04 December 2016

Capitolo Nono

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

Una crocefissione in stile americano

Capitolo Nono

Si stava facendo buio, mentre attraversavamo le strade bagnate di Portland,

in quel pomeriggio di metà novembre. La scorta dei motociclisti

della polizia che fiancheggiava la Rolls Royce era degna di un presidente.

C’erano almeno cinquanta poliziotti sulle loro potentissime Harley

Davidson, sembravano giganti vestiti di pelle nera, con le facce

coperte dai caschi e dagli occhiali. Bloccavano la strada a tutti gli incroci

e la coreografia era perfetta: i due motociclisti che erano a ogni lato

della macchina venivano continuamente sostituiti da altri due che si

inserivano nel traffico con grande abilità.

In questa coreografia di sirene e guardie del corpo, Osho come sempre

uscì dalla macchina senza essere minimamente toccato da ciò che avveniva

all’esterno e, con l’elegante grazia di sempre, entrò nell’aula del

tribunale, accompagnato da sei agenti in borghese.

Io scesi dall’altro lato della macchina e mi ritrovai nel caos: una folla

di gente che spingeva, giornalisti, troupe televisive. Non mi permisero

di entrare dalla stessa porta da cui era entrato Osho per cui lo vidi sparire,

inghiottito da un mare di giacche grigie e nere che riempivano i

corridoi del tribunale.Mi aprii un varco tra la folla, trovai un altro ingresso

e dopo alcuni minuti di gran confusione, presi posto accanto a Osho

nell’aula del tribunale.

Lui era seduto in pace e rilassato, e osservava con distacco il dramma

che si svolgeva davanti ai suoi occhi.

In seguito avrebbe detto: “Il governo ha ricattato i miei avvocati. Di

solito non succede mai che il governo prenda l’iniziativa di negoziare;

nel mio caso, proprio prima che incominciasse il dibattimento, hanno

chiamato i miei avvocati per negoziare, insinuando in diversi modi, fino

a far loro capire questo: ‘Noi non abbiamo prove; lo sappiamo noi e lo

sapete anche voi – e se andiamo avanti col processo, alla fine voi vincerete.

Ma dobbiamo mettere in chiaro che al governo non piacerà essere

sconfitto da un singolo individuo; non permetteremo a un individuo

di vincere la causa. La causa può essere protratta per vent’anni e Bhagwan,

nel frattempo, rimarrà in prigione. E ci sarà sempre il rischio che

possa succedergli qualcosa, è bene che lo capiate chiaramente.’

Quando ritornò dal tavolo delle trattative insieme agli altri avvocati,

Niren piangeva e disse: ‘Non possiamo farci niente, abbiamo le mani

legate; ci vergogniamo a chiederti di dichiararti colpevole. Tu non sei

colpevole, ma noi ti chiediamo di dire che lo sei, perché da quello che

il governo dice è chiaro che la tua vita sarebbe in pericolo.’

“Mi dissero,” continuò Osho, “che se accettavo di dichiararmi colpevole

di due reati minori, sarei stato rilasciato ed espulso dal paese. Io ero pronto

a rimanere, a morire in prigione – per me non c’era problema – ma

quando cominciarono a dirmi: ‘Pensa alla tua gente’ allora pensai che

quello (dichiararsi colpevole anche se non lo era) era il male minore.”

Osho era accusato di aver commesso ben trentaquattro reati contro la

legge sull’immigrazione, ma gliene vennero riconosciuti solo due;

cos’era successo agli altri trentadue? Il giudice doveva essere un criminale,

lo capii da quel patteggiamento: cos’è il crimine, una merce?

Come si può mercanteggiare così?

Perfino i due reati che gli vennero attribuiti erano falsi. Il primo consisteva

nell’essere arrivato inAmerica con l’intenzione di rimanere e il secondo

nell’aver organizzato matrimoni fra stranieri e cittadini americani.

1. Di fatto Osho aveva scritto per anni al Dipartimento per l’Immigrazione,

chiedendo di portare avanti le sue pratiche, ma nessuno aveva

mai risposto ad alcuna delle sue lettere. Come mai?

2. Fu accusato di avere organizzatomigliaia dimatrimoni falsi, dei quali

“almeno uno era certo” – stupii: neppure come barzelletta faceva ridere!

– uno era certo! Cosa ne era stato delle altre migliaia? E, in ogni

caso, risultò che non avevano prove neppure per quello.

Rimasi a bocca aperta quando sentii il giudice leggere a voce alta la sentenza

e dire che Osho era venuto in America per creare un centro di

meditazione per migliaia di persone, perché l’Ashram di Pune era troppo

piccolo. Questo sarebbe un reato!

Osho non si agitò mai, nulla pareva toccarlo, era umile eppure sembrava

un re. La sua vulnerabilità e la sua innocenza, simile a quella dei

bambini, in qualche modo lo rendevano intoccabile. Accettava totalmente

quello che accadeva, ma non porgeva l’altra guancia.

Gli opposti si incontrano quando il vuoto è abbastanza vasto e una

volta lo sentii dire: “Il Maestro è come il cielo. Sembra esserci, ma

in effetti non c’è.”

In quell’aula di tribunale, Osho era esattamente come se fosse seduto

in camera sua, o in Buddha Hall a meditare con noi. Io credo che, quando

la personalità non esiste più e l’individuo non è più dominato dai

vecchi condizionamenti, non c’è più un ego che possa essere disturbato,

o un ‘io’ che possa essere offeso.

Il giudice Leavy chiese a Osho: “Ti dichiari colpevole o innocente?”.

Osho rispose: “Io sono.”

Il nostro avvocato, Jack Ransome, che era seduto accanto a lui, si alzò

e disse: “Colpevole.” Questa scena si ripetè due volte, e più tardi, quando

gli chiesi chiarimenti su quella risposta data al giudice, Osho, ridendo,

mi disse: “Perché io non sono colpevole! Io ho solo affermato che

esisto. Il nostro avvocato ha immediatamente aggiunto: ‘Colpevole.’Ma

è un suo problema se lui è colpevole o no.”

Fu condannato a dieci anni di reclusione con sospensione della pena.

Gli fu concessa la libertà con la condizionale per cinque anni, a patto

che lasciasse immediatamente il paese, accettando di non rientrarvi per

cinque anni, senza il permesso del procuratore generale degli StatiUniti.

Quando il giudice chiese a Osho se aveva capito che non sarebbe potuto

rientrare negli USA per cinque anni, lui rispose: “Naturalmente, ma

non occorre limitare la mia espulsione a cinque anni, perché non metterò

mai più piede in questo paese.” Il giudice disse: “Potresti cambiare

idea.” Ma Osho rimase in silenzio e sorrise. Quando, più tardi, gli

chiesi il significato del suo comportamento, mi rispose: “Per lo stesso

motivo per cui Gesù rimase in silenzio quando Ponzio Pilato gli chiese:

‘Qual è la verità?’Anch’io sono rimasto in silenzio e ho sorriso, perché

quel pover’uomo non si rende conto che io non ho una mente, per

cui non posso cambiare alcuna idea.”

Osho venne condannato a pagare una multa di mezzo milione di dollari…

per due reati minori che di solito vengono puniti con venticinque

dollari e l’espulsione dal paese!

Hasya, con l’aiuto di alcuni amici, raccolse la somma necessaria a pagare

l’ammenda e Osho poté lasciare il tribunale. Ci ritrovammo a gui-

dare per le strade bagnate di Portland, fra due ali di folla: alcuni salutavano,

altri inveivano. Le luci dei negozi si riflettevano nelle pozzanghere,

io guardai fuori dal finestrino e mi accorsi che le vetrine erano

piene di decorazioni natalizie. Era stato tutto così bizzarro nelle ultime

settimane, ma questo era troppo! Quell’ipocrisia chiamata Santo

Natale mi fece veramente sorridere.

Ci stavano scortando direttamente all’aeroporto, dove un gruppo di sannyasin

e giornalisti aspettava vicino a un aereo privato: vidi Vivek

davanti al portello, pronta a riceverlo. Quando Osho fu in cima alla

scaletta si girò e salutò tutti. Io lo osservavo, mentre pioveva e la sua

barba danzava nel vento della notte. Ero affascinata dalla sua delicata

bellezza e paralizzata dal significato storico di quel momento. Addio

America, addio Mondo.

Le porte dell’aereo stavano per chiudersi, quando mi resi conto che

dovevo partire anch’io; mi feci largo tra la folla, salendo la scaletta di

corsa ed entrando nella cabina calda e affollata. Vivek stava sistemando

i cuscini e le coperte di Osho su tre sedili, per preparargli un letto di

fortuna; lui si sdraiò e chiuse gli occhi. Questa scena inconsueta sarebbe

diventata fin troppo familiare nell’anno che stava per iniziare quando,

a volte, la cabina di un aereo che volava intorno al pianeta, sarebbe

stata la nostra sola ‘casa’.

Mentre l’aereo decollava, provai un profondo senso di sollievo: lasciare

l’America era la sensazione più bella che avessi provato da parecchio

tempo. Aprimmo una bottiglia di champagne per celebrare, mentre

Osho dormiva tranquillo.

In aereo, Osho dormiva sempre, dal decollo all’atterraggio. Quando

si svegliava, aveva l’espressione di un bambino appena nato che vede

ogni cosa per la prima volta, ed era sorpreso di essere ancora con noi

su questa terra.

Sull’aereo c’erano Vivek, Devaraj, Nirupa, Mukti, Hasya, Asheesh e

Rafia. Era un jetmolto piccolo, poiché la nostra prenotazione di un aereo

più grande era stata cancellata non appena avevano saputo chi erano i

passeggeri; così, la maggior parte del nostro gruppo, inclusa la famiglia

di Osho, era rimasta a Portland, in attesa di raggiungerci con voli di linea.

Atterrammo a Cipro perché non avevamo il permesso di volare sopra

gli stati arabi e poiché era un giorno di festa mussulmano, non c’era

nessuno che potesse rilasciarlo.

All’aeroporto di Cipro offrivamo uno spettacolo davvero divertente.

Dal freddo inverno dell’Oregon eravamo passati al caldo soffocante

del Mediterraneo con addosso stivali pesanti, giacconi, sciarpe e cappelli.

Eravamo in otto, completamente vestiti di rosso e Osho con la

sua lunga tunica, il cappello di maglia (a detta della stampa incastonato

di diamanti) e la sua lunghissima barba argentata che si muoveva

nel vento. Le autorità dell’aeroporto erano in allarme, cercavano di

capire cosa stava succedendo e cosa dovevano fare. Di certo, non semplificò

la situazione quel giornalista che, trovandosi per caso all’aeroporto,

si mise a urlare: “È lui, Bhagwan Shree Rajneesh! È stato appena

espulso dall’America.” Comunque, dopo un’ora passata a riempire

moduli, mentre Osho era seduto in una sala d’aspetto sporca e fumosa,

ci diedero il permesso di recarci in città. Prendemmo dei taxi e

andammo nel ‘miglior’ hotel di Cipro.

Erano le due di notte ed eravamo troppo eccitati per dormire, così mi

misi a sedere sul terrazzo della mia stanza. Guardai il cielo e piansi.

Ero stata la testimone oculare di una moderna crocefissione ed ero

ancora sommersa dai ricordi di Osho in catene, in prigione, di episodi

irreali nelle aule dei tribunali, della fine di Rajneeshpuram e della diaspora

di tutte quelle persone meravigliose. Sapevo la verità su ciò che

avevamo cercato di creare in America; conoscevo la gioia e l’innocenza

di tutti coloro che avevano preso parte a quel meraviglioso esperimento

e avevo la sensazione che l’esistenza stessa si fosse messa contro

di noi e non ci fosse più posto per gente come noi, in questo mondo.

E chiesi: “Perché ci hai abbandonato?”.

Il pomeriggio seguente, ricevuto il permesso di volare sui paesi arabi,

stavamo dirigendoci alla volta dell’India. L’India! La mia ultima speranza.

L’America aveva dimostrato di essere ancora a uno stadio di totale

barbarie, incapace di capire un essere come Osho… in India sarebbe

stato diverso. Gli indiani sanno cos’è l’illuminazione, conoscono la

ricerca della verità e rispettano i ‘mistici’. Anche se solo per superstizione,

gli indiani rispettano un grande Maestro e di certo conoscono

Osho. Per trent’anni ha viaggiato per tutta l’India, a volte parlando a

folle di più di cinquantamila persone. Ero certa che l’India avrebbe

accolto a braccia aperte il suo ‘Uomo di Dio’. Il trattamento che Osho

aveva ricevuto inAmerica, avrebbe confermato il loro sospetto che l’Occidente

non ha la più pallida idea delle ricchezze interiori. “Gli daranno

della terra e un posto dove vivere,” pensavo.

Arrivammo a Delhi alle due e mezza di notte, ventiquattr’ore più tardi

del previsto, a causa della sosta a Cipro. Questo ritardo aveva permes-

so a migliaia di persone di raggiungere l’aeroporto, creando un’atmosfera

di forte tensione, nell’attesa crescente. Quando arrivammo al controllo

passaporti, guardai la folla che si era raccolta al di là e provai un

senso di panico. C’erano centinaia di giornalisti e troupe televisive con

le loro telecamere in piedi sulle sedie e i tavoli, mentre un mare di gente

eccitata e frenetica spingeva, sgomitando, desiderosa di toccare il guru.

C’erano anche Laxmi, con tutto il suo metro e mezzo di altezza, eAnando,

erano arrivate dall’America da pochi giorni (Anando è la donna che

avevo incontrato nel tunnel bianco all’inizio della mia avventura sannyasin,

a Londra). Il resto della comitiva era ancora impegnato alla

dogana, per cui Vivek e Osho dovettero attraversare da soli quella folla

impazzita per raggiungere l’uscita dell’aeroporto e arrivare alla macchina

che li stava aspettando.

Li seguii, anche se Vivek continuava a urlarmi: “Torna indietro, torna

indietro.” Ancora oggi non capisco perché lo dicesse; era una situazione

impossibile. La gente si aggrappava ai vestiti di Osho; una donna gli saltò

letteralmente addosso da dietromettendogli le braccia al collo, altri si gettavano

ai suoi piedi, colpendolo alle gambe, fino a farlo quasi cadere. Chi

era in fondo spingeva sempre più forte per avvicinarglisi, mentre i giornalisti

gli si paravano davanti, cercando di fargli delle domande.

C’era un solo modo per uscire da quella situazione e non ero affatto

disposta a tornare indietro, limitandomi a osservare la scena. Nel tentativo

di aprire un varco, iniziai ad afferrare quella gente per le braccia e

per i capelli. Anando faceva la stessa cosa e anche Laxmi, malgrado la

sua piccola statura, si dava un gran da fare. Osho sorrideva a tutti e con

lemani giunte davanti a sé nel gesto del namasté, avanzava sereno lungo

quel percorso minaccioso.

Quando finalmente arrivammo alla macchina, ci vollero altri cinque

minuti per riuscire ad aprire la portiera vincendo la pressione della folla

e una forza incredibile per tenerla aperta mentre Osho entrava.

Continuavo a tremare e solo quando la macchina lentamente partì,

cominciai a rilassarmi.

Eravamo in India e Osho era al sicuro!


Written by

Prem Shunyo