18 January 2017

Capitolo Decimo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

Kulu Manali

Capitolo Decimo


Il volo per Kulu-Manali decollò da Delhi alle dieci delmattino. Era stata
una mattinata intensa perché Osho aveva tenuto una conferenza stampa
alle sette, allo Hyatt Regency Hotel e non aveva usato mezzi termini
nell’esprimere quello che pensava dell’America.
Ero riuscita a dormire un paio d’ore, prima di una folle e caotica corsa
attraverso Delhi, in un furgone carico di bauli, che la stampa indiana
definì “d’argento e ricoperti di gioielli”. Erano gli stessi bauli che
avevo riempito due notti prima ed erano stati acquistati in un negozio
di ferramenta in una zona sperduta dell’Oregon.
Si erano uniti a noi la madre di Osho,Mataji, con altri membri della sua
famiglia; e poi Haridas, un esperto tuttofare che aveva vissuto con noi
a Rajneeshpuram, Ashu, la giovane infermiera di Osho, con i capelli
rossi, la pelle che sembrava di porcellana e una risata maliziosa, e
Mukta, una delle prime discepole occidentali, appartenente a una ricca
famiglia di armatori greci. Mukta, dalla folta capigliatura argentata, era
stata la giardiniera di Osho per molti anni.
Fui contenta di sapere che anche Rafia viaggiava con noi. Era stato il
miglior amico diVivek negli ultimi due anni. Emanava una grande forza
interiore, pur essendo, al tempo stesso, sempre pronto a ridere e scherzare.
L’aereo era così carico che i bauli non poterono essere imbarcati;
sarebbero arrivati più tardi, o così speravamo.
Che gioia potersi finalmente sedere in aereo prima del decollo, senza
nulla da fare! Guardandomi intorno, vidi Osho seduto vicino al finestrino
che beveva un succo di frutta; aveva parlato così tanto delle cime
dell’Himalaya che mi emozionai all’idea che presto le avrebbe viste, e
io l’avrei potuto osservare mentre le guardava. Certo, dove stavamo
andando non c’erano i romantici picchi innevati, ma solo i primi altipiani
da cui i monti iniziano a salire, tuttavia…
Hasya e Anando erano rimaste a Delhi per sbrigare alcune faccende.
Osho sospettava che il governo indiano avrebbe reso difficile la vita ai
suoi discepoli occidentali; inoltre si dovevano prendere dei contatti per
organizzare l’acquisto di una proprietà.
Dopo un breve volo di due ore, ci trovammo a percorrere una strada
tortuosa tra le colline. La gente che vedevamo passando era molto
povera, ma aveva una dignità che i poveri di Bombay non hanno.Avevano
visi stupendi, probabilmente risultato di incroci con altre razze,
forse i tibetani! La proprietà, chiamata ‘Span’, distava circa quindici
chilometri, e la maggior parte del percorso si snodava parallelo a un
fiume; alla fine superammo un ponte traballante proseguendo per una
strada fiancheggiata da muri di pietre molto primitivi. Il paesaggio era
diventato invernale.
All’improvviso girammo a destra ed entrammo in un mondo completamente
diverso. Era un centro di villeggiatura caratteristico, con una decina
di bungalow in pietra, sparsi intorno a un edificio più grande, sempre
in pietra, con due grandi finestre che davano sul fiume. Osho avrebbe vissuto
in uno dei bungalow vicino al fiume, mentre la costruzione più grande
sarebbe diventata il luogo in cui avremmo mangiato, guardato film e
urlato al telefono nei nostri disperati tentativi di parlare con Hasya.
Tuttavia, c’era qualcosa in quel posto che non mi convinceva. Il manager
non ci trattava come i nuovi proprietari, e io mi chiedevo se fosse
a conoscenza del fatto che lo eravamo.
La mattina dopo Osho uscì per vedere la proprietà e disse a Rafia che
avremmo acquistato la montagna dall’altra parte del fiume e avremmo
costruito un ponte di collegamento. Camminava con la mano sul fianco
e parlava a Rafia della sua visione di quel posto e delle sue possibilità.
Questa scena così toccante, si sarebbe ripetuta dovunque arrivavamo,
in quello che sarebbe diventato un giro del mondo, in effetti ‘senza
fissa dimora’: immediatamente, ovunque fossimo, Osho aveva una
visione dell’insieme e indicava dove costruire case, laghetti e giardini.
Ovunque Osho si trovasse, quello era ‘Il Posto’.
I giornalisti indiani venivano a intervistarlo, anche due volte al giorno,
e sedevano nel suo soggiorno o sotto il portico che dava sul fiume.
Il letto del fiume era molto roccioso e la forte corrente faceva un rumo
re incredibile al suo passaggio; era solo un torrente e non riuscivo proprio
a capire come si sarebbe potuto anche solo immaginare un’isola in
mezzo! Ogni giorno Osho faceva una passeggiata lungo il fiume, oltre
i bungalow, e poi si sedeva su una panca a guardare le montagne dell’Himalaya,
sempre più ricoperte di neve. Molti vecchi amici e sannyasin
vennero a trovarlo, e lui li incontrava durante la passeggiata e chiacchierava
con loro. A volte lo accompagnavo e mi sedevo con lui sulla
panca, mentre il fiume scorreva rumoroso e il pallido sole d’inverno
dorava le cime delle montagne.
Ogni tanto arrivavano notizie da Rajneeshpuram.Venimmo a sapere che
il governo americano aveva bloccato i beni della Comune, dichiarandone
la bancarotta. Centinaia di sannyasin erano dovuti andarsene senza
un soldo in tasca. Mi sembrava di essere in tempo di guerra, quando
famiglie e amici vengono separati e dispersi. Fino a quelmomento avevo
pensato che la Comune sarebbe esistita per sempre, e ora mi venivano
in mente tutte le volte in cui ero stata infelice perché il mio uomo aveva
deciso di stare con un’altra. Se fossi stata consapevole della caducità
delle cose, avrei potuto godermi anche quei momenti. Riflettei anche
che un giorno sarebbe sopraggiunta la morte, proprio come era arrivato
il governo americano, e giurai a me stessa che non mi sarei più guardata
indietro con rammarico.
Non c’è tempo per essere infelici.
Alla domanda di un giornalista: “Ti senti responsabile, in qualchemodo,
nei riguardi dei sannyasin che hanno investito denaro, a volte tutta la
loro eredità, e tanto lavoro nel progetto della Comune…?”, Osho rispose:
“La responsabilità, secondo me, è qualcosa di individuale. Io posso
essere responsabile soltanto delle mie azioni, dei miei pensieri. Non
posso essere responsabile delle tue azioni e dei tuoi pensieri.
Ci sono persone che hanno dato tutta la loro eredità. Anch’io ho dato
tutta la mia vita. Chi è responsabile? Loro non sono responsabili del
fatto che io ho dato tutta la mia vita per loro, e i loro soldi non sono più
importanti della mia vita. Con la mia vita posso trovare migliaia di persone
come loro. Con i loro soldi non possono trovare un altro come me.
Ma io non penso che loro ne siano responsabili. L’ho fatto perché questa
è la mia gioia, ho amato ogni momento e continuerò a dare la mia
vita alla mia gente, fino all’ultimo respiro, senza far sentire nessuno in
colpa perché era una loro responsabilità.”
Durante la prima settimana di dicembre, arrivò Sarjano a intervistare
Osho per una rivista. Sarjano è uno dei discepoli italiani di Osho più
selvaggi che, in maniera del tutto inusuale, è sempre riuscito a mantenere
i contatti col mondo della stampa, grazie al suo talento di scrittore
e di fotografo, anche se ha passato molti anni seduto ai piedi di Osho.
Forte di quella intervista, era riuscito a convincere Enzo Biagi a venire
lì per fare un documentario su Osho per la RAI.
Purtroppo l’ambasciata indiana negò alla troupe di Biagi il visto d’entrata,
e per me questo fu il primo segnale che l’India, come ogni altro
paese, non era in grado di riconoscere un Buddha. Il procuratore di stato
americano, Charles Turner, era stato chiaro sulle intenzioni del suo
governo: Osho doveva rimanere isolato in India, tagliato fuori dai suoi
discepoli occidentali, e gli si doveva impedire di parlare in pubblico,
specialmente con la stampa internazionale. Chiaramente volevano porre
fine al suo lavoro e al suo messaggio al mondo, e anche l’India non era
immune alla pressione politica dell’onnipotente America.
Nel frattempo, noi vivevamo alla giornata e io mi occupavo a tempo
pieno della lavanderia, che era molto diversa da quella di Rajneeshpuram!
Lavavo i vestiti in un secchio, in un bagno stile indiano, dove c’era
solo un rubinetto da cui usciva acqua di un bel colore rosso ruggine. Li
appendevo poi ad asciugare nella stanza accanto, con sotto secchi e pentole
per raccogliere l’acqua senza bagnare il pavimento, e stiravo sul
letto. Le stupende tuniche di Osho ben presto iniziarono a perdere la
loro forma, presero l’odore di muffa tipico di Kulu, e quelle bianche
stavano diventando marroni. Ma ero ancora fortunata, perché due settimane
dopo, con l’arrivo della neve, non ci sarebbe stata più né l’acqua,
né l’elettricità, ma solo neve da sciogliere.
Osho parlava anche due volte al giorno con i giornalisti e noi ci sedevamo
ad ascoltare il fluire della sua voce, accompagnata in sottofondo
dal rumore del fiume, mentre la pallida luce del sole si rifletteva sui
nostri volti, che ora vedevo più maturi di un tempo. Gli ho sentito dire:
“Le difficoltà vi rafforzeranno.”
La sua pazienza con chi lo intervistava era immensa. Molti giornalisti
indiani lo interrompevano mentre parlava per dichiararsi d’accordo o
meno. Non mi era mai capitato di assistere a una cosa del genere e a
volte queste interruzioni erano particolarmente divertenti.
Da Rajneeshpuram arrivarono Neelam e sua figlia Priya, due donne
stupende che sembrano sorelle, e che erano con Osho da più di quindici
anni, da quando Priya era appena nata. Sono due dei molti discepoli
indiani di Osho che testimoniano un perfetto incrocio fra Oriente
e Occidente. Neelam servì il pranzo a Osho e lo accompagnò nella
sua passeggiata, il giorno in cui tutti noi andammo da Mister Negi, il
commissario di polizia di Kulu, per ottenere l’estensione del nostro
visto di soggiorno. L’incontro fu molto piacevole, e lui sembrava contento
di offrirci innumerevoli tazze di chai, il tipico tè indiano, e
soprattutto di avere un così bel gruppo di persone a cui raccontare le
sue storie di turisti divorati dagli orsi. Ci assicurò che non ci sarebbe
stato nessun problema per il visto, così, dopo una stretta di mano, tornammo
a Span tutti felici.
Il giorno dopo, il 10 dicembre, ero in camera mia quando Devaraj venne
a dirmi che non ci avevano concesso l’estensione del visto. Mi misi a
sedere sul letto.Avevo la nausea. Com’era possibile? Il fatto che un ufficio
di immigrazione indiano fosse così efficiente, era di per sé preoccupante.
Pensai che per loro dovevamo rappresentare un caso molto
serio – non mi era mai successo di vedere le autorità indiane fare qualcosa
con tanta velocità. In quel momento era molto difficile anche fare
una telefonata, perché l’inverno imperversava. Le condizioni del tempo
stavano peggiorando e i voli per Delhi venivano regolarmente annullati.
Telefonare ad Hasya a Delhi era stato così difficile che, in un’occasione,
lei aveva preferito prendere un aereo e venire di persona, piuttosto
che aspettare ore per avere la linea.
Quello stesso giorno la polizia arrivò a Span, ritirò i passaporti di tutti
gli stranieri presenti e appose un timbro: “Ordine di lasciare l’India
immediatamente!”.
Poco prima Vivek, Devaraj, Rafia, Ashu, Mukta e Haridas erano partiti
per Delhi con l’intento di estendere lì il loro visto, così avevano evitato
di incontrare la polizia.
Il giorno prima di partire per Delhi, sentii Vivek parlare con Neelam,
riferendole la decisione di Osho di seguirci, qualora fossimo stati espulsi,
ed esortandola a dissuaderlo. Vivek disse a Neelam: “Per favore, non
permettergli di seguirci, perché in India perlomeno lui è al sicuro.”
Hasya e Anando avevano tentato tenacemente di fissare appuntamenti
con le autorità di Delhi. All’epoca Arun Nehru in quanto ministro degli
interni era il personaggio chiave per i permessi di cui avevamo bisogno,
ma sembrava irraggiungibile: continuava a disdire tutti gli appuntamenti.
Alla fine, incontrarono un alto funzionario del ministero, che disse
loro in tono ‘confidenziale’ che la fonte del problema era da ricercarsi
all’interno del nostro gruppo.
Sembrava che Laxmi avesse scritto al ministero degli interni dandogli
i nominativi di tutti i discepoli occidentali presenti e secondo quanto ci
fu riferito, aveva anche aggiunto: “Osho non ha bisogno di avere accanto
a sé degli stranieri che si prendano cura di lui.” La realtà era ben
diversa: Osho considera il suo lavoro più importante della sua stessa
vita e, per farlo, aveva bisogno dei suoi discepoli occidentali.
Lui stesso avrebbe spiegato: “I miei discepoli indiani meditano, ma non
farebbero niente per me. Invece i miei discepoli occidentali farebbero
qualsiasi cosa per me, ma non meditano.” All’epoca non capivo cosa
volesse dire, ma ben presto l’avrei compreso.
Quel pomeriggio, pochi minuti prima che Osho uscisse per la sua passeggiata
lungo il fiume, sentii degli schiamazzi al cancello della nostra
residenza. Andai a vedere e scoprii che i guardiani a stento riuscivano
a controllare un intero autobus di Sikh ubriachi e molto aggressivi, che
vociavano chiedendo a tutti i costi di vedere Osho.
Corsi immediatamente attraverso il prato a zigzag tra i bungalow e arrivai
al portico dove trovai Osho, già pronto per la passeggiata. Era visibile
dalla strada e gli chiesi per favore di rientrare in casa, perché al
cancello c’era un gruppo di Sikh ubriachi e molto aggressivi. Rientrammo
e io chiusi tutte le tende del salotto. Incominciò a piovere e la
stanza si faceva sempre più buia, d’un tratto guardai Osho che disse:
“Sikh! Ma io non ho mai detto niente contro i Sikh. Che idiozia! Cosa
vuole questa gente?” Poi si mise a sedere sull’orlo del divano con le
spalle un po’ curve e la testa abbassata e commentò: “Questo mondo è
folle, che senso ha vivere?”.
Non ho mai visto Osho in uno stato che non sia di beatitudine. Durante
la prigionia e la distruzione della Comune in America, era rimasto
sempre completamente distaccato. Non posso dire che in quel momento
fosse triste o in collera, era solo stanco. Era seduto lì e guardava nel
vuoto, mentre io stavo ad alcuni metri da lui, incapace di muovermi.
Qualsiasi cosa avessi detto, sarebbe stata superficiale, qualsiasi gesto
sarebbe stato inutile. Pensai solo che era libero di sentirsi così e che non
dovevo fare niente per interferire.
Rimanemmo immobili nelle nostre posizioni mentre lo scrosciare della
pioggia riempiva la stanza e mi sembrò di essere sull’orlo di un precipizio,
con lo sguardo fisso su un abisso nero.
Quanto durò? Non lo saprò mai, ma ad un tratto, con la coda dell’occhio,
vidi un raggio di sole filtrare attraverso la tenda. Attraversai la
stanza e aprii la tenda – aveva smesso di piovere. Uscii e vidi che era
tutto tranquillo. I Sikh se ne erano andati.
“Osho, vuoi andare a fare una passeggiata?” gli chiesi.
Mentre camminavamo lungo il fiume, sentii una gioia incontenibile, e
danzai intorno a lui come un cucciolo. Lui sorrideva. Sul sentiero incontrammo
alcuni sannyasin che lo aspettavano, per salutarlo. Tra loro, due
vecchi amici, Kusom e Kapil, che erano stati fra i primi a diventare sannyasin,
e con loro c’era il figlio che Osho non vedeva più dalla nascita.
Toccò quel ragazzo con grande amore e chiacchierò a lungo con loro,
in hindi. Mi sembrava di camminare sulle nuvole. Era il primo giorno
della mia vita: tutto era nuovo e limpido.
Da allora, ogni volta che mi sento senza speranza e a un passo dall’abisso,
mi fermo e aspetto. Aspetto e basta.
La sera, leggevo dei libri a Osho. Gli ho letto la Bibbia, o meglio The
X-Rated Bible di Ben Edward Akerley. Era un libro appena uscito, trecento
pagine prese direttamente dalla Bibbia senza modificare neanche
una parola: si trattava di pura pornografia; la cosa che mi divertiva di
più era pensare che forse neppure il Papa legge la Bibbia, altrimenti ne
rimarrebbe inorridito.
Quando partimmo da Rajneeshpuram, tutti i componenti del nostro
gruppo avevano lasciato alla Comune i loro gioielli perché fossero venduti.
Osho in passato mi aveva regalato una collana, un anello e un orologio,
ma un giorno, a Kulu, vedendo che non avevo niente al polso, mi
chiese dov’era il mio orologio… glielo spiegai.
Alcuni giorni prima, Kusom e Kapil gli avevano regalato un braccialetto
d’oro, per cui mi disse di andare a prenderlo sul tavolo della sua
camera da letto, era mio. Ero commossa, perché anche lui non aveva
niente e questo era il primo regalo che aveva ricevuto da quando aveva
lasciato l’America. Mi disse: “Per favore non farlo vedere a Kusom,
potrebbe rimanercimale.” E gli occhimi si riempirono di lacrime quando
aggiunse: “Un giorno, quando ci stabiliremo da qualche parte, potrò
fare un regalo a tutti.”
Una mattina vidi arrivare la polizia, e mentre loro entravano in casa
del manager, io corsi da Osho e con un gesto teatrale annunciai il
loro arrivo.
“Cosa sono venuti a fare?” mi chiese.
“Oh, niente, sono solo altri attori di questo dramma,” gli risposi facendo
un altro gesto teatrale col braccio.
Mi guardò come per dire che non aveva assolutamente bisogno di una
risposta esoterica. Voleva sapere cosa stava realmente accadendo, così
sentendomi un po’ scema corsi da Neelam che mi diede la brutta notizia:
dovevamo andarcene, subito.
La polizia se ne andò e Asheesh, Nirupa e io preparammo le valigie.
Avremmo fatto in tempo a prendere il primo aereo per Delhi. Andai
a salutare Mataji, la madre di Osho, Taru e tutta la famiglia. Piansi
così tanto che ebbi la sensazione di aver esagerato. Mi sembrava un
addio per sempre.
Prima di avvicinarmi a Osho, lo guardai per alcuni minuti. Era seduto
sotto il portico, con alle spalle l’Himalaya, i cui picchi erano ricoperti
di neve. Indossava una tunica tra le mie preferite, di un intenso colore
blu che ero riuscita a lavare particolarmente bene.Aveva gli occhi chiusi
e sembrava lontano, lontanissimo.
Avevo già visto questa scena, era un deja-vu: il discepolo che lascia il
Maestro sullemontagne. La scenami era così familiare,mentremi inchinavo
a toccargli i piedi con la fronte. Lui si chinò fino a sfiorarmi il
capo e io lo ringraziai per tutto quello che mi aveva dato, con le lacrime
che mi scendevano giù per il viso.
Gli dissi addio e trascinai il mio corpo semi paralizzato fino alla macchina
e partimmo. Mentre uscivamo dal cancello, girai la testa e diedi
un ultimo sguardo.
Due ore dopo eravamo all’aeroporto di Kulu e dopo altri abbracci di
addio, e altre lacrime, ci avviammo verso l’aereo con le valigie. Ma il
pilota del volo Delhi-Kulu, ci diede una lettera che Vivek gli aveva
consegnato a Delhi, in cui spiegava che l’estensione del visto era stata
rifiutata anche a loro ma, essendo venerdì, era meglio rimanere con
Osho fino a lunedì. In effetti martedì era il giorno in cui dovevamo
ufficialmente uscire dal paese.
Tornammo indietro, e mi ritrovai di nuovo nel soggiorno di Osho, la
tragedia di due ore prima mi sembrava ad anni luce di distanza. Osho
si svegliò dal suo riposino pomeridiano, entrò in soggiorno e ridacchiando
disse: “Ciao Chetana.”
La polizia tornò, era furiosa. Ci avevano visto all’aeroporto e volevano
sapere perché non eravamo saliti sull’aereo. Stavamo forse cercando
di prenderci gioco di loro?
Neelam, con il suo fascino, spiegò la situazione: era il fine settimana, l’aereo
ormai era partito, le strade erano ghiacciate e quindi, per il momento,
era impossibile lasciare l’India. Se ne andarono ancora arrabbiati e dissero
che sarebbero tornati dopo alcune ore, ma non si fecero più vivi.
Osho disse che potevamo andare in Nepal, dove gli indiani non hanno
bisogno di visto, e quindi sarebbe stato più facile. Il suo lavoro non
poteva svilupparsi in quel remoto angolo del mondo, insieme a pochi
devoti che lo amavano e si prendevano cura di lui; non era quello che
voleva, vivere per sempre felice e contento con pochi discepoli. Il
suo messaggio doveva raggiungere centinaia di migliaia di persone
in tutto il mondo.
A Creta, alcuni mesi dopo disse: “In India ho detto ai miei sannyasin di
non venire a KuluManali, perché avevamo intenzione di comprare della
terra e delle case in questa zona; se migliaia di sannyasin fossero arrivati,
immediatamente i conservatori e i bigotti avrebbero incominciato
ad agitarsi. E i politici aspettano sempre un’occasione…
In quei pochi giorni in cui sono stato senza i miei sannyasin, senza
parlare con loro, senza guardarli negli occhi, senza guardare i loro
volti, senza sentire le loro risate, ho sentito che mi mancava qualcosa
di molto importante.”
Sono sicura che Asheesh non dimenticherà mai i giorni che seguirono.
Un messaggio doveva pervenire ad Hasya, Anando e Jayesh, a
Delhi, visto che dovevano organizzare il viaggio di Osho in Nepal. Le
linee telefoniche erano saltate e non c’era nessun aereo per Delhi in
quel fine settimana; questo perAsheesh significava dover fare un viaggio
in taxi di dodici ore per portare quel messaggio, ricevere una risposta
e tornare indietro immediatamente. Le strade erano pericolose,
quasi completamente ghiacciate e nevicava così forte, che la maggior
parte di esse era chiusa al traffico. La distanza fra Kulu a Delhi è di
circa settecento chilometri.
La notte stessa Asheesh partì con un taxi, con il messaggio di “contattare
uno dei ministri in Nepal”, che era sannyasin. Correva anche voce
che anche il re del Nepal leggesse i libri di Osho. All’epoca non conoscevamo
bene la situazione politica del Nepal e non sapevamo che il
re aveva un fratello avido di potere, che controllava l’esercito, la polizia
e le industrie.
Asheesh arrivò a Delhi alle sei di mattina, fece colazione e in serata era
di nuovo a Kulu.
Ah! Ah! Un altro messaggio. Bisognava trovare una casa in Nepal: un
palazzo sul lago.
Asheesh mangiò velocemente un boccone e ci raccontò che la nebbia
in certi punti era così fitta, che aveva dovuto scendere dalla macchina
e fare strada, per evitare che l’autista finisse in un fosso. Poi prese
un altro taxi per tornare a Delhi e rientrò il giorno dopo con la risposta;
questa volta balbettava un po’ e aveva la vista offuscata. In questo
secondo viaggio la macchina si era persa nella nebbia e quando
era uscito dal taxi per esplorare i dintorni, si era ritrovato nel letto di
un fiume in secca. All’improvviso, mentre la luna faceva capolino fra
le nuvole, aveva visto delle strane sagome stagliarsi sul fondo del cielo
notturno: erano tre cammelli.
Non essendo riuscito a riposarsi durante il viaggio, non dormiva da
due giorni e due notti. Ma arrivò un altro messaggio, molto importante!
Asheesh ormai delirava: uscì barcollante, nella notte gelida, con il
suo messaggio, ma riuscì a tornare in tempo per prendere l’aereo per
Delhi con me e Nirupa!
Quando deve affrontare situazioni particolarmente impegnative, Asheesh
fiorisce.APune, una volta aveva lavorato giorno e notte, senza interruzione,
per costruire una poltrona per Osho, il quale poi disse cheAsheesh
aveva avuto un’esperienza psichedelica nel portarla a termine.
Ancora una volta noi tre toccammo i piedi del Maestro, lo salutammo
e lasciammo Span.
La polizia ci scortò fino all’aereo e, arrivati a Delhi, ci incontrammo
con il resto del gruppo in un piccolo hotel.Vivek, Rafia eDevaraj sarebbero
partiti subito per il Nepal alla ricerca del palazzo. Noi saremmo
partiti il giorno dopo e saremmo stati ospiti nella Comune di Pokhara,
a circa centottanta chilometri da Kathmandu.
Alcuni giorni dopo, anche Hasya, che alcune settimane prima aveva
avuto l’estensione del visto senza problemi, ricevette la visita della
polizia, che l’andò a prendere in albergo e la scortò all’aeroporto sotto
la minaccia delle armi.
The Telegraph, un giornale di Calcutta, il 26 dicembre 1985 riportava:
“Il governo indiano ha proibito l’entrata nel paese a tutti i
discepoli occidentali di Bhagwan Shree Rajneesh.” E continuava
dicendo che la decisione era stata presa dal ministro degli interni,
Arun Nerhu.
Inoltre, le ambasciate e i consolati indiani, in tutto il mondo, avevano
ricevuto l’ordine di negare il visto a qualunque straniero “se fosse
stato identificato come un seguace di Bhagwan Shree Rajneesh. Quelle
persone non dovevano ottenere alcun tipo di visto, neanche come
turisti.” Per giustificare l’azione del governo, si insinuava che Bhagwan
fosse un agente della CIA!
Un Asheesh molto stanco, Nirupa, Haridas, Ashu, Mukta e io ci ritrovammo
all’aeroporto di Delhi pronti a prendere l’aereo per il Nepal,
quando un ufficiale dell’immigrazione vide che mi mancava uno dei
tanti moduli che ci avevano dato da riempire. Disse che non potevo
lasciare il paese! Gli mostrai la pagina del passaporto col timbro “Ordine
di lasciare l’India immediatamente” e gli chiesi di cosa diavolo stesse
parlando, protestando che, se non smetteva di perdersi in inezie, avrei
perso l’aereo.Allora lui richiamò tutto il nostro gruppo, trascrisse i nomi
e lasciò imbarcare gli altri, eccetto me. Nel frattempo aveva chiamato
altri tre addetti all’immigrazione… la testa mi girava, pensando all’assurdità
di quella situazione.
Avevo in mano una rosa, che intendevo trapiantare in Nepal come offerta
simbolica, la diedi al poliziotto; lui la prese con grande imbarazzo,
la appoggiò frettolosamente sul tavolo e mi disse di andare.


Written by

Prem Shunyo