17 March 2017

Capitolo Dodicesimo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

A Creta

Capitolo Dodicesimo

 

Era la metà di febbraio e l’acqua del mare Egeo era fredda, ma era

stupendo nuotare nuda nelle calette limpide e profonde, circondate

dalle rocce su cui le onde venivano a infrangersi con dolcezza. Il sole

splendeva e io guardavo la villa costruita a picco sul mare, e la scala

scolpita nella roccia che si arrampicava fino alla casa. Amrito l’aveva

affittata per un mese, chiedendola a un suo amico regista, Nikos

Koundouros, e con rapidità era riuscita ad apportare alcune migliorie;

al bagno, per esempio.

Osho abitava nelle stanze superiori e la finestra circolare del suo soggiorno

si apriva a picco sul mare. La sua camera da letto era invece situata

sul retro della casa, e quindi era buia e cupa.

La stanza dove vivevo e dove lavavo i vestiti di Osho, si trovava a metà

altezza sulla scogliera e aveva un balcone bianco e rotondo.Al piano superiore

c’erano i nostri amici di Hollywood, Kaveesha e David, che erano

amanti da sempre, John e Kendra, la sua ragazza, una bionda estremamente

bella, sannyasin da quando era bambina, e Avirbhava.

Avirbhava è unamiliardaria delTennessee.Temeva che gli uomini l’amassero

solo per i suoi soldi, pose la questione a Osho e lui le rispose: “I soldi

sono parte di te. Tu non sei solo una bella donna, sei una bella donna

ricca!” E concluse: “Pensi che io mi preoccupi del fatto che tu mi ami

solo per la mia illuminazione?”.

Non appena si seppe che Osho era a Creta, iniziarono ad arrivare sannyasin

da ogni parte del mondo; riviste e quotidiani di molti paesi mandaro-

no i loro giornalisti; giunsero anche troupe televisive dalla Germania,

l’Olanda, gli Stati Uniti, l’Italia e l’Australia.

Dal giorno successivo al suo arrivo,Osho iniziò a tenere un discorso almattino

e uno alla sera; nel giro di pochi giorni gli ascoltatori erano circa cinquecento,

per lo più sannyasin, arrivati dall’Europa e dagli Stati Uniti. La

scena era suggestiva: Osho si sedeva in cortile, sotto un albero di carrube

e un gruppo di musicisti stava sul patio di pietra e suonava quando usciva

dalla casa e quando vi rientrava, alla fine del discorso. Spesso ballava con

Vivek che gli danzava allegramente intorno; si avvicinavano e si allontanavano,

sempre ridendo, lungo tutto il percorso e su per le scale, fino a

scomparire dietro il portone di quercia della casa. Tutti venivano travolti da

quell’esplosione di semplice gioia, e incitavano mandando grida stupite.

Nei giorni di pioggia, ci sedevamo in casa nella grande stanza al pianterreno;

ma la riempivamo oltre le sue possibilità e qualcuno doveva sempre

sedersi sulle scale, o sui davanzali delle finestre.

In quei discorsi, Osho rispondeva alle domande dei discepoli e dei giornalisti

presenti. Sembrava di rivivere i tempi in cui si andava in pellegrinaggio

dai saggi, per porre domande e ricevere consigli illuminati.

I giornalisti interrogavano Osho sui temi più diversi: la società, i leader

politici, il papa, il controllo delle nascite, la pena di morte, i problemi che

ilmatrimonio crea, ilmovimento di liberazione della donna, la salute fisica

e mentale, gli armamenti e la meditazione. Certo, facevano anche

domande sulla meditazione, ma naturalmente non mancavano i rappresentanti

di giornali scandalistici che ponevano le stesse domande di sempre:

“Sei conosciuto anche come il guru del sesso…?”.

E Osho rispondeva: “Che io sia definito il guru del sesso, non è solo falso,

è assurdo. Per mettere le cose in chiaro, io sono l’unica persona al mondo

a essere contro il sesso.Ma per rendersene conto occorre avere una grande

capacità di comprensione e non possiamo aspettarcela dai giornalisti.

Ci sono circa quattrocento libri pubblicati a mio nome, e ce n’è uno solo

sul sesso. Ma tutti parlano solo di quel libro; degli altri trecentonovantanove

non importa niente a nessuno, e quelli sono i migliori. Il libro

sul sesso serve per prepararvi; in questo modo potete capire gli altri libri

e arrivare a livelli più elevati, scrollandovi di dosso i piccoli problemi

comuni fino a raggiungere le vette della consapevolezza umana – ma

nessuno parla di quei libri.”

L’altra domanda che più ricorreva tra i giornalisti era: “Ti mancano le

Rolls Royce?”.

E Osho rispondeva: “Ame nonmancamai niente.Ma sembra che al resto

del mondo manchino le mie Rolls Royce! È un mondo veramente folle.

Quando c’erano le Rolls Royce, tutti erano invidiosi; adesso che non ci

sono, ne sentono la mancanza. Io vengo semplicemente ignorato.

Forse, un giorno, torneranno a esserci e la gente ricomincerà a essere

gelosa…

Proprio l’altro giorno, alcuni fotografi volevano riprendermi, e la mia

gente non voleva che mi facessi fotografare vicino a una Honda, ma io

ho insistito…la Honda non è mia, come non lo erano le Rolls Royce.Ma

lasciamo che la gente si diverta… la cosa farà loro piacere!

Ma è strano, è molto strano, che la mente delle persone si debba occupare

di cose che non la riguardano affatto.”

E sul denaro lui diceva: “…Mi dispiace dirvi che non capisco niente

di finanza. Non ho un conto in banca. Non tocco soldi da trent’anni.

Sono stato inAmerica per cinque anni e non ho visto neanche un biglietto

da un dollaro.

Vivo con totale fiducia nell’esistenza. Se vuole che io sia qui, farà qualcosa

in merito. Se non lo vuole, non farà niente. La mia fiducia nell’esistenza

è totale.

Coloro che non hanno fiducia nell’esistenza, credono nel denaro, credono

in Dio e credono in ogni tipo di idiozia.”

Alla domanda: “Il nome Bhagwan è scritto sul tuo passaporto?”.

Osho rispose: “Non ho mai visto il mio passaporto. Se ne prende cura la

mia gente. Quando ero in prigione in America non avevo il numero di

telefono dei miei avvocati, né quello della Comune, o delle mie segretarie,

perché in tutta la mia vita non ho mai telefonato. Lo sceriffo era sorpreso

e mi chiese: ‘Chi dobbiamo informare del tuo arresto?’ Risposi:

‘Chi ti pare, per quantomi riguarda io non conosco nessuno. Potresti informare

tua moglie, forse le piacerebbe sapere quello che sta facendo suo

marito: arresta gente innocente senza un mandato.’

Il mio stile di vita è talmente diverso dalla norma che a volte può sembrare

incredibile. Non so dove sia il mio passaporto in questo momento:

lo deve avere qualcuno, da qualche parte.”

Qualcuno gli chiese: “Come vorresti presentarti al popolo greco?”.

Osho rispose: “Oh, mio Dio. Non mi riconoscete? Sono la stessa persona

che avete avvelenato venticinque secoli fa.

Voi mi avete dimenticato, ma io no ho dimenticato voi. Sono qui solo da

due giorni – ma pensavo che in venticinque secoli la Grecia si fosse evoluta

verso qualità migliori, più umane, verso la verità. Invece mi sento triste,

perché in soli due giorni, sono già usciti degli articoli sui giornali greci

che dicono bugie su di me, fanno asserzioni che non hanno alcun fondamento

reale, sono pure assurdità.”

Osho aveva lasciato il Nepal, la terra dove era nato Gautama il Buddha,

ed ora eravamo qui, in Grecia, prima tappa del suo tour mondiale, la terra

di Zorba. E ci spiegò: “Zorba rappresenta le fondamenta del tempio. Buddha

è il tempio stesso.

Per l’‘uomo nuovo’ ho scelto il nome di Zorba il Buddha. Non voglio

nessuna schizofrenia, non voglio divisione fra materia e spirito, fra

sacro e mondano, tra questo mondo e l’altro mondo. Non voglio nessuna

divisione, perché ogni divisione vi spacca in due; e una personalità,

un’umanità divisa da se stessa, sarà senz’altro pazza e malata. E

noi viviamo in un mondo pazzo e malato, che guarirà solo se quella

spaccatura sarà ricongiunta.

Zorba deve diventare Buddha e Buddha deve capire e rispettare le sue

fondamenta. Le radici possono essere brutte, ma senza quelle radici non

ci sarà nessun fiore.”

Chiarì anche perché era favorevole al vegetarianismo: “Coloro che per

secoli sono stati vegetariani, sono assolutamente non-violenti. Non

hanno fatto guerre, nessuna crociata, nessuna jihad. Coloro che mangiano

carne, sono meno sensibili, sono più duri.

Arrivano perfino a uccidere in nome dell’amore; in nome della pace,

vanno in guerra. Arriveranno a uccidere in nome della libertà e della

democrazia…

Mi sembra che uccidere gli animali per nutrirsene, non sia molto diverso

dall’uccidere gli esseri umani. Differiscono solo nei corpi, nella

forma; ma è la stessa vita che state distruggendo.”

Gli vennero anche poste domande sull’educazione dei bambini e sui problemi

degli adolescenti. La cosami stupì:mentre alcuni giornalisti gli chiedevano

consigli sui giovani, proprio per questo crimine il governo greco

si preparava ad arrestarlo, qui a Creta: “Corruzione della gioventù”.

Era la stessa accusa fatta a Socrate, venticinque secoli prima… la storia

pareva ripetersi inesorabilmente.

“Anche tu, comemolti altri, pensi che l’AIDS sia unamaledizione di Dio,

contro la dissolutezza dei costumi?”.

Osho: “È di certo una maledizione divina, ma non contro la dissolutezza.

È una maledizione divina frutto degli insegnamenti della chiesa sul celibato

– cosa innaturale; della scelta di tenere suore e preti separati – cosa

innaturale, e che può solo generare omosessualità. L’omosessualità è una

malattia religiosa e la chiesa ne è responsabile. Dio stesso ne è il responsabile,

perché nella trinità cristiana esiste Dio, il padre, c’è Gesù Cristo, il

figlio e chi è questo Spirito Santo? Non c’è neppure una donna. È un gruppo

gay. E io sospetto che lo Spirito Santo sia il fidanzato di Dio.”

Chiarì anche che la società e i preti ci hanno dato le due bugie più grandi:

Dio e la morte.

“Dio non esiste. La morte non esiste. Questi cosiddetti leader religiosi –

i cardinali, i vescovi, gli arcivescovi – sono i rappresentanti dell’unico

figlio di un’ipotesi. Sono le persone meno intelligenti del mondo. Vivono

in un’allucinazione.” (da Socrates Poisoned Again After 25 Centuries)

L’arcivescovo di Creta, Dimitrios, rispose immediatamente, in un modo

che dimostrava inequivocabilmente ciò che Osho aveva detto sull’ipocrisia

dei preti: “O la smette di parlare o saremo costretti a usare la violenza.

Scorrerà sangue, se Bhagwan non lascerà l’isola di sua volontà.” I

giornali locali citarono una frase dell’arcivescovo in cui affermava che

avrebbe fatto saltare la villa con la dinamite e le avrebbe appiccato fuoco

con dentro Bhagwan e i suoi seguaci, se non se ne fossero andati.

Amrito eMukta, con i suoi capelli grigio-argento e gli occhi di un profondomarrone

scuro, andarono a trovare l’arcivescovo per chiarire l’eventuale

equivoco.Mentre si avvicinavano alla chiesa, un abitante del luogo urlò

controAmrito: “Tu sei la figlia del diavolo! Vattene via!” Rimasero qualche

minuto di fronte alla porta dell’abitazione del sacerdote, cercando di

spiegargli che prima di condannare Osho, avrebbe almeno dovuto ascoltare

ciò che aveva da dire, ma alla fine il vescovo si mise a urlare pieno di

rabbia: “Andatevene da questa casa!” E loro tornarono indietro.

Arrivarono Veena e Gayan, che erano state le sarte di Osho a Rajneeshpuram,

e ci divertimmo a riparare tutti i danni che i lavaggi con i secchi di

neve sciolta a Kulu avevano arrecato alle tuniche e ai cappelli di Osho.

Stavamo rincontrando molti amici, e l’atmosfera diventava allegra e gioiosa,

ma io nonmi sentivo amio agio.Avevo avuto un incubo in cui vedevo

alcuni uomini arrampicarsi sulle mie finestre e immaginavo che nella

baia sottostante fossero ormeggiate delle barche dall’aspetto minaccioso.

Mi ricordai che questa era l’isola da cui Gurdjieff era stato portato via in

coma, dopo che gli avevano sparato. In quel periodo poi, mi accadevano

molti incidenti:mi ero fatta un livido enorme su una coscia, cadendo dalle

scale, rompevo sempre qualcosa e la mia lavatrice continuava ad allagare

il pavimento e a darmi la scossa.

Una sera, un forte vento si abbatté sull’isola. Il mare era mosso e gli alberi

erano piegati dal vento che sibilava. Sarvesh, il ragazzo di Avirbhava,

e io pensammo che sarebbe stato ‘divertente’andare a fare un giro inmoto

e godersi il vento fra i capelli. Amrito ci bloccò la strada con le braccia

aperte, dicendo: “No, non vi lascerò andare.” Era una 750 cc. da corsa e

Sarvesh aveva ammesso che erano quindici anni, dai tempi dell’università,

che non guidava una moto. Ma ormai avevamo deciso e ci dirigemmo

giù per la collina, verso il piccolo paese di Agios Nicholaos.

Ben presto mi resi conto che Sarvesh non riusciva a controllare la moto

e mentre prendevamo una curva sul lungomare, il vento ebbe la meglio.

La moto gli sfuggì alla presa e io sentii la mia faccia scivolare sulla schiena

di Sarvesh e mi ritrovai in mezzo alla strada con il viso sull’asfalto.

Avevo sapore di sangue in bocca e con la lingua esaminai i denti – c’erano

tutti – bene. Il sangue veniva dalla faccia e dal naso; avevo dei tagli

sulle mani, i calzoni erano strappati, mi mancava una scarpa, avevo una

caviglia gonfia,mami sentivo in uno stato di estrema lucidità. Non avevo

mai avuto un incidente prima ed ero sbalordita perché sentivo una gran

calma e chiarezza. Sarvesh era disteso a faccia in giù in una pozza di sangue

che fiottava dalla testa. Guardai il suo corpo, e stranamente mi sembrava

che non ci fosse di che preoccuparsi. Gli controllai il respiro, sembrava

normale e rilassato. Mi chinai e lo chiamai per nome, ma era svenuto.

Mi osservavo,mentre davo istruzioni ai passanti – tu chiama un’ambulanza,

tu prenditi cura della moto, tu chiama la villa (mi ricordavo persino

il numero di telefono a sei cifre). Andammo all’ospedale dove Sarvesh

rimase svenuto per quaranta minuti. Non avevo dubbi sul fatto che

non avrebbe avuto problemi. Quella notte sperimentai una chiarezza tale

da giustificare quell’esperienza.

Il giorno dopo mi arrivò un messaggio di Osho: diceva che ero stata ‘stupida’

ad andare in giro con la moto.

Andammo a prendere Sarvesh all’ospedale: la sua faccia era blu e irriconoscibile.

Aveva avuto una brutta commozione cerebrale,ma in poche

ore si era ripreso.

Dormii tutto il giorno e tutta la notte; quando uscii dalla mia stanza, la

mattina dopo, bastarono pochi minuti al sole per farmi girare la testa e

John, che è un medico, mi disse che quelli erano i sintomi della commozione

cerebrale, così me ne tornai a letto.

Amrito telefonò proprio quella mattina daAtene dove era andata a incontrare

il capo della polizia, e ci informò che stava andando tutto bene, non

c’era nulla di cui preoccuparsi.

Alle due del pomeriggio, sentii un gran trambusto. Mi alzai dal letto, e

incontrai Anando sulla porta. Mi disse che era arrivata la polizia, ma che

io dovevo tornare subito a letto.

Tornare a letto! Mi vestii immediatamente, ricordandomi dell’ultima

esperienza con la polizia: quello che hai addosso può essere benissimo

quello che dovrai indossare nei giorni successivi, in prigione. Mi avvicinai

alla casa e vidi che era circondata da uomini in borghese armati, che

urlavano ordini, e da una ventina di poliziotti in divisa.

Quattro poliziotti stavano trascinando viaAnando per portarla alla prigione

del paese e lo stesso fecero con un amico che era corso in aiuto. Corsi

su per le scale padronali, mi misi davanti alla porta della villa e dissi al

poliziotto che si trovava lì: “Ci deve essere un errore. Per favore aspettate,

i nostri avvocati stanno già mettendosi in contatto con il capo della

polizia e presto sarà tutto chiarito.”

Lui replicò: “Io sono il capo della polizia!”.

Continuai a insistere che doveva esserci un errore e che avremmo

contattato le autorità superiori. “Io sono il magistrato,” disse un altro

dei presenti!

Ero convinta che stessero commettendo un errore madornale e che, se

solo avessimo potuto impedire alla polizia di entrare in casa fino all’arrivo

di aiuti, sarebbe andato tutto bene.Ma quegli uomini si comportavano

come se fossero stati mandati a svolgere una missione d’emergenza e

molto pericolosa. Mi tornò in mente l’arresto a Charlotte, dove gli uomini

che ci arrestavano non sapevano cosa stavano facendo, ma pensavano

che stessero arrestando dei pericolosi terroristi.

Si erano divisi in gruppi di due o tre e si aggiravano intorno alla villa cercando

un’entrata.Mi avvicinai a due di loro che stavano per salire da una

finestra, e li fronteggiai urlando: “No!” Provarono a farmi spostare da lì,

ma io non li lasciavo avvicinare alla finestra.

Avevo la faccia piena di lividi e di ferite per l’incidente di due notti prima

e penso che fu quello che mi diede coraggio, perché sapevo che non mi

avrebbero toccata. Se lo avessero fatto, avrei potuto creargli problemi,

dicendo che erano stati loro a procurarmi quelle ferite. Forse lo sapeva

no anche loro, ma qualunque cosa pensassero della mia faccia così malridotta,

non reagirono ai miei tentativi di fermarli.

Geeta, la giapponese, corse ad aiutarmi e malgrado sia alta meno di un

metro e cinquanta,mostrava una forza incredibilementre cercava di impedire

a quegli uomini di arrampicarsi sulle finestre.

Io correvo intorno alla villa e ogni volta che vedevo qualcuno che cercava

di entrare, immediatamente mi mettevo davanti a lui per impedirglielo.

A un certo punto, vidi un poliziotto in borghese che a gambe divaricate

sollevava sopra la testa un’enorme roccia. Sembrava Golia ed era

pronto a scaraventare quel masso contro una finestra.Mi accorsi che dietro

alla finestra c’erano Rafia, Asheesh e tutto il nostro equipaggiamento

video. Se avesse tirato quella pietra, ci sarebbero stati feriti e danni…mi

misi fra Golia e la finestra e urlai: “Pensavo che la polizia di Creta fosse

amica della gente,ma voi siete solo dei fascisti!”Arrivarono altri due poliziotti

in divisa e uno di loro, con la faccia paonazza, mi urlò: “Noi non

siamo fascisti!” e Golia mise giù la roccia.

Poi udii un rumore di vetri infranti, mi misi a correre e girato l’angolo

vidi tre poliziotti che stavano entrando nella villa da un’altra finestra. Li

vidi attraversare la stanza e andare verso la scala, poi con la coda dell’occhio

notai che anche la porta principale stava per essere aperta. Allora

entrai anch’io dalla finestra, e mi misi a correre verso la scala a chiocciola

che portava alle stanze di Osho. Arrivai prima, perché sapevo la strada

mentre loro esitavano forse aspettandosi di trovare gente armata.

Giunta in cima alle scale, vidi Rafia che scattava foto a raffica a quegli

uomini che stavano salendo. Arrivai davanti al bagno di Osho e vidi

che, dietro di me, due o tre poliziotti afferravano Rafia di peso e lo portavano

in soggiorno…temevo che lo picchiassero, ma non potevo farci

niente. Kendra arrivò alcuni minuti dopo e andò nel soggiorno dove

Rafia, steso sul pavimento con due uomini sopra di lui, riuscì a farle

scivolare in mano il rullino fotografico.

John era riuscito ad avvicinarsi a me e, spalla a spalla, proteggevamo la

porta del bagno, chiamando Osho da una fessura, per fargli sapere quello

che stava succedendo. Lui rispose che sarebbe uscito in un minuto.

Apparve anche Golia…tutta la scala a chiocciola era zeppa di poliziotti,

altri cercavano di salire; alcuni stavano ammassandosi nel corridoio,

davanti al bagno di Osho. Dissi loro: “Per favore, siamo gente pacifica,

non c’è nessun bisogno di usare la violenza.”

Golia rispose che sarebbe dipeso da noi se avessero usato violenza o no.

Io gli risposi che noi non avevamo usato nessuna violenza contro di loro.

Provarono a spostarmi, ma ancora una volta la mia faccia gonfia e piena

di ferite e lamia determinazione li dissuase.Dissi loro: “Per favore, lasciatelo

finire.” Alcuni poliziotti abbatterono la porta della stanza da letto di

Osho ed entrarono, armi alla mano.

Quando Osho uscì dal bagno tutti incominciarono a spingere. Mi girai

verso il capo della polizia e gli dissi che non c’era bisogno di tanti gorilla,

che per favore ne mandasse giù qualcuno; cosa che lui fece, lasciandone

solo otto o dieci a scortare goffamente Osho in soggiorno. Lui con

molta calma andò verso la sua poltrona e si mise a sedere.

Quando entrammo, vidi Rafia. Era seduto, aveva un’espressione stravolta

e i capelli arruffati. Notai che quando Osho si sedette, gli lanciò uno

sguardo penetrante, presumo per vedere se stesse bene.

John si mise a sedere su un bracciolo della poltrona di Osho e io sull’altro.

I poliziotti ci stavano tutti intorno e si misero a urlare contemporaneamente,

in greco. La cosa continuò per alcuni minuti, poi Osho si girò

verso di me e mi disse: “Vai a cercare Mukta perché traduca.”

Scesi, accompagnata dal capo della polizia e chiamammoMukta che arrivò

di corsa.Adesso avevamo un’interprete, ma le cose non migliorarono,

perché tutti continuavano a urlare.

Osho con calma chiese cos’erano venuti a fare e se avevano un mandato.

Quelli agitarono dei fogli eMukta incominciò a leggerli,mentre nella stanza

regnava il caos. Io avevo la sensazione che avessero ricevuto l’ordine

di portare viaOsho prima d’una certa ora, perché tutti continuavano a guardare

l’orologio e la loro aggressività e la loro ansia aumentavano.

Osho disse che sarebbe partito senza problemi ma che dovevano darci il

tempo per fare i bagagli e trovare un aereo.Avrebbero potuto assistere ai

preparativi… ma perché arrestarlo? Quelli gridarono: “No!” Doveva

andare con loro. “Subito!”.

Insistevano tanto per portarlo via che io mi misi a urlare che non potevano

farlo, finché non avessimo preparato i bagagli. Dissi: “È una persona

molto malata e tutto il mondo saprà ciò che gli state facendo. Se gli farete

delmale, vi troverete veramente nei guai.” E proseguii dicendo che non

potevano portarlo via senza le sue medicine. Ancor oggi ricordo il profondo

imbarazzo, definendo Osho “un uomo molto malato” proprio

davanti a lui, sapendo che è molto, molto di più!

Guardai John, che era seduto dall’altra parte. Sedeva immobile e in silenzio;

il volto era uno schermo vuoto sul quale si poteva proiettare qualsiasi

cosa. La mia proiezione in quel momento fu che, con la sua immobilità,

trasmetteva alla polizia il messaggio di prendere le cose con calma.

La confusione non accennava a diminuire, i poliziotti continuavano a

discutere animatamente fra di loro. La tensione sembrava crescere e diminuire

con un ritmo che mi ricordava un mare in tempesta.

Un poliziotto che ne aveva avuto abbastanza del ritardo, si diresse rudemente

verso Osho e con una mano gli prese il polso, posato sul bracciolo

della poltrona, come fa sempre quando siede rilassato. Gli disse: “Ti

portiamo via adesso!” e fece il gesto di volerlo strappare letteralmente

dalla poltrona. Osho, molto gentilmente, posò la mano che aveva ancora

libera su quella del poliziotto dando dei colpetti e dicendo: “Non c’è bisogno

di usare la violenza.” Il poliziotto lasciò cadere la sua mano e fece

un passo indietro con rispetto. Il capo della polizia disse infine che doveva

arrestare Osho e non poteva farci niente. Quelli erano gli ordini.

Era stata presa una decisione. Osho si alzò e si avviò verso la porta, io

corsi all’armadietto dove tenevamo i suoi medicinali, e mi misi in tasca

tutto ciò che riuscii ad afferrare, riuscendo ad arrivare in tempo per tenergli

la mano, mentre scendeva le scale.

Osho si voltò verso di me, mentre scendevamo, e con un tono di voce

gentile e preoccupato mi chiese: “E tu Chetana, come stai?” Non riuscivo

a crederci! Era come se stessimo andando a fare una tranquilla passeggiata

pomeridiana, senza alcuna preoccupazione al mondo e lui mi

stesse chiedendo della mia salute. Risposi: “Oh, Bhagwan, io sto bene.”

Circondati dalla polizia, attraversammo le stanze del pianterreno, dove

soltanto il giorno prima ci eravamo goduti i suoi bellissimi discorsi. Superammo

l’enorme portone in legno e uscimmo sotto il patio: c’erano alcuni

sannyasin, completamente sconvolti, non sapendo cosa fare e Mukta

che stava urlando con tutto il fiato che aveva contro due poliziotti. Osho

si fermò, si girò verso di lei e le disse: “Non perdere tempo a parlare con

loro, Mukta, sono degli idioti.”

Raggiungemmo una macchina della polizia e Osho si voltò e mi disse di

rimanere lì e fare i bagagli. Annuii con la testa e lui entrò in macchina

seguito da due poliziotti, uno per lato. Vidi che Devaraj era lì, allora vuotai

nelle sue tasche tutte le medicine che avevo raccolto.

Sembrava proprio che avessero intenzione di andarsene con Osho chissà

dove, senza portare con lui nessuno di noi. Presi una rapida decisione…

mi sdraiai sul cofano e urlai al capo della polizia, che a questo punto mi

sembrava di conoscere molto bene, con forza e scandendo lentamente:

“Il-dottore-viene-in-macchina! Il-dottore-viene-in-macchina!” Devaraj

era pronto, uno dei poliziotti scese e Maneesha spinse dentro Devaraj,

subito seguito dal poliziotto.

Erano schiacciati sul sedile posteriore, con Devaraj che cercava di tenere

in equilibrio sulle ginocchia la sua borsa damedico e Osho, in un angolo.

Mentre la macchina si allontanava sempre più veloce, fino a scomparire

alla nostra vista, oltre il viottolo polveroso che portava sulla litoranea,

la mia mente registrò questa immagine: Osho aveva quel vestito –

quello che avevo sognato quando ero a Rajneeshpuram.

Non sapevamo dove la polizia avrebbe portato Osho. Qualcuno disse che

volevano spedirlo in Egitto, via mare. Ed era vero: ci sono voluti venticinquemila

dollari per corrompere la polizia e permettere aOsho di lasciare

il paese sano e salvo.

Cercai Mukti e Neelam. Si dovevano organizzare le cose in modo che,

nel caso in cui Osho fosse stato deportato, loro arrivassero in India con

lui. Ero terrorizzata all’idea che arrivasse in India da solo…ciò che aveva

detto sui soldi e sul suo passaporto era vero, ahimè!

Riempii rapidamente una dozzina di giganteschi bauli di metallo.Misi la

poltrona di Osho in una cassa di legno; inoltre c’erano valigie e bauli più

piccoli…in tutto una trentina di colli. Lavorai come un fulmine…e alla

fine andai all’aeroporto di Heraklion dove Osho stava aspettando un volo

per Atene. Il modo in cui la polizia lo trattava era migliorato molto da

quando aveva ricevuto i venticinquemila dollari.

Osho era seduto in una stanzetta del posto di polizia locale circondato

da poliziotti armati, e stava concedendo un’intervista a un reporter della

rivista Penthouse.

Pioveva, ma questo non impediva a centinaia di sannyasin di continuare

a cantare e ballare, celebrando fuori dall’edificio in cui Osho era trattenuto…

cantavamo, trasformando quella tragedia disastrosa in una festa!

Era l’ora in cui arrivavano i voli dall’Europa e dall’America: ormai la

notizia che Osho era a Creta aveva fatto il giro del mondo e ogni giorno

arrivavano gruppi di sannyasin. Quella sera si assisteva all’assurdo:

i nuovi arrivati si trovavano ad abbracciare gli amici, che non vedevano

forse dai tempi della distruzione della Comune inAmerica, sommando

emozione a emozione, sentendo che Osho stava per lasciare il

paese… pareva una barzelletta, e le risate risuonavano allegre man

mano che l’assurdità della situazione aumentava: erano arrivati appena

in tempo per salutarlo!

L’aeroporto era strapieno: a centinaia di sannyasin si aggiungevano gli

abitanti di Agios Nicholaos, il villaggio in cui avevamo fatto base, affascinando

tutti con la nostra allegria e la nostra gioia di vivere.

Poiché si avvicinava il momento della partenza, entrai nella hall del

l’aeroporto e fui travolta da uno spettacolo incredibile: centinaia di persone

vestite di rosso e di arancione cantavano, ridevano e ballavano…

ogni tanto una voce esclamava: “Eccolo lì!” e tutti correvano

verso la direzione indicata, ma un’altra voce replicava: “No, è lì!” e le

persone si muovevano come un unico corpo. Pensai a un bastimento

in un mare in tempesta, dove tutti vengono sballottati dalle onde da una

parte all’altra della nave.

Aspettando che Osho attraversasse la hall dell’aeroporto, l’atmosfera si

caricava di eccitazione e di aspettativa; nascevano canti spontanei e risate…

mi trovai in piedi, vicino ad Anando, che era stata rilasciata. Salimmo

sulla balconata, in tempo per vedere Vivek, Rafia, Mukti, Neelam e

qualche altro sannyasin che salivano su un aereo. Naturalmente pensavamo

che anche Osho sarebbe salito su quell’aereo. Il cuore ci si bloccò in

petto quando partì senza di lui; avevamo una gran paura che ci stessero

giocando qualche brutto tiro.

Subito dopo, vedemmo unamacchina che si avvicinava a un piccolo aereo

di linea interno, pronto sulla pista; ne uscirono Devaraj e Osho. Stavano

salendo proprio su quello, diretti ad Atene e Anando mi disse: “Ho un

biglietto per quell’aereo,” e con quelle parole scomparve fra la folla, girandosi

solo per dirmi di spedirle i suoi vestiti.

Guardai l’aereo che decollava circondata da centinaia di amici, alcuni

confusi, altri tristi, tutti immersi in un gran vuoto… poi tornai alla villa

deserta, in attesa dell’atto successivo di questa incredibile avventura nell’ignoto

nella quale ero ormai totalmente coinvolta.

Le ultime parole di Osho alla stampa, prima di lasciare la Grecia, sono

state: “Se una persona sola, che si ferma soltanto per quattro settimane

con un visto turistico, può distruggere la vostra moralità, la vostra religione,

vecchie di duemila anni, allora non vale la pena conservarle.

Dovrebbero essere distrutte.”


Written by

Prem Shunyo