che ce ne andiamo a casa.” Osho venne accusato di essere

scappato per sottrarsi alla legge. Dissero che era al corrente del mandato

di cattura emesso nei suoi confronti, per aver violato le leggi sull’im-

migrazione, e aveva perciò cercato di scappare. Noi fummo accusati di

aiuto e istigazione a quella fuga illegale e di avere nascosto una persona

ricercata dalla legge.

Avevamo paura che Osho si ammalasse gravemente, se avesse dovuto

passare un’altra notte in quel carcere. Per molti anni la sua dieta era stata

rigorosamente controllata a causa del diabete e prendeva medicine con

regolarità. Tutta la sua routine era stata strettamente programmata e non

era mai stata trasgredita.

Se non avesse mangiato il cibo giusto alle ore giuste, poteva ammalarsi.

Aveva l’asma ed era allergico a qualsiasi odore. Era stato tenuto sotto

osservazione per anni e a volte anche l’odore di una tenda nuova o il profumo

di una persona, poteva causargli un attacco d’asma. La sua schiena

eramolto delicata poiché un disco intervertebrale era scivolato fuori dalla

sua sede, e di fatto non guarì mai.

Venne fatta richiesta affinché fosse ricoverato in ospedale.

“Vostro onore,” cominciò Osho, “le faccio una semplice domanda…”.

Il giudice lo interruppe con arroganza, dicendogli di parlare tramite

l’avvocato.

Osho continuò: “Vostro onore, sono statomale tutta la notte su quelle panche

di ferro e ho continuato a chiedere a quella gente un cuscino…”.

“Non penso che abbiano un cuscino,” disse il giudice De Laney.

“Dormire su quelle panche di ferro…non riesco a dormire su quelle panche,”

continuòOsho, “non possomangiare niente di quello chemi danno.”

Inoltrammo una richiesta affinché potesse tenere almeno i suoi vestiti,

perché poteva essere allergico ai materiali forniti in prigione.

“No, per ragioni di sicurezza,” disse il giudice.

L’udienza doveva continuare il giorno dopo e noi dovevamo essere trasferiti

nella prigione della contea diMecklenberg.Almeno eravamo usciti

dalla prigione dello sceriffo. Negli ultimi giorni della sua vita, Osho

disse al suo medico: “Tutto ebbe inizio in quella cella.”

Ci portarono nella prigione della contea di Mecklenberg, e ci incatenarono

di nuovo le mani e i piedi. Le catene mi tagliavano le caviglie ed era

difficile camminare. Mi stupii vedendo che anche quando era incatenato

Osho simuoveva inmodo aggraziato e la prima volta che videme eVivek

incatenate insieme, si mise a ridere!

Quando un detenuto entra o esce dalla prigione, deve aspettare in una

cella senza finestre, lunga circa tre metri, dove c’è spazio solo per una

brandina di ferro, e quando ci si siede le ginocchia sono a pochi millimetri

dal muro.

Io e Vivek eravamo sedute una accanto all’altra sulla branda, asfissiate

dall’odore di urina. C’erano macchie di escrementi e di sangue sui muri

e la porta d’acciaio era tutta raschiata, ovviamente dai detenuti precedenti

che le si scagliavano contro impazziti. Ci guardammo con gli occhi

sgranati per la meraviglia quando udimmo due uomini dall’altra parte

della porta che parlavano, con l’accento tipico del Sud, delle quattro

donne di Rajneesh e di quello che gli sarebbe piaciuto fare con loro, uno

disse: “…una di loro ha le mestruazioni”, (come lo sapesse, non si sa).

Aspettammo due ore, atterrite dalla paura di venir malmenate e violentate,

non sapendo se quella sarebbe stata la nostra cella permanente.Ma

la cosa più terribile era sapere che Osho riceveva lo stesso trattamento

e noi non potevamo vederlo.

Durante tutta l’esperienza fatta in prigione, questa fu la cosa più atroce:

Osho non veniva trattato meglio degli altri e se lo stavano trattando allo

stesso modo in cui trattavano noi…!?

Ci tolsero i vestiti e ci diedero quelli della prigione e lo stesso fecero

con Osho. Erano vecchi ed erano stati lavati chissà quante volte, eppure,

sotto le ascelle, il tessuto era ancora impregnato del sudore degli altri

detenuti e quando si furono scaldati al calore del mio corpo, dovetti sopportare

la puzza delle innumerevoli persone che li avevano indossati

prima di me. Era così disgustoso che tre giorni dopo, quando mi offrirono

un cambio di vestiti, li rifiutai, perché con quelli che indossavo

almeno non avevo preso la scabbia o le piattole e chissà cosa sarebbe

potuto succedere, cambiandoli…

Seppi dall’infermiera Carter, la donna che si prese cura di Osho in quel

carcere, che quando gli diedero quei vestiti Osho scherzando disse: “Ma

i colori non si armonizzano!”.

Le lenzuola erano peggio dei vestiti, erano strappate e piene di macchie

giallo-grigiastre, per cui decisi di dormire vestita; le coperte erano

bucate ed erano di lana! E Osho era allergico alla lana. Niren, uno dei

nostri avvocati, portò in prigione alcune coperte di cotone per Osho,

ma non gli arrivarono mai.

La prigione è una istituzione cristiana. Un prete, con tanto di Bibbia, visitava

le celle e parlava degli insegnamenti di Cristo.Mi sembrava di essere

tornata indietro di cinquecento anni; era tutto così barbaro.

Dovevo condividere la mia cella con dodici detenute che erano tossicomani

o prostitute: “Aiuto,” pensai, “e l’AIDS?” Quando entrai, interruppero

le loro attività e mi seguirono con lo sguardo finché arrivai all’unica

branda vuota, trascinandomi dietro quel covo di pulci che loro chia-

mavano materasso. Per un momento mi sentii sospesa nel vuoto. Poi mi

avvicinai al tavolo dove alcune di loro stavano giocando a carte e chiesi

di poter giocare anch’io.Volevo imparare anche a parlare con il loro accento

del Sud, prima di lasciare la prigione.

Con quelle detenute mi divertii, le trovai più intelligenti di molte persone

che avevo incontrato fuori della prigione.Dissero chemi avevano visto

in televisione, insieme al mio guru, ma non riuscivano a capire perché ci

avessero arrestati emessi dentro con tutto quel chiasso, solo per aver commesso

dei crimini contro le leggi sull’immigrazione. Non trovavano una

spiegazione a quanto stava succedendo…perché venivamo trattati come

pericolosi criminali? Pensai che, se era così ovvio per quelle ragazze,

molti altri americani si sarebbero scandalizzati per l’arresto di Osho, e

qualcuno con un minimo di coraggio, di intelligenza e di potere si sarebbe

fatto avanti e avrebbe detto: “Ehi…aspettate un attimo…cosa sta succedendo?”

Ero assolutamente convinta che sarebbe successo. Questa si

chiama speranza, e vissi per cinque giorni nella speranza.

Dopo alcune ore mi cambiarono di cella, non ne chiesi il motivo, perché

fui molto contenta nel ritrovarmi con Vivek, Nirupa e Mukti. Dividevamo

la cella con altre due detenute: c’erano sei letti a castello, un tavolo,

una panca, una doccia e una televisione, che spegnevano solo di notte.

Lo sceriffo Kidd era il direttore della prigione e credo che, viste le circostanze,

fece del suo meglio per aiutare Osho. Mentre ci facevano le foto,

disse a Vivek e a me: “Osho è un uomo innocente.” Anche l’infermiera

Carter era molto attenta e sensibile con lui e ogni giorno ci portava messaggi

del tipo: “Oggi il vostro ragazzo ha mangiato tutto il semolino.”

Una mattina, guardando fuori dalle sbarre della cella, vidi Osho che salutava

il Capo Delegato Samuels… il modo in cui lo fece fermò il tempo

per me e trasformò la prigione in un tempio. Prese le mani di Samuels

nelle sue e si guardarono negli occhi per alcuni istanti. Osho lo guardava

con un tale rispetto e un tale amore…quell’incontro non stava avvenendo

in una prigione, anche se ci eravamo!

Osho tenne una conferenza stampa e venne ripreso dalla televisione

vestito da carcerato, mentre rispondeva alle domande dei giornalisti.

La prima volta che lo vidi con quei vestiti, fui colpita da una bellezza

mai vista prima. Mentre ci allontanavamo, io e Vivek ci guardammo

ed esclamammo all’unisono: “Lao Tzu!” Sembrava proprio l’antico

maestro cinese Lao Tzu.

Le guardie della prigione diventarono più amichevoli con noi e più rispettose

con Osho; capii che erano brave persone, anche se non si rendevano

conto che quel sistema era disumano. Una secondina, mentre ci accompagnava

all’ascensore per andare in tribunale, ci guardò e disse: “Dio vi

benedica.” Poi si girò velocemente, forse imbarazzata oppure timorosa

che qualcuno la sentisse.

Ogni giorno potevamo andare in cortile per circa un quarto d’ora. La

cella di Osho era al secondo piano e aveva una lunga finestra che dava

sul cortile. Un detenuto fece in modo di far sapere a Osho che, una volta

in cortile, avremmo tirato una scarpa sulla sua finestra così lui si sarebbe

potuto affacciare e salutarci con la mano. Era difficile distinguere

con chiarezza la sua figura, ma lo riconoscevamo ugualmente e vedevamo

benissimo la sua mano che ci salutava. Ballavamo e piangevamo

dalla gioia, una volta persino sotto la pioggia insistente: per noi era come

avere un darshan. Quella figura indistinta che appariva alla finestra, mi

ricordava i santi delle finestre in vetro colorato delle cattedrali. Quando

ritornavamo in cella, le guardie si meravigliavano delle nostre facce

sorridenti e non capivano perché, prima di scendere in cortile, eravamo

invece tristi e sconsolate.

Nei cinque giorni in cui venne discussa la nostra causa, potei osservare

la ‘giustizia’ americana all’opera, mentre in tribunale si rivelava per quello

che è: una vera e propria farsa. Gli agenti del governo, chiamati a testimoniare,

mentivano senza pudore. Persino alcuni sannyasin, che erano

stati ricattati, produssero prove contro Osho. Contro di lui furono usati i

crimini di Sheela, anche se non avevano niente a che fare con il caso in

questione. Con sempre maggior chiarezza mi resi conto che in questo

mondo senza giustizia e comprensione, niente poteva avere un senso.

Le mie speranze che qualcuno in America si sarebbe fatto avanti per

dichiarare che stava succedendo qualcosa di folle e inumano, furono del

tutto vane. Non c’era nessuno disposto a questo. Osho era solo. E ha spiegato

che un genio, un uomo del calibro di Buddha, è sempremolto in anticipo

sui suoi tempi, perciò non sarà mai riconosciuto dai suoi contemporanei…

ma vederlo accadere era sconvolgente. La verità era questa: in

questo paese chiamato America, Osho si trovava in una terra barbara e

gretta; non c’era nessuno che avesse il coraggio di ascoltare ciò che aveva

da dire, o che provasse a capirlo.

Il processo durò cinque giorni, quando ci liberarono e potemmo uscire

dal tribunale finalmente liberi dalle catene, un giornalista mi chiese:

“Come ci si sente senza catene?” Mi fermai, alzai le braccia al cielo e

risposi: “Non c’è nessuna differenza.”

Per Osho però quell’avventura non era finita: gli era stata negata la

libertà sotto cauzione. Sarebbe dovuto tornare a Portland, in Oregon,

quale prigioniero e lì avrebbero preso una decisione. Era un volo di

sei ore. Lo vidi in televisione, mentre veniva scortato all’aereo-prigione.

La grazia con cui si muoveva pur con le mani e i piedi incatenati,

mi spezzava il cuore.

Ci diedero il permesso di salutarlo attraverso le sbarre della prigione.

Mukti, Nirupa e io andammo davanti alla sua cella, infilammo le braccia

tra le sbarre piangendo. Lui si alzò dalla branda di ferro e venne verso di

noi, ci strinse le mani dicendo: “Voi andate. Non preoccupatevi, uscirò

presto. Andrà tutto bene. Andate felici.”

Mentre aspettavamo nell’ufficio della prigione di potercene andare, guardavamo

Osho in televisione e un poliziotto disse: “Quell’uomo ha veramente

qualcosa. Qualsiasi cosa gli succeda, rimane rilassato e in pace.”

Avrei voluto gridare al mondo intero che quello era il Maestro, arrestato

e accusato di crimini che non aveva commesso, e che ora veniva

torturato dal sistema giudiziario americano; eppure, fisicamente sofferente,

mentre stava per essere trascinato attraverso gli Stati Uniti come

un volgare criminale, sotto la minaccia delle armi, ci aveva detto:

“Andate felici.”Non riuscivano a capire, anche solo da queste due parole,

che tipo di uomo è Osho?

La mia energia cambiò completamente e smisi di piangere, guardandolo.

Ecco la forza della felicità – pensai – e la felicità è il suo messaggio.

“Andrò felice e sarò forte,” promisi a me stessa. Trovai la forza

interiore, ma quella felicità era superficiale: era come un cerotto su una

ferita aperta nel cuore.

Tornammo tutti a Rajneeshpuram e lasciammo Osho nelle mani di

gente che stava in realtà per ucciderlo. Il viaggio dalla Carolina del

Nord a Portland, che avrebbe dovuto durare solo sei ore, durò infatti

sette giorni. Osho fu trasferito da una prigione all’altra, attraverso tutto

il paese; e proprio in questo periodo, in uno dei quattro carceri in cui

sostò, fu esposto a radiazioni e avvelenato con tallio, la stessa sostanza

usata dal KGB o, più di recente, da Saddam Hussein contro i personaggi

scomodi al regime.

Aspettammo a Rajneeshpuram per sempre.

Era il 6 novembre e dalla sera del 4 non si avevano più notizie di Osho,

da quando c’era stato riferito che era arrivato a Oklahoma City. Come era

possibile?! Il viaggio avrebbe dovuto durare solo sei ore! Invece erano

passati tre giorni da quando Osho aveva lasciato Charlotte. Le autorità

carcerarie non volevano rivelarci dove si trovasse, e Vivek dovette urlare

a lungo, prima che si potesse dare l’avvio a una ricerca.

Bill Diehl, l’avvocato che si era occupato così bene di noi a Charlotte

e che aveva lavorato con tanto amore per Osho, volò in Oklahoma. Lo

trovò e scoprì anche che in una delle carceri era stato costretto a firmare

con lo pseudonimo di David Washington. Perché? Si può ipotizzare

una sola risposta: in questo modo, qualsiasi cosa fosse successa,

non ci sarebbero state tracce della sua permanenza sotto il nome di

Bhagwan Shree Rajneesh.

Finalmente, dodici giorni dopo l’arresto, Osho arrivò a Portland e gli

venne concessa la libertà su cauzione.

Nei giorni successivi Osho si riposò, dormendo venti ore. Ci sarebbe

stata un’altra udienza in tribunale, il 12 di novembre. La notte prima mi

fu detto che subito dopo l’udienza, Osho avrebbe lasciato l’America e

sarebbe tornato in India.

Laxmi, la sua vecchia segretaria, che negli ultimi quattro anni era stata

lontana dalla Comune, ritornò sulla scena. Fui presente a un suo incontro

con Osho in cui disse che aveva trovato un posto sull’Himalaya dove

avremmo potuto creare una nuova Comune. Gli raccontò di un magnifico

fiume, con un’isola nel mezzo. “Ricostruiremo la nuova Buddha Hall

proprio lì,” disse Osho. Laxmi aggiunse che c’erano molti bungalow e

una casa più grande per lui, e che non avremmo avuto difficoltà a ottenere

i permessi per costruire su larga scala.

Osho era pronto a ricominciare tutto da capo. Nonostante alcuni dei suoi

sannyasin lo avessero tradito e nonostante le precarie condizioni fisiche,

il suo lavoro doveva continuare. Ero sbalordita dal grande entusiasmo col

quale discuteva sui dettagli della nostra nuova Comune.

Riempii almeno venti enormi bauli: pensavo che, andando sulle montagne

dell’Himalaya, avremmo avuto difficoltà a trovare rifornimenti di

vestiti pesanti, prodotti per il corpo, cibo speciale, ecc.… e volevo essere

sicura che a Osho non mancasse nulla; presi tutti i suoi vestiti pesanti,

sapendo che per molto tempo la sartoria non sarebbe stata operativa.

Il giorno dopo,Vivek e Devaraj partirono, io sarei partita più tardi: dovevo

accompagnare Osho a Portland. Nell’aria aleggiava un dolore straziante:

ci stavamo separando dalla nostra Comune, una creatura che avevamo

visto crescere sotto i nostri occhi, giorno dopo giorno, per quat-

tro anni. Certo, avevamo la speranza di riunirci tuttimolto presto, a detta

di Laxmi, ma il dolore per ora c’era.

Nel fare i bagagli, andai a prendere le poche cose che adornavano la

stanza di Osho. Lui prese in mano la sua statuetta di Shiva, di cui aveva

parlato tante volte nei suoi discorsi e disse: “Dalla alla Comune, possono

venderla.” Poi andò verso la statua di Buddha che amava tanto e

disse di fare la stessa cosa. Io balbettai: “No Osho, non queste, le ami

tanto,” ma lui insistette. Poi aggiunse che quando l’FBI avesse restituito

i suoi orologi, avremmo dovuto esporli sul podio diMandir, così tutti

avrebbero potuto vederli. Sarebbero serviti per pagare i biglietti d’aereo

per l’India alla sua gente.

Non sapevamo, né potevamo immaginare, che il Governo americano

avrebbe rubato tutti i suoi orologi.Quando ci arrestarono a Charlotte, confiscarono

tutti i nostri averi. Qualcosa ci venne restituita dopo una battaglia

legale durata un anno, ma si tennero gli orologi di Osho. Questa è

vera e propria pirateria. Dissi addio ai miei amici, uscii all’aperto e mi

inchinai davanti alla ‘mia’montagna, dove avevo dormito, che avevo scalato

o davanti alla quale mi ero semplicemente seduta per ammirarla, in

quei quattro anni. Poi chiamaiAvesh in garage per dirgli di portare lamacchina

davanti all’ingresso, come aveva fatto tante altre volte.

Avesh guidava e io ero seduta dietro con Osho. C’erano persone dappertutto,

dal laghetto di Basho a Rajneesh Mandir, lungo la strada che serpeggiava

attraverso il centro di Rajneeshpuram, la nostra città, e fuori dall’aeroporto.

Ovunque, persone vestite di rosso che suonavano, cantavano,

ballavano, e dicevano addio al loro Maestro.

E i volti! Quei volti! I musicisti seguirono la macchina fino all’aeroporto,

alcuni corsero per tutto il tragitto con enormi tamburi brasiliani al collo.

Vidi volti un tempo senza espressione, ora splendenti e vivi.

Osho salutava per l’ultima volta la sua gente a mani giunte. Ero paralizzata

dal dolore ma non volevo perdere il controllo. Non era il momento

adatto per dare libero sfogo alle emozioni. Ero lì per prendermi cura di

Osho e dissi a me stessa: “Piangerai più tardi, non adesso.”

Arrivati al piccolo aereo che ci aspettava sulla pista di decollo, Osho dalla

scaletta si voltò per salutare tutti, prima di entrare. La pista era piena di

persone dai volti raggianti che suonavano e cantavano: era l’addio entusiasta

e festoso al loro Maestro. Diedi un ultimo sguardo fuori dal finestrino

dell’aereo che stava decollando, poi guardai Osho: era seduto in

silenzio, immerso in se stesso come sempre mentre lasciava dietro di sé

la sua gente, il suo sogno.


Written by

Prem Shunyo