20 March 2019

Capitolo Diciannovesimo

Written by Prem Shunyo, Posted in I miei giorni di luce con Osho

L'ultimo tocco

Capitolo Diciannovesimo

 

Nel libro The sound of running water è riportata un’affermazione

fatta da Osho nel 1978, in risposta alla domanda: “Perché hai scelto

il nome Bhagwan?”.

Lui risponde: “Quando vedrò che la mia gente ha raggiunto un certo

livello di consapevolezza, lascerò il nome Bhagwan.”

Questo accadde il 7 gennaio 1989 quando divenne semplicemente

Shree Rajneesh.

Nel settembre dello stesso anno abbandonò anche il nome Rajneesh.

Adesso non aveva più un nome. Noi gli chiedemmo se potevamo chiamarlo

Osho. Osho non è un nome, è l’appellativo con cui in Giappone

di solito ci si rivolge ai Maestri Zen.

Due mesi prima, Osho aveva dato istruzioni ad Anando per trasformare

l’auditorio Chuang Tzu in una camera da letto, dove si sarebbe trasferito.

Rapidamente furono reperiti i materiali, predisposti i lavori, e il

progetto prese forma. Osho aveva specificato nei dettagli come vedeva

quella stanza: sembrava che, per la prima volta, avrebbe avuto una camera

da letto proprio come voleva lui.

Visitò più volte ‘il cantiere’ insieme ad Anando e passò in rassegna i

più piccoli dettagli. Mai, fino ad allora, aveva detto come voleva fosse

la sua stanza; e noi eravamo felici, sapendo che finalmente ne avrebbe

avuta una tutta sua; inoltre la camera dove passava la maggior parte del

tempo era umida e buia come una caverna.

Mentre venivano ultimati i lavori, guardando l’insieme, con le pareti

di marmo bianco italiano e i pannelli di vetro blu scuro che riflettevano

un enorme lampadario di cristallo del diametro di sette metri, a

molti fu chiaro che questa non era una semplice camera, ma un mausoleo,

un ‘samadhi’.

Sebbene lo sapessimo, facevamo finta di niente. Non potevamo permetterci

di ammettere l’ovvio: Osho si stava costruendo il proprio samadhi.

Quando tornò a parlarci, nel gennaio 1989, i suoi discorsi a volte duravano

quattro ore. Non era mai successo prima e solo ora comprendo ciò

che diceva a proposito della fiamma della candela: “Quando la candela

arriva alla fine e le rimangono solo alcuni istanti prima di sparire;

proprio all’ultimo momento, la fiamma improvvisamente diventa più

forte e risplende con tutta la sua forza.”

A febbraio si ammalò di nuovo e tornò a parlarci in marzo. Fu allora

che rispose alla mia ultima domanda e, sebbene non fosse sulla reincarnazione,

Osho rispose: “…L’idea della reincarnazione, fiorita in tutte le

religioni orientali, dice che il sé continua a spostarsi da un corpo all’altro,

da una vita all’altra. Questa idea non esiste nelle religioni derivate

dal giudaismo, il cristianesimo e l’islamismo. Ma oggi perfino gli psichiatri

stanno scoprendo che è possibile ricordare le vite precedenti.

L’idea della reincarnazione sta diventando popolare.

Voglio però dirvi una cosa: l’idea della reincarnazione è un concetto

totalmente sbagliato. È vero che quando una persona muore il suo essere

diventa parte del Tutto. Che fosse un peccatore o un santo non ha

importanza; in ogni caso si porta dietro ancora qualcosa chiamata ‘mente’,

‘memoria’. In passato non esistevano conoscenze sufficienti a spiegare

che la memoria non è altro che un groviglio di pensieri e onde di

pensiero, ma ora è risaputo.

Ed è qui che, in diversi punti, trovo Gautama il Buddha davvero

all’avanguardia rispetto ai suoi tempi. È l’unico che è d’accordo con la

mia spiegazione. Ha dato dei suggerimenti, ma non ha potuto portare

delle prove; a quel tempo non c’erano molti mezzi a disposizione. Ha

detto che quando una persona muore, la sua memoria si sposta in un

altro grembo – non il sé.

Oggi noi possiamo comprendere che, quando muori, lasci dei ricordi

nell’aria, intorno a te. Se sei stato infelice, tutte le tue miserie trovano

posto un po’ qui e un po’ là, entrano in qualche altro sistema di ricordi.

Oppure entrano tutte in una volta in un altro grembo – ed è per questo

che qualcuno può ricordarsi del proprio passato. Non è il tuo passato.

È la mente di qualcun altro che tu hai ereditato.

La maggior parte della gente non ricorda niente perché non ha ereditato,

in un unico blocco, il patrimonio di ricordi di un unico individuo.

Queste persone portano in sé dei piccoli frammenti di questo e di quell’altro,

e sono questi frammenti che creano la tua infelicità.

Tutti coloro che sono morti su questa terra sono morti infelici. Pochissimi

sono morti con gioia. Pochi sono morti realizzando la nonmente.

Questi individui non hanno lasciato alcuna traccia dietro di sé, e non

appesantiscono nessuno con la propria memoria; semplicemente si

sono dissolti nell’universo. Non hanno più una mente o un sistema di

memoria. Li hanno già dissolti nella loro meditazione. Ed è per questo

che un illuminato non nasce più.

Viceversa, la persona non illuminata, ogni volta che muore, continua

a espellere ogni tipo di miseria. E così come la ricchezza attira una

ricchezza maggiore, la sofferenza attira più sofferenza. Se sei infelice,

perfino se è lontana chilometri, la sofferenza correrà verso di te:

sei il veicolo giusto.

Questo è un fenomeno assolutamente invisibile, simile alle onde radio:

viaggiano intorno a te, ma non le vedi; se però hai lo strumento adatto

per riceverle, immediatamente le puoi percepire. Anche prima che la

radio fosse inventata, ti viaggiavano intorno.

Non esiste la reincarnazione, bensì l’infelicità che si reincarna. Le ferite

di milioni di persone si muovono intorno a te, in cerca di qualcuno

che voglia essere infelice. Naturalmente, la felicità non lascia tracce.

L’uomo di consapevolezza muore come un uccello il cui volo nel cielo

non lascia traccia alcuna, né un solco: il cielo rimane vuoto. La beatitudine

si muove senza lasciare nessuna traccia, ecco perché non erediti

niente dai Buddha; semplicemente spariscono. Viceversa gli idioti e

i ritardati continuano a reincarnarsi nelle proprie memorie che ogni

volta diventano ancora più spesse.

Sii estremamente consapevole dei tuoi desideri e di ciò che vuoi, perché

senza che tu lo sappia, stanno già creando i semi della tua nuova

forma.” (da Il Manifesto dello Zen)

Il Manifesto Zen raccoglie l’ultima serie di discorsi di Osho.

Il 10 aprile 1989, quando il discorso stava per finire, Osho pronunciò

le sue ultime parole in pubblico:

“L’ultima parola di Buddha fu sammasati.

Ricordati che sei un Buddha – Sammasati.”

Non appena pronunciate queste parole, il suo aspetto mutò, come se una

parte di lui fosse volata via. Sembrava non avesse più contatto con il

corpo, che dovesse fare uno sforzo incredibile per alzarsi e camminasse

con difficoltà. Quando arrivò vicino allamacchina, lo guardai in viso:

aveva una strana espressione, come se non sapesse dove si trovava.Questa

era una mia interpretazione, causata dalla mia mancanza di comprensione.

Non ho mai capito cosa accadde a Osho quella sera. In macchina,

mentre tornava a casa, mi disse che gli era capitato qualcosa di

strano. Gli confessai che anch’io avevo notato qualcosa. Più tardi me

lo ripeté e appariva disorientato tanto quanto me, senza tuttavia spiegare

l’accaduto. Alcuni giorni dopo, ci disse che non pensava di riuscire

a parlare ancora pubblicamente.

Per alcuni mesi Osho fu troppo debole per venire in Buddha Hall; rimase

a riposare nella sua camera. Iniziavamo a essere sempre meno dipendenti

da lui, per ciò che riguardava lameditazione.Mentre qualche anno

prima saremmo rimasti turbati e preoccupati, ora incominciavamo ad

accettare la vita senza vedere Osho tutti i giorni.

Nell’Ashram, per la prima volta, esplose la creatività. Presero vita le

attività artistiche più diverse: danza, mimo, teatro, musica per le strade

emoltissima gente, che non l’avevamai fatto prima, incominciò a dipingere.

Nelle precedenti Comuni non avevamo mai avuto lo spazio per

esplorare la nostra creatività; adesso, invece…

Al nostro ritorno a Pune, i giardini erano completamente distrutti, ma

ora…quando passeggio per l’Ashram mi fermo e i miei sensi si dissolvono…

è come camminare su un altro pianeta: il suono delle cascate,

la freschezza di centinaia di alberi in fiore e un senso di pace, di rilassamento.

Questa sensazione di silenzio non è il silenzio dei cimiteri, ma

l’eco di un luogo in cui centinaia di persone ridono, giocano, si divertono.

Un tempo camminavo nell’Ashram pensando: “Perché tutta questa

gente mi sorride?” Poi mi sono resa conto che non stavano sorridendo

a me, semplicemente sorridevano!

Quando Osho divenne troppo debole per lavorare con Neelam sulle questioni

dell’Ashram, parlava solo con Anando, che lui chiamava “il mio

giornale quotidiano” e con Jayesh, durante il pranzo o la cena. Chiedeva

tutti i giorni se l’Ashram funzionava bene anche senza di lui, ed era proprio

così. Per la prima volta, sembrava avessimo capito. Non c’erano più

giochi di potere o gerarchie e la gente lavorava perché si divertiva e non

per una ricompensa. Osho voleva sempre sapere se ci prendevamo cura

dei nuovi arrivati, se si sentivano a proprio agio con i vecchi sannyasin.

Un giorno chiese che tutte le costruzioni dell’Ashram fossero dipinte di

nero e tutti i vetri delle finestre ricoperti da una pellicola blu. Poi chiese

di costruire delle piramidi di granito nero su una nuova proprietà,

acquistata di recente. Infine, fece porre delle colonnine che emettevano

una luce verde fosforescente lungo i sentieri di marmo bianco e nei

giardini dell’Ashram per illuminarli, la sera.

Notava sempre se qualche lampadina non funzionava e desiderava che

anche i cigni avessero la luce nel loro stagno, “così non si sentono esclusi.”

Non trascurava il più piccolo dettaglio: voleva che avessimo un

Ashram quanto più bello possibile.

La sua attenzione era incredibile: quando vedeva che la stessa persona

restava troppo spesso fuori dalla Buddha Hall a fare la guardia, suggeriva

subito di cambiare i turni, per consentire a tutti di essere presenti

alle meditazioni serali.

Osho mi regalò tutti i colori e i pennelli che aveva ricevuto in dono e,

anche se non sapevo usarli, mi incoraggiò molto a dipingere, dicendomi

di imparare con Meera (un’artista giapponese che tiene stage di pittura),

e quando attraversava la mia stanza per andare in sala da pranzo, guardava

sempre sul mio tavolo e mi chiedeva: “Niente…?” Se vedeva uno

schizzo, lo prendeva inmano e lo guardava con grande attenzione, a volte

lo portava vicino alla luce per vederlo meglio. Mi era difficile accettare

il suo apprezzamento, perché pensavo di non saper dipingere.

In agosto, sul finire del monsone, nell’Ashram iniziò un periodo di

grande celebrazione, con Osho che veniva a sedersi con noi in silenzio

in Buddha Hall. Sembrava stessimo entrando in una nuova fase

con lui, e la gioia di vederlo ancora non venne diminuita dal messaggio

che mandò a tutti tramite Anando. Il suo messaggio era: “Pochi

hanno capito le mie parole.”

Quando entrava in Buddha Hall, invitava tutti a danzare muovendo le

braccia e l’auditorio esplodeva al suono della musica e delle grida di

gioia. Poi, per dieci minuti sedevamo con lui e in quei dieci minuti raggiungevo

gli stessi picchi di meditazione, che prima mi richiedevano

un’ora. Mentre tornavamo a casa in macchina, Osho si rivolgeva a me,

chiedendo: “È andata bene…?” Bene? Era sensazionale! Fantastico!

Ogni sera mi faceva questa domanda con tale innocenza, come se non

fosse stato lui a creare quell’esplosione. Al tempo stesso, si preoccupava

che nessuno sentisse la mancanza dei suoi discorsi; e io gli dissi che

eravamo tutti così felici di rivederlo, che nessuno desiderava altro.

Alla fine di agosto, quella che sembrava essere un’otite si trasformò in

una dolorosa estrazione dei denti del giudizio, cui si aggiunsero altre

complicazioni che allungarono il processo di guarigione. Durante le

sedute dentistiche, Osho ripeteva sempre di essere fragile: “le mie radici

nella terra sono quasi recise.”

In una seduta del 20 agosto, disse: “È molto strano, mi è apparso il simbolo

dell’Om. Il simbolo dell’Om appare solo in tempo di morte.” Al

termine, disegnò il simbolo sul taccuino di Anando per farcelo vedere.

29 Agosto: “Vedo il simbolo dell’Om costantemente davanti ai miei

occhi, è di colore blu.”

Mi ricordo benissimo questa seduta; all’epoca mi sembrava incredibile,

troppo forte. Come potevo accettare che Osho parlasse della sua morte

imminente? “No,” pensavo, “è solo un trucco per farci illuminare.”

Di nuovo tornò a sedersi con noi in Buddha Hall: la musica era intervallata

da momenti di silenzio e lui era felice di questi “incontri”, come

li chiamava.Molte volte disse che finalmente aveva trovato la sua gente

e che tutti coloro che erano qui, ora, erano persone stupende.

“Questi incontri sono bellissimi, la gente sta rispondendo benissimo.

Nessuno hamai provato a lavorare con così tante persone, a questo livello,

e la musica incomincia a piacermi molto, è proprio come la voglio.

Mi servono solo alcuni giorni, neanche settimane e voi tutti dovete aiutarmi

a rimanere nel corpo.” Disse durante una seduta dentistica.

Di nuovo, il dolore ai denti lo perseguitava, al punto che Devageet chiese

a un chirurgo dentista di Pune, il dottor Mody, se poteva aiutarlo.

Sebbene Osho avesse sempre insistito che solo la sua gente si occupasse

dei suoi problemi medici, sostenendo che il loro amore aveva di per

sé un potere terapeutico, acconsentì a farsi visitare dal dottor Mody. Fu

un incontro toccante; Osho esordì, ridacchiando: “Tu pensi di essere

venuto a lavorare su di me, ma io sto lavorando su di te.”

Osho ha veramente usato ogni occasione e opportunità nel tentativo di

svegliare qualsiasi essere umano incontrasse. Le sedute dentistiche

durarono diversi giorni e, sebbene il dolore fosse tremendo, noi restavamo

il suo focus principale.

A me diceva che la mia inconsapevolezza lo tormentava e che il mio

aver bisogno di lui era un grande pericolo. Disse moltissime cose piene

d’amore, ma allora riuscivo a sentire solo ciò che diceva sul mio bisogno.

Disse: “Voi tutti significate moltissimo per me. Non lo capirete

fino a quando non me ne sarò andato.” È vero: allora era oltre la mia

capacità di comprensione.

Diceva: “Chetana, sei una creatura veramente amabile, dovunque tu sia,

sarai con me.” Ma poi mi chiedeva di lasciare lo studio dentistico.

Un giorno mi invitò a uscire, perché “era una questione di vita o di

morte.” Andai a sedermi in camera mia, cercando di capire cosa intendesse:

“vita o morte” per me, o per lui? Forse mi stava dicendo che, se

non fossi riuscita a capire, se non avessi avuto abbastanza consapevolezza

per vedere i miei condizionamenti inconsci, questi avrebbero

costituito una barriera insormontabile, quindi era proprio una questione

di vita o di morte per me! E, in verità, non riuscivo affatto a pensare

che intendesse vita o morte per lui.

Quando finì la seduta, mi comunicarono che Osho aveva continuato a

dire che sentiva ancora le mie richieste. Ero perplessa, pensavo di essere

stata in silenzio.

Al termine di increbili sforzi, con Osho che pungolava Anando dicendole:

“Se la mia camera non sarà pronta al più presto, sarà la mia

tomba”, il 31 di Agosto Chuang Tzu fu ultimata. Tutti eravamo felici

di sapere che sarebbe andato a dormire in quella camera fresca e piena

di marmo e cristalli. Lui si trasferì subito lì, e per la maggior parte del

tempo che vi trascorse, fu molto malato.

Prendersi cura della sua salute creava sempre delle difficoltà, perché

una medicina mirata a curare un sintomo, generava una reazione a catena

di nuovi problemi, uno peggiore dell’altro. Il suo corpo aveva un

equilibrio veramente delicato e la sua dieta e le sue medicine erano studiate

di conseguenza. Qualsiasi complicazione, il più piccolo cambiamento

(e quanto dovesse essere piccolo andava al di là della nostra

immaginazione) creava sempre un’infinità di problemi. Osho sapeva

sempre quale fosse la soluzione migliore per il suo corpo, al punto che

alla fine il medico doveva seguire i suoi consigli!

Per settimane non consumò un vero pasto e per parecchi giorni bevve

solo acqua. Poi, finalmente, riprese a mangiare qualcosa. Avevamo

un nuovo servizio di ciotole smaltate, dono di alcuni sannyasin, dei

pezzi unici, fatti fare appositamente per lui in un piccolo villaggio

giapponese.

Erano nere, decorate con cigni d’argento in volo ed erano accompagnate

da un vassoio dipinto con lo stesso motivo. Gli portai il cibo e, mentre

mangiava, mi sedetti con Avirbhava ai suoi piedi. Questo fu uno dei

miei momenti di diamante. Subito pensai che quel miglioramento significasse

che tutto sarebbe andato bene, che sarebbe rimasto insieme a noi

per sempre. Per me aveva un significato enorme e quel giorno piansi di

gioia. Ma non durò a lungo.

Vennero consultati diversimedici e specialisti occidentali i quali, vedendo

le radiografie della mascella di Osho, concordarono nel diagnosticare

che il grado di deterioramento delle ossa e dei denti di Osho poteva

solo essere stato causato da un’esposizione alle radiazioni. Poteva solo

essere accaduto durante la prigionia negli Stati Uniti.

Ricevetti un messaggio da Osho, in cui mi chiedeva di non occuparmi

più di lui. “Gli piacerebbe che ti limitassi a lavare i suoi vestiti,” disse

Amrito. Rimasi colpita dalmessaggio, perché per la prima voltami diceva

quello che gli sarebbe piaciuto che facessi. Mi aveva sempre chiesto

se mi fosse piaciuto occuparmi di qualcosa, mai che a lui fosse piaciuto

che io facessi una cosa. Quando smisi di partecipare alle sedute

dentistiche, Osho disse ad Anando: “Adesso che Chetana se ne è andata,

hai incominciato tu.” Anche lei, inconsciamente, lo tormentava.

Ora, mentre scrivo, mi sembra inconcepibile non essere riuscita a

capire ciò che Osho cercava di dirmi.Mi ricordo le mie reazioni come

in un sogno, e non riesco a credere che non riuscissi a capire qual era

il punto. Continuava a spingermi a guardare sempre più in profondità

nei miei condizionamenti inconsci, fino a trascenderli. Gli ho sentito

dire che molte volte arriviamo sull’orlo dell’illuminazione, ma

poi ci tiriamo indietro.

Potrei riassumere tutto quel periodo con l’immagine di un cieco che

continua ad andare avanti e indietro di fronte a una porta aperta, a volte

arriva perfino a sfiorarne lo stipite con una manica… eppure…

Non solo non potevo partecipare alle sedute dentistiche, Osho volle

anche che me ne andassi dall’Ashram mentre si svolgevano, e Anando

doveva venire con me. La prima volta che ci chiesero di allontanarci

andammo a casa di un amico che viveva sul fiume. Pensai che mi sarei

goduta quella mattinata stupenda, presi la mia crema solare e mi misi a

prendere il sole sul tetto della casa. Tornando pensai: “Che modo meraviglioso

di passare una mattina, ci andrò tutti i giorni, è fantastico!”.

Mi venne chiesto di lasciare l’Ashram sempre più spesso e non sempre

sapevo dove andare. Un giorno mi sedetti per cinque ore su un muretto

in una stradina fiancheggiata da alberi di fico del Banian. La gioia di

passare una mattinata al sole era scomparsa, lasciando affiorare l’idea

di scappare sull’Himalaya.

Mi sentivo senza speranza, nei miei sforzi di trovare questa voce inconscia

che continuava a chiedere, a chiedere come un mendicante. Non

riuscivo a scendere a una profondità maggiore e non capivo, eppure

sapevo che Osho non ha mai fatto niente senza motivo. Non ha mai

detto una sola parola che non venisse dalla sua comprensione e dal suo

sforzo per svegliarci.

Vivere nella casa di Osho e sapere che in ogni momento potevo disturbarlo

senza esserne consapevole, diventò un forte incentivo a vivere nel

presente. Se potevo essere consapevole e nel momento, sicuramente il

mio inconscio non avrebbe potuto fare troppo rumore.

Quando ero in lavanderia, stavo molto attenta a non sognare a occhi

aperti, perché sapevo che quelli sono i momenti in cui l’inconscio è al

lavoro. Provavo continuamente a osservare i momenti nei quali l’inconscio

operava, senza che io lo sapessi.

Un giorno, dopo pranzo, Amrito mi aspettava al cancello di Lao Tzu;

mi disse cheOsho lo aveva incaricato di avvertireme eAnando di lasciare

immediatamente la casa. Mi pareva di averla presa bene: mi sentivo

grata per essere stata spinta a guardarmi dentro. Di fatto mi sento sempre

bene, quando passo la giornata consapevole di camminare sul sentiero,

alla scoperta del mio essere. Espressi la mia gratitudine e andai a

preparare le valigie. Strano però: avevo la nausea.

Alcuni amici vennero ad aiutarmi a fare i bagagli, e mentre la nausea

peggiorava, io giravo intorno agli scatoloni e al pandemonio della mia

camera affermando che mi sentivo benissimo, se solo non avessi mangiato

quel cibo indiano così pesante. “Naturalmente,” dissi, “non è una

reazione emotiva, è il cibo pesante.”

Tutta la mia roba venne portata via, e mentre uscivo, vidi che qualcuno

era già lì, per prendere il mio posto.

Mentre camminavo dal cancello di Lao Tzu, lungo il vialetto che portava

alla mia nuova stanza, guardai un albero chiamato ‘la fiamma della

foresta’ che copriva gran parte della strada, con il suo enorme mantello;

ogni sera, quando Osho usciva per andare in Buddha Hall, lasciava

cadere sulla strada centinaia di fiori arancioni. Il viale veniva lavato

poco prima delle sette e non rimaneva neppure una foglia secca. Ma

poi, pochi minuti prima che Osho uscisse, l’albero ricopriva la strada

di fiori. Quando Osho passava in macchina attraverso quella pioggia di

fiori sembrava un’offerta agli dei. Ora, passando sotto ‘la fiamma della

foresta’, comunicai a quell’albero così sensibile tutta la mia tristezza…

forse, questo sarebbe stato l’inizio di un totale cambiamento nell’Ashram!

Forse adesso sarebbero stati gli uomini a fare tutto! Forse le

donne avrebbero dovuto addirittura andarsene!

Osho è stato il primo mistico a dare un’opportunità alle donne, ma forse

il condizionamento femminile è troppo profondo. Chissà, quella poteva

essere la fine per le donne. Andai nella mia nuova stanza, e vomitai.

Poco dopo, erano appena arrivati i miei bagagli,Amrito telefonò comunicandomi

che, appena Osho aveva saputo che io eAnando avevamo traslocato

da Lao Tzu aveva detto: “Dì loro che possono tornare qui di nuovo.”

Mi sedetti sui gradini dell’ingresso e piansi.

Quello stesso giorno, Osho traslocò dalla sua nuova camera. Era rimasto

lì appena due settimane e aveva detto: “magica,” “unica,”, “questa

sì che è la California.”

Chiese adAmrito se la sua vecchia stanza fosse ancora disponibile (Osho

aveva chiesto di trasformarla in una stanza per gli ospiti) e a un suo

cenno affermativo, Osho scese dal letto e uscì dalla California per tornare

direttamente nella sua vecchia stanza. Non disse mai il perché e

nessuno glielo chiese.

Nonostante gli fossero stati tolti dieci denti, dopo appena una settimana

di riposo, Osho comunicò che sarebbe tornato a sedersi con noi la

sera, in silenzio. Aggiunse che io l’avrei potuto accompagnare. Quando

lo rividi, rimasi di stucco nel vedere quanto fosse cambiato. Si muoveva

in modo diverso, più lentamente e al tempo stesso come un bambino;

sembrava più leggero, totalmente vulnerabile e indifeso. La cosa

più strana era che sembrava più illuminato! Più illuminazione non ha

senso… glielo dissi e lui sorrise.

Sebbene in quelle settimane avessi cercato, con tutta l’intensità di cui

ero capace, di vedere i miei condizionamenti inconsci, non c’ero riuscita.

Avevo passato la maggior parte del tempo immersa in una profonda

tranquillità; sentivo che il sentiero di montagna su cui camminavo era

molto angusto e precario. Ma non ero riuscita a trovare alcun segno dei

miei condizionamenti, finché un giorno, alla presenza di Osho, improvvisamente

li vidi lì, davanti a me.

Ero consapevole del mio bisogno di donna, nel modo in cui gli parlavo,

in ogni movimento che facevo, in ogni mio sguardo. Ogni mio gesto

significava: “Mi vuoi bene? Hai bisogno di me?” Tutto il mio corpo

esprimeva quella domanda. Ero scioccata e imbarazzata: dopo tutto quel

tempo e dopo tutto quello che Osho ci aveva dato, quelle pretese erano

ancora lì. Poi realizzai che erano sempre state lì, ma questa era la prima

volta che ne ero consapevole.

Allora chiesi a me stessa: “Ma perché, perché ho questo bisogno?” Quel

bisogno esiste perché non sono ancora in contatto con il mio essere, non

sono consapevole che il mio essere è sufficiente, ancora mi relaziono

colmondo in quanto ‘donna’, non con ilmio essere. Nonmi rendo conto

che il mio essere è sufficiente, perché sono ancora ‘donna’. Ma non

occorre la ‘donna’, è sufficiente essere.

In quei giorniAmrito si prendeva cura di Osho e io lo andavo a svegliare

alle sei del pomeriggio.Mi è sempre sembrato strano svegliare Osho,

quando in realtà era lui che tentava di svegliare me! Faceva la doccia,

poi andavamo in Buddha Hall e alle 19:45 era di nuovo a letto.

Usava la poca energia rimastagli per incontrare la sua gente ogni sera.

Sul podio si muoveva molto lentamente e non poteva più danzare con

noi. Mi chiedeva: “Rimpiangono la mia danza?” Una volta gli risposi:

“Non possiamo essere sempre dipendenti da te per celebrare, dobbiamo

trovare in noi stessi la sorgente della celebrazione.” Quando lo dissi,

mi sentii strana, perché suonava freddo, ma era vero. Lui godeva nel

vederci felici e in celebrazione, notava tutti. Ad esempio, mi disse che

Neelam sembrava così colma di pace e felice.

Eramolto soddisfatto del silenzio che stava crescendo nelle nostremeditazioni

e diverse volte disse che tutti incominciavano veramente a capire.

“Il silenzio sta diventando molto compatto, si può quasi toccare.”

Raramente lavorava o parlava con qualcuno, fatta eccezione per

Anando, quando aveva qualcosa di urgente; allora le parlava per

dieci minuti.

Quando mi chiese se Jayesh avesse chiesto di vederlo, alla mia risposta

negativa commentò: “È bellissimo che tutti siano così amorevoli e

sensibili; non mi chiedono niente.”

In quel periodo ero molto felice al pensiero che Osho sarebbe rimasto

con noi ancora per molti anni. L’ultima volta che lo incontrai a tu per

tu, mi chiese che aspetto avesse: “Sembro indebolito, non è vero?”.

“Oh no, Osho,” risposi, “hai sempre un aspetto stupendo, infatti sei così

meraviglioso, che per tutti noi è difficile credere che sei malato.”

Il giorno dopo mi ammalai.Mi prendevo un raffreddore ogni tre o quattro

mesi. Sospettavo ci fosse qualcosa di psicologico, ma non ho mai

capito cosa fosse.

Rispondendo a una mia domanda molti anni prima, Osho aveva detto:

“A volte verrete molto vicini a me e sarete pieni di luce. È ciò che sta

succedendo a Chetana; la vedo venire molto vicina a me, a volte, e allo-

ra è piena di luce. Ma all’improvviso inizia a cercare il buio e allora

deve andare lontano da me.

Ed è ciò che sta capitando a tutti, qui. Continuate a oscillare verso di

me e lontano da me. Vi muovete come un pendolo: a volte vi avvicinate

e a volte vi allontanate. Ma è un bisogno: in questo momento non

potete assorbirmi completamente. Dovete imparare, dovete imparare

ad assimilare qualcosa di straordinario, molto simile alla morte, per

cui avrete bisogno di allontanarvi da me molte volte.” (da The Wisdom

of the Sands)

Nei tre mesi successivi, gli ultimi prima che lasciasse il corpo, vedevo

Osho solo in Buddha Hall. Era Anando che lo andava a svegliare

per la nostra celebrazione serale, mentre Amrito gli stava accanto

giorno e notte.

Nirvano, da diciotto mesi lavorava con Jayesh e andava a Bombay ogni

settimana per un paio di giorni. Mi disse che questo lavoro le piaceva,

lo trovava intenso ed eccitante. A volte veniva in Buddha Hall per la

meditazione serale e il modo in cui celebrava, rendeva tutti gli altri

‘sbiaditi’ al suo confronto, mentre altre volte non veniva affatto. Poi,

per alcune settimane cadde in una profonda depressione; finalmente,

una sera riprese a uscire per andare a ballare con Milarepa e Rafia, si

divertì e disse che lo avrebbe rifatto.

Il 9 Dicembre 1989, ero in lavanderia quando entrò Anando e mi disse

che Nirvano era morta per un’accidentale overdose di sonniferi.


Written by

Prem Shunyo